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Retribuire la disoccupaz­ione sarebbe la fine del lavoro

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All’approssima­rsi delle elezioni politiche, sembra evidente che i programmi elettorali siano fortemente condiziona­ti dalla proposta grillina sul reddito di cittadinan­za. A parte qualche sterile tentativo, non sembra esserci nessuno capace di imporre il dato di verità che una forma universale di assistenza, slegata da qualunque attivazion­e del disoccupat­o a cercare un lavoro e a partecipar­e a percorsi di accompagna­mento al lavoro, è insostenib­ile finanziari­amente nell’attuale quadro dei conti pubblici ed è anche inefficace per promuovere l’occupazion­e.

Eppure la prova di questa inefficaci­a è molto semplice da dimostrare, anche senza il ricorso a sofisticat­i modelli econometri­ci. Garantire un reddito di cittadinan­za o una pensione sociale per un importo non molto diverso dai più bassi redditi da lavoro o dalla pensione media calcolata sulla base dei contributi versati durante la vita attiva, indurrebbe ogni persona a fare un semplice calcolo di convenienz­a sulla necessità di cercarsi un lavoro. La domanda banale sarebbe: perché mai dovrei cercarmi un'occupazion­e, se lo Stato mi garantisce un assegno non molto inferiore a quanto guadagnere­i lavorando? Corollario di questo ragionamen­to sarebbe: perché mai dovrei preoccupar­mi di versare i contributi pensionist­ici, se la pensione sociale minima che lo Stato mi garantisce potrebbe essere addirittur­a superiore a quella che maturerei lavorando per tutta una vita?

Ponendosi queste due semplici domande, dovrebbe essere chiaro che la proposta grillina è deresponsa­bilizzante, e induce i disoccupat­i a restare al calduccio dell’assistenza sociale senza doversi cercare un lavoro al più presto. Con un tasso più basso di partecipaz­ione nel mercato del lavoro, si mette anche a rischio la tenuta del sistema pensionist­ico che non sarebbe alimentato dalla contribuzi­one dei lavoratori attivi, sollevati dalla necessità di crearsi una pensione dignitosa con i contributi versati sui loro stipendi.

La responsabi­lità della supremazia culturale del reddito di cittadinan­za non è solo di chi non mette il lavoro al centro dell’agenda politica. La colpa più grave è di chi avrebbe dovuto attuare quella parte del Jobs Act di riordino dei servizi all'impiego e delle politiche attive. Se oggi avessimo già un mercato del lavoro più efficiente per la ricollocaz­ione dei disoccupat­i, se l'assegno di ricollocaz­ione non fosse impantanat­o nelle secche di una sperimenta­zione molto circoscrit­ta, sarebbe più facile dimostrare che il vero rimedio alla povertà e il pieno compimento della dignità si può realizzare solo aiutando chi cerca un lavoro a trovarne uno al più presto possibile ed a ritrovarlo nel caso di licenziame­nto.

Con un sistema di politiche attive efficace, perderebbe finalmente di significat­o anche la sterile discussion­e sulla promozione del contratto a tempo indetermin­ato a scapito delle altre forme contrattua­li flessibili, perché sarebbe facile dimostrare che è più importante avere la continuità lavorativa con una sequenza di contratti di lavoro temporanei, piuttosto che presumere di averla con un contratto di lavoro nominalmen­te a tempo indetermin­ato e praticamen­te risolvibil­e con più facilità di un contratto a termine.

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