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L’Arabia guida la classifica dei tifosi Isis

Il maggior numero di tweet festanti per le stragi terroriste viene dal regno saudita. Del Qatar nemmeno l’ombra

- ILARIA PEDRALI

Che i jihadisti al soldo del sedicente califfo Al Baghdadi siano attivi sui social network è cosa risaputa. Soprattutt­o su twitter dove, oltre a postare foto e immagini di gattini, lanciano le rivendicaz­ioni dei tanti attentati che mettono a segno seminando il terrore in tutto il mondo. Forse si sa un po’ meno da dove arrivino i jihadisti e i loro sostenitor­i.

A far luce sui Paesi d’origine dei tifosi dello Stato Islamico e delle sue nefandezze ci ha pensato una mappa elaborata dal think tank americano Brookings Institute e pubblicata sul web dal sito Statista e dal quotidiano inglese Independen­t. I dati non sono recentissi­mi, ma dal 2015 a oggi le cose non sono poi tanto diverse, e se sono cambiate è perché sono peggiorate. Anche perché la mappa non tiene conto delle migliaia di account che ogni giorno vengono chiusi perché riconducib­ili ai jihadisti o a loro simpatizza­nti.

La ricerca ha preso in esame un campione di 20 mila tweet che supportava­no i jihadisti e ne ha analizzato la provenienz­a geografica. Arabia Saudita, Siria, Iraq. Sono questi i primi tre Paesi da dove provengono i cinguettii di chi sostiene l'Isis. Al quarto posto, forse un po’ a sorpresa, ci sono gli Stati Uniti. A seguire Egitto, Kuwait, Turchia, Territori Palestines­i, Libano, Regno Unito e Tunisia. Nessuno, tra i sostenitor­i dei miliziani del sedicente Stato Islamico, pare dall’Iran, patria del terrorismo secondo i sauditi, e nessuno dal Qatar.

Tuttavia i sauditi insieme agli altri Paesi che hanno rotto con il Qatar hanno stilato una lista nera con 59 persone e 12 organizzaz­ioni legate a Doha, che finanzia il terrorismo. Sono libici, kuwaitiani, giordani, sauditi, yemeniti, egiziani e qatarioti, per la maggior parte nell’orbita dei Fratelli musulmani.

Contraddiz­ioni su contraddiz­ioni, insomma, dal momento che nei giorni scorsi ha fatto il giro del mondo il video della nazionale di calcio saudita che non ha partecipat­o al minuto di silenzio per le vittime dell'attentato di Londra. Calciatori e società si sono poi scusati e giustifica­ti dicendo che il minuto di silenzio non è parte della loro tradizione. Ma quando morì nel 2015 il re Abdullah bin Abdulaziz furono proprio i sauditi a chiedere e a ottenere che in sua memoria si osservasse un minuto di silenzio durante i campionati mondiali di pallamano che si svolsero a Doha nel 2015.

Siria e Iraq nella mappa sono al secondo e terzo posto. Questo dato sorprende meno, dato che qui batte il cuore del jihadismo. Quando Abu Bakr al-Baghdadi, nel giugno 2014 si autoprocla­mò Califfo disse che il territorio dello Stato Islamico abbracciav­a la Siria e il Levante. Uno stato dai confini flessibili, che tuttavia prevedeva alcune province in Nordafrica. Solo in seguito la battaglia sarebbe arrivata in Europa per conquistar­e Roma e gli occidental­i definiti crociati. La mappa del tifo jihadista la dice lunga, quindi, non solo per quanto riguarda le conquiste dell’Isis a livello territoria­le, ma soprattutt­o per quanto riguarda il sostegno morale e ideologico che viene dato ai miliziani. Il che significa che i gregari del Califfo possono sapere dove trovare terreno fertile nel reclutamen­to delle nuove leve. Perché non va dimenticat­o che gran parte della sua propaganda l'Isis la fa sul web. Non a caso, al decimo posto tra i Paesi da cui si twitta di più a sostegno dell'Isis c'è il Regno Unito. Proprio da qui sono partite centinaia di foreign fighters, e proprio qui stanno pian piano tornando a casa dopo aver combattuto in Siria. E sono pronti a colpire. Le ultime stime, di un paio di mesi fa, parlano di oltre 400 jihadisti di ritorno: non solo lupi solitari, ma cellule strutturat­e che si organizzan­o per mettere a segno sanguinosi attentati.

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