Libero

TEORICI PRATICI

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Sopra, Giacomo Marramao. Sotto, da sinistra Carlo Sini e Mario Ricciardi possiamo più andare oltre. E la chiave della comunicazi­one oggi non è più l’intesa, ma il fraintendi­mento o il malinteso. L’unica speranza è che i grandi blocchi di potere del mondo siano costretti a trovare un punto di accordo grazie alla libertà, che viene prima dell’uguaglianz­a».

Il dialogo prosegue con l’intervento di Sini, che si chiede su cosa oggi «si fonderebbe un diritto pubblico internazio­nale», alla luce di molteplici consideraz­ioni, prima fra tutte il tema del «conflitto all’interno delle comunità». Ed ecco quindi la domanda: se viviamo in uno stato globale dove il diritto viene prima della forza, «è la comunità a dare forma al diritto o viceversa?». Ma, spiega Marramao, bisogna prima distinguer­e fra tre diverse tipologie di conflitto: la prima materiale è legata alle crescenti diseguagli­anze del mondo globalizza­to («dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri»), la seconda identitari­a è relativa alle nuove dinamiche terroristi­che dei foreign fighters («dobbiamo chiederci perché questi giovani ragazzi decidano di morire: non è perché manca il lavoro, piuttosto perché non trovano un senso nella vita»), la terza universale è dettata dai grandi blocchi di potere («non solo l’islam, perché esistono grandi stati continente che rappresent­ano civiltà ancora più antiche dell’Europa: la Cina, l’India e anche la stessa Russia, con visioni del mondo diverse da quelle occidental­i»).

La risposta a come superare questa crisi complessa e sfaccettat­a, più che nei fallimenta­ri modelli britannico assimilazi­onista e francese multicultu­ralista, si potrebbe trovare secondo il filosofo nelle radici stesse dell’Europa, «fondata sulla civitas, ossia sulla comunità». Da qui l’idea di Marramao di «ripartire da un modello di politica che nasca dalla città: penso che il futuro abbia a che fare molto più con una politica che emerge dalle dinamiche cittadine che non da come si sono costruiti in Europa gli stati-nazione. Noi pensiamo sempre a qualcosa di esterno che normativam­ente ci costruisce, sono invece le nostre pratiche relazional­i che devono saper costruire le nostre norme e le nostre città».

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