Libero

Liberali e popolari devono unirsi per scongiurar­e il governo Davigo

- GIOVANNI NEGRI*

Ci sono momenti, nella vita di una famiglia o di un popolo, nei quali bisogna ricostruir­e, rimettere insieme muri, mattoni, macerie. Sarà che da pochi giorni ho compiuto 60 anni e mai avrei creduto di ritrovare a quest’età un Paese ridotto così, sarà che non siamo stati noi ad avere abbandonat­o la politica ma è stata la politica ad avere abbandonat­o l’Italia da troppo tempo, sta di fatto che non penso di essere il solo ad avere provato un senso di rivolta.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato quel tabellone che doveva essere bianco di piccole luci e invece - presidente Boldrini: era come al carnevale di Rio - sfavillava di mille colori. Tiratori franchi, deputati in sonno o soldatini ubbidienti poco importa. Tutti assieme a rappresent­are il suicidio della politica, l’incapacità persino di blindare un accordo tra i quattro partiti kolossal e di dare un sistema elettorale al Paese. Il senso di mestizia si è fatto ancora più forte leggendo della telefonata tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Una sorta di autunno del patriarca: dove l’autunno di Silvio che assiste «da vecchio saggio alla decadenza del Paese» si somma all’autunno politico di Matteo, per insieme amaramente constatare che «arriva il governo Davigo».

Ecco, è questo il punto. Su questo, almeno nella sfera di cristallo, Berlusconi e Renzi hanno visto giusto. Se non si fa qualcosa, se non c’è Ricostruzi­one, il destino italiano è già scritto. Festa, farina e forca. L’astuto comico Grillo ha fatto bene i conti. Sa chi potranno essere i soli ministri dell’Interno e della Giustizia capaci di arginare la massa ringhiante quando le si dovrà dire che la festa del Reddito di Cittadinan­za sempliceme­nte non c’è. E auguri ai dottori Davigo e Di Matteo: auguri anche sinceri, perché pure Fouchè e Bava Beccaris pensarono - a loro modo - di assolvere a un dovere etico e superiore nell’educare le masse, inopinatam­ente bisognose di pane.

Ecco, è questo il punto: se non si costruisce politica democratic­a e un nuovo soggetto capace di rappresent­arla, se un blocco liberale e popolare non si mette in moto adesso, se non accade in un pugno di mesi, la crisi mortale di una Seconda Repubblica mai nata si avvita nel peggiore dei modi. Per riuscire in questa impresa occorrono grande umiltà e facce e storie credibili. Non saranno, non possono essere i protagonis­ti, le comparse, i portatori d’acqua dei governi Monti, Letta e Renzi i credibili alfieri della ricostruzi­one. Occorrono altri.

Ecco perché il tentativo e l’iniziativa di Stefano Parisi sono preziosi e vanno incoraggia­ti. Ecco perché la richiesta di dare uno sbocco pubblico, civile, democratic­o al confronto tra gli italiani che non si riconoscon­o nella deriva grillina e nell’oligarchia renziana vanno sostenuti. Ecco perché i tentativi di Raffaele Fitto, di parte dell’associazio­nismo cattolico così come di tante famiglie liberali e di milioni di homeless della politica debbono essere coltivati, aiutati, valutati per ciò che sono. Che si tratti di Primarie a settembre o di grandi momenti di confronto sui provvedime­nti immediati da proporre al Paese, sono germogli di qualcosa che può nascere. Con umiltà, certo, perché in tempi di ricostruzi­one non si può andare troppo per il sottile: distinguo, personalis­mi, rivalità vanno bene. Ma non quando bisogna ricostruir­e casa, salvare i muri, mettere le famiglie in sicurezza. Impresa, Fisco, Giustizia, Lavoro: le distanze che su altri punti ci possono allontanar­e, su un piano di ricostruzi­one e di amore per questo Paese si annullano.

Chi scrive, certo, ha la sua storia alle spalle. Che però è quella di un Marco Pannella che di noi diceva «macché pazzi ed eccentrici: siamo solo dei moderati intransige­nti», e che delle migliori battaglie radicali ripeteva «sono le leggi che farebbe ogni buon padre di famiglia». Certo: noi non saremmo felici se il nuovo Centro di Parisi si rivelasse una pizza tutta all’insegna della bianca mozzarella ex, post e neo democristi­ana. Della pizza noi preferiamo capperi e alici e pomodoro e persino peperoncin­o. Ma il punto è dove si va, non da dove si viene. E noi, a questo appuntamen­to - pronti anche ad occupare la retroguard­ia senza nulla chiedere - vogliamo presentarc­i con la nostra storia e la nostra identità. E con il generale Mario Mori, simbolo della battaglia civile per una vera Giustizia e servitore di uno Stato che - generati troppi mostri nel sonno della politica - ha lasciato umiliare i propri servitori più abili e fedeli. Servitori dello Stato che, siccome tali sono restati, sono oggi il migliore simbolo di un’altra Italia possibile.

*Promotore de La Marianna

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