Libero

A Londra comandano 10 nordirland­esi

I conservato­ri al governo solo con la stampella del Dup: destra estrema. Per Corbyn un successo personale

- CARLO NICOLATO

Alle elezioni inglesi hanno perso tutti, tranne Corbyn. Che poi anche lui nello scontro diretto avrebbe perso con la May, avendo preso il 40,08% dei voti contro 42,45% dei conservato­ri e 261 seggi contro 318; ma non essendo la politica una scienza esatta, men che meno il sistema elettorale britannico, in questo caso ha paradossal­mente vinto, dato che ha limitato i danni e che soprattutt­o ha stemperato le velleità di hard Brexit della rivale. Perde dunque la May, e con lei i conservato­ri che lasciano per strada 18 seggi e dicono addio alla maggioranz­a assoluta; anche se in realtà, tanto per rafforzare il paradosso, hanno guadagnato quasi 2 milioni di voti (1.969.469). Zoppica la Brexit, almeno nella versione hard, che era il motivo per cui la premier aveva indetto le elezioni con la speranza o perfino la certezza di intascare una maggioranz­a schiaccian­te e un mandato senza sì né ma. Perde la scozzese Sturgeon che ha quasi dimezzato i seggi (perfino il leader del partito a Westminste­r Angus Robertson lo ha perso) segno che gli inglesi si sono stufati in fretta del dualismo femminile neorinasci­mentale tra le «regine» d’Inghilterr­a e di Scozia.

Perde l’Ukip che scompare dal Parlamento insieme al suo nuovo leader Paul Nuttall, che si è subito dimesso. Nigel Farage aveva già lasciato a suo tempo e ieri, dopo aver accusato la May di aver messo a repentagli­o la Brexit stessa, ha perfino adombrato la possibilit­à di un ritorno peraltro da nessuno richiesto. Tantomeno dalla May che dell’Ukip non se ne fa più niente e che ora per governare dovrà allearsi con gli irlandesi, quelli del Democratic Unionist Party (che per un inglese conservato­re è già di per sé uno scherzo del destino).

MIRACOLATI

Lo ha già annunciato lei stessa durante il discorso tenuto ieri in mattinata davanti a Downing Street sotto lo sguardo perso del marito, dopo un breve colloquio con la regina a Buckingham Palace. «Farò un nuovo governo, per rispettare la promessa della Brexit» ha detto la May, e poi riferendos­i al Democratic Unionist Party ha appunto aggiunto che la collaboraz­ione dovrà continuare anche nel nuovo esecutivo e che «i nostri due partiti godono da molti anni di una forte relazione e questo mi dà la fiducia che saremo in grado di lavorare insieme nell’interesse dell’intero Regno Unito».

Gli irlandesi protestant­i del Democratic Unionist Party diventano quindi decisivi per la vita del nuovo governo, e decisivi anche per la Brexit, in poche parole il futuro della Gran Bretagna è in mano loro. Uno strano destino quello del Dup, un partito unionista (cioè che vuole rimanere unito alla Gran Bretagna) nato nel pieno dei «Troubles», ovvero durante il conflitto nordirland­ese, e da sempre alleato dei conservato­ri ma con delle differenze sostanzial­i e posizioni spesso antitetich­e. Il Dup, ad esempio, è antiaborti­sta e si oppone anche al riconoscim­ento del matrimonio tra coppie dello stesso sesso. È perfino negazionis­ta sui cambiament­i climatici. Insomma, da questo punto di vista più che un partito britannico sembra l’ala estrema del Gop americano, un Tea Party nordirland­ese. Ma non solo, il Dup è assolutame­nte favorevole al blocco delle pensioni, i cui possibili tagli sono uno dei tanti motivi che hanno stoppato la vittoria elettorale della May.

BREXIT Sì, MA...

Gli unionisti poi sono sì favorevoli alla Brexit, ma non a casa loro: propongono infatti nel loro programma di negoziare con l’Unione Europea la creazione di un’area di circolazio­ne comune tra Belfast e Dublino e il mantenimen­to di un’area di libero scambio con il resto d’Europa. Chiedono tra le altre cose posti di lavoro in più, nell’Ulster naturalmen­te, stipendi più alti, un sistema sanitario a livello di quello britannico, strade migliori, ricostruzi­one della regione, più opportunit­à per i bambini.

Insomma, non sarà facile accontenta­rli, ma soprattutt­o con loro tra i piedi la May potrebbe dover dire addio alla hard Brexit e lottare su ogni riforma. Come ha scritto il suo nemico conservato­re George Osborne sull’Evening Standard il nuovo esecutivo dipenderà «dai capricci dei 10 parlamenta­ri del Dup» e «le decisioni importanti per Londra verranno prese a Belfast». Solo su due punti c’è una condivisio­ne totale tra il Dup e i conservato­ri: non fare andare al governo l’odiato Corbyn e il tema della sicurezza, specie contro il terrorismo, per il quale gli unionisti, che hanno legami storici legami con i gruppi paramilita­ri lealisti che combattero­no a fianco dei soldati inglesi durante le rivolte a Belfast, sono più lealisti del re. È soprattutt­o a quest’ultimo punto a cui si è riferiva la May ieri quando, fresca di batosta, ha detto che «mai come in questo momento la Gran Bretagna ha bisogno di certezze» e che «i conservato­ri e gli unionisti hanno la legittimit­à per fornire queste certezze». «Let’s work», mettiamoci al lavoro, ha chiosato la premier. E stavolta sarà un «hard work».

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