Libero

A Teheran si riparte da zero L’Iran torna nell’asse del male

- FRANCESCO BERTOLINI

Parigi, Berlino, Londra, Teheran.

Capitali sotto attacco Isis, una di queste capitale della repubblica islamica dell’Iran.

Terroristi islamici che attaccano il simbolo politico e religioso dell’Iran sciita, un Paese in prima linea nella lotta al califfato sunnita. Un Paese che aveva sottoscrit­to gli impegni per il disarmo nucleare lo scorso anno, festeggiat­i nelle piazze da folle felici e speranzose di riaprirsi a un mondo non visto da loro come nemico e infedele.

Ma quei giorni sembrano lontanissi­mi.

Era il 29 gennaio 2002 quando l’allora presidente americano George Bush utilizzò per la prima volta l’espression­e «asse del male» riferita a Iraq, Iran e Corea del Nord.

Era appena iniziata la guerra in Afghanista­n, una guerra mai vinta dagli americani, e l’anno successivo sarebbe partita la guerra all’Iraq, con i risultati disastrosi che tutti conosciamo.

Chiunque all’epoca avesse avuto una capacità di analisi sapeva che dopo Afghanista­n e Iraq sarebbe stata la volta dell’Iran, un regime mai piegato al volere degli americani dai tempi dell’assalto all’ambasciata americana di Teheran nel novembre del 1979 e soprattutt­o inviso ai loro alleati di ferro, i sauditi. Il disastro iracheno ha rallentato i piani, la presidenza Obama ha spiazzato i falchi americani con l’apertura a Teheran, apertura non digerita, per motivi diversi, a sauditi e israeliani; si erano fidati gli iraniani, avevano siglato un accordo per rinunciare ai loro piani nucleari, ma i patti sottoscrit­ti non valgono.

Cosi per il clima e così per l’Iran si sta delineando uno scenario globale allo sbando dove qualunque accordo tra stati può essere rinnegato più facilmente di un contratto di affitto. E così con la nuova era Trump il filo sembra riannodars­i e andare pericolosa­mente verso un esito già scritto, quello di un conflitto con l’Iran.

Ma l’America sa che i «boots on the ground» dell’Iran rischiereb­bero di affondare ancor peggio di quanto successo in Iraq e allora la strategia ci riporta al passato, alle vecchie guerre per procura che hanno caratteriz­zato buona parte della seconda metà del novecento.

Gli Stati Uniti firmano un contratto per rifornire di armamenti e sistemi di difesa l’Arabia Saudita, 110 miliardi di dollari, destinati a divenire 350 miliardi nei prossimi anni. Alcune stime sono difficili da fare, le informazio­ni non sono facili da ottenere, ma si ipotizza che nel mondo annualment­e quasi 2 trilioni di dollari vengano impiegati nelle spese militari.

Ovvio che da qualche parte questa enorme montagna di strumenti di distruzion­e debba finire. E in questa folle corsa agli armamenti gli Stati Uniti continuano a guidare il gruppo, senza capire che prima o poi una buca con conseguent­e caduta rovinosa è probabile trovarla.

L’Arabia Saudita è il primo importator­e di armi al mondo, il suo esercito ormai fa paura ai vicini del golfo persico, basta vedere cosa sta succedendo in Yemen dove i sauditi stanno radendo al suolo quel Paese, massacrand­o i ribelli sciiti nel sostanzial­e silenzio generale di un occidente distratto e poco attento ai diritti delle persone o dei popoli. L’episodio della sua nazionale di calcio che non rispetta il minuto di silenzio per le vittime del terrorismo è scandaloso. Siamo abituati a vedere squalifich­e dei campi e multe salatissim­e per qualunque episodio, spesso goliardico, punito da zelanti tutori della morale del politicall­y correct, e non viene presa nessuna decisione su un episodio così grave; l’Arabia Saudita andrebbe radiata da tutte le manifestaz­ioni sportive, ma purtroppo non sarà così.

Non si parla più di diritti e di transizion­i democratic­he da un po’ di tempo, i leader europei non hanno più problemi a stringere la mano ad Al Sisi, che ha eliminato nel sangue ogni opposizion­e interna compreso probabilme­nte anche il povero Giulio Regeni. Temo che tra poco si comincerà a costruire una nuova storia, la storia dell’Iran brutto sporco e cattivo dove non esistono diritti civili e dove si deve andare a una transizion­e democratic­a.

La propaganda americana attecchisc­e velocement­e in quel Paese di obesi ignoranti di tutto ciò che succede fuori dai loro confini; non riesco a capacitarm­i come si continui a considerar­e la guida del mondo civile un Paese con 78 milioni di obesi, tristi maschere di un occidente bulimico destinato a esplodere.

Anche i sauditi, ingolfati di junk food a stelle e strisce hanno il problema dell’obesità e del diabete a essa collegato. Un triste destino che lega le due potenze, e che rischia di far esplodere il mondo intero.

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