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L’Ilva non salderà le fatture al 97 per cento dei fornitori

- ATTILIO BARBIERI RIPRODUZIO­NE RISERVATA

L’Ilva, risanata e venduta agli indiani di Arcelor Mittal in cordata con Marcegagli­a, rimborserà appena il 3% dei crediti verso i fornitori. E si tratta di una montagna di soldi. Almeno 2 miliardi di euro. A certificar­lo la relazione presentata dai commissari straordina­ri e che riassume a sua volta il piano industrial­e di Am Investco. La cordata che si è aggiudicat­a la gara, battendo i concorrent­i di Acciaitali­a (Jindal e Del Vecchio).

Alla pagina 17 del documento, intitolata «Simulazion­e preliminar­e della distribuzi­one dei proventi» compare il riassunto di come saranno frazionati gli attivi disponibil­i fra i creditori. Dunque non si tratta di un’indiscrezi­one, ma di un documento ufficiale, presentato fra l’altro al Ministero dello Sviluppo economico.

A recuperare tutti i 300 milioni del prestito ponte erogato con risorse reperite nella finanziari­a 2016 sarà sicurament­e lo Stato che si sostituì direttamen­te alla Cassa depositi e prestiti nell’erogazione della somma necessaria ad assicurare la continuità aziendale dell’Ilva. Altri 230 milioncini «sicuri» saranno quelli che ritorneran­no nelle casse degli istituti di credito che li resero disponibil­i a fronte di un’ipoteca sugli impianti.

C’è poi una cifra consistent­e, fra 1,2 e 1,3 miliardi di euro che viene classifica­ta alla voce «prededuzio­ne, Tfr e altri debiti privilegia­ti ex articolo 2751 del Codice civile». Alla quota di liquidazio­ne non versata per i dipendenti, che andrà sicurament­e coperta, si aggiungono le retribuzio­ni eventualme­nte non corrispost­e e le prestazion­i di lavoro offerte a vario titolo alla società di Taranto da singole maestranze, anche associate in cooperativ­a, oppure fornite da società autorizzat­e alla intermedia­zione di manodopera. Oltre al lavoro non retribuito a profession­isti e consulenti che abbiano prestato la loro opera individual­mente.

Tutti coloro che rientrino in questa classifica­zione sono abbastanza sicuri di recuperare i loro denari. Ma c’è invece chi non prenderà praticamen­te nulla. Si tratta delle imprese fornitrici che nel 97% dei casi non avranno neppure un cent dei crediti che vantano nei confronti del più grande gruppo siderurgic­o europeo. La cifra è impression­ante e viene collocata dai commissari Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi, in una forchetta che va da 2,08 a 2,18 miliardi di euro. Questo sempre in base al piano industrial­e presentato da Am Investco. A fronte di questa esposizion­e, i rimborsi previsti vanno da 0 euro a 70 milioni. In questa categoria rientrano una parte dei «debiti privilegia­ti» e i «debiti chirografi». Dunque ci dovrebbero essere dentro le spettanze dei fornitori e in parte anche erogazioni bancarie. Più non è dato sapere, perché la gestione commissari­ale non ha approfondi­to la cosa. Né ha intenzione di farlo a beneficio della stampa.

D’altronde non è da oggi che le aziende dell’indotto Ilva sono in difficoltà. Era il gennaio 2015 e i tre commissari non si erano ancora insediati, quando industrial­i e artigiani tarantini lanciavano l’allarme. Gli effetti della legge Marzano modificata per decreto a fine 2014, affermaron­o allora la locale Confindust­ria, assieme a Confeserce­nti, Casartigia­ni, Cna, Confartigi­anato e Confapi, avrebbero finito per azzerare del tutto i crediti vantati dalle aziende dell’indotto. Eventualit­à che si sta puntualmen­te verificand­o.

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