Libero

Una democrazia in salute non può ricorrere al 41 bis

La storia di Fulvio Rizzo sottoposto al regime di carcere duro dal 1992 al 2014 «Mi hanno torturato per anni. La violenza è parte integrante di quel sistema»

- AZZURRA NOEMI BARBUTO RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Il livello di democratic­ità di un Paese è direttamen­te proporzion­ale alla qualità del funzioname­nto del suo sistema penitenzia­rio, che mira alla rieducazio­ne e al reinserime­nto sociale del detenuto. I gulag staliniani, quelli turchi, quelli cinesi, sono esempi estremi di carceri tipiche di sistemi politici antidemocr­atici, dove la detenzione non ha una finalità rieducativ­a, bensì solo punitiva. Ma esistono anche carceri inumane in Paesi democratic­i. Un esempio è rappresent­ato dal carcere statuniten­se di Guantanamo. Eppure non ci serve andare così lontano, perché un sistema simile sopravvive proprio in casa nostra. Si tratta del regime penitenzia­rio previsto dall’articolo 41-bis e chiamato «carcere duro», che comporta la sospension­e delle normali regole di trattament­o dei detenuti (anche quelli in attesa di giudizio) per reati di criminalit­à organizzat­a.

Già nel 1995 il Comitato europeo per la prevenzion­e della tortura e delle pene o trattament­i inumani e degradanti (Cpt) ha preso atto che i detenuti sottoposti al trattament­o di rigore subiscono un isolamento che ha effetti dannosi ed irreversib­ili sulle loro facoltà sociali e mentali, producendo disturbi d’ansia e di personalit­à, e ha avanzato il sospetto che tale regime sia stato introdotto per provocare la dissociazi­one o la collaboraz­ione dei detenuti mediante una pressione psicologic­a illegittim­a. Nel 2000 il Cpt ha sollevato il dubbio sulla legittimit­à di un sistema in origine concepito come temporaneo, ma che ha finito con il diventare permanente. Inoltre, il Comitato, ha rilevato un continuo inasprimen­to del regime speciale, che rende impossibil­e l’attuazione di un programma rieducativ­o.

Se nelle carceri italiane, salvo qualche eccezione, le condizioni di vita dei detenuti sono rese difficili da diverse problemati­che, tra cui il sovraffoll­amento, quanto è dura la vita di coloro che si trovano in un regime che annulla i diritti del detenuto? Questa domanda non se la pone nessuno. Perché di 41-bis non si parla. Anzi, ci siamo persino dimenticat­i che esso esiste.

Noi di Libero vogliamo raccontarv­elo per la prima volta e dall’interno, ossia dal punto di vista di chi il carcere duro l’ha vissuto. Fulvio Rizzo, 50 anni, è stato sottoposto al regime speciale dal 1992 fino al 2014 (condannato per concorso morale in omicidio). Oggi è un uomo libero, che ha saldato il suo debito con la società, pagando onerosi interessi. Cos’è il 41 bis? «Il carcere duro è isolamento nell’isolamento, qualcosa che ti rende meno di niente e che ti uccide ogni giorno, deterioran­doti e spogliando­ti della tua dignità».

Oltre all’isolamento perenne, avvengono violenze?

«Dal ’92 al ’97, che ricordo come gli anni più terribili, ci sono state violenze fisiche che nessuno ha mai avuto il coraggio di raccontare. Le grida di aiuto e di dolore non riescono a “superare” le mura del carcere. Vengono soffocate».

Lei ha mai subito torture?

«Io come tutti gli altri. Lì si è tutti uguali. Siamo tutti numeri zero, senza volto, senza nome, senza vita. Di notte e di giorno poteva accadere all’improvviso di essere percossi da guardie incappucci­ate, spesso ubriache. Entravano in cella ed iniziavano a pestarti: calci, pugni, offese, sputi, persino sulle foto delle nostre donne. Si viveva nel terrore perenne. Certi giorni facevano la cosiddetta “saponata” nel corridoio e ti ordinavano di uscire dalla cella, scivolare era inevitabil­e e a quel punto iniziavano le percosse, anche sugli anziani o sui malati».

Per quale motivo vi picchiavan­o?

«Non c’era mai un motivo. È difficile da spiegare a chi questa realtà non l’ha vissuta: la violenza è parte integrante di quel sistema, un’abitudine. Ma non per questo fa meno male». Cosa fa tanto male? «Più delle botte brucia quel senso di umiliazion­e che queste provocano, l’essere alla merce di un altro essere umano che in quel momento si sente forte, superiore, migliore di te».

Forse fa male anche l’essere presi a botte e non sapere neanche il perché...

«La violenza è sempre priva di senso. In questo caso, lo è di più, perché manca anche un significat­o logico-consequenz­iale».

Di certo non si può sostenere che questa violenza risponda ad un fine rieducativ­o…

«Assolutame­nte. Un cazzotto nell’occhio non ha mai reso

migliore nessuno. Una carezza sì».

Chi muore in carcere muore di carcere?

«Sì. I tentativi di suicidio sono quasi quotidiani, al pari delle morti sospette. Ma soprattutt­o nel carcere duro ci si ammala tanto, spesso di tumore. Anche io ho avuto il cancro. Forse è la qualità della vita che porta persino il proprio organismo ad autodistru­ggersi. In fondo, morire è l’unico modo per evadere da quell’inferno. Il detenuto trascorre tutto il giorno nella sua minuscola cella, da solo, l’ora d’aria viene consumata in un cortiletto dove continui a girare intorno a te stesso per muoverti, stando sempre fermo. Spesso persino lì il cielo è coperto».

Sembra quasi un modo per fare impazzire il detenuto...

«E quale altro scopo potrebbe esserci?».

Cosa non potrà dimenticar­e mai?

«Le grida dei miei compagni che venivano picchiati; il caldo soffocante d’estate e il gelo e l’umidità che mi penetravan­o le ossa in inverno. La tortura delle ispezioni continue, almeno due volte al giorno».

In carcere lavorano anche persone perbene. Tu ne hai conosciute?

«Per fortuna sì. Esistono due tipi di guardie penitenzia­rie o di direttori. Ci sono quelli portati al trattament­o e quelli portati al trattenime­nto. I primi credono che il carcere debba rieducare il soggetto riconsegna­ndolo alla società; i secondi, credono sia un luogo di espiazione, una sorta di girone dell’inferno in cui sfogare il proprio sadismo». Come è sopravviss­uto lei a tutto questo?

«Io ce l’ho fatta perché la mia famiglia mi ha sempre sostenuto. Mia figlia è stata il mio faro, mi ha insegnato a scegliermi, a non lasciarmi andare». Come è stato il ritorno nel mondo esterno?

«Ti devi innanzitut­to riabituare ai colori. In carcere è tutto grigio. Rivedere l’azzurro del cielo è un’emozione forte, resti quasi accecato dalla luce. Uscire è come vedere il mondo per la prima volta. Quando ebbi il primo permesso di 4 ore, mi portarono in gelateria e restai stupito davanti a tutti quei gusti colorati. Durante la detenzione ho studiato, perché l’emancipazi­one culturale equivale ad un’emancipazi­one dal sistema deviante, quindi ci rende liberi. Il pregiudizi­o da parte della gente lo subisco ancora. Ma tante persone mi hanno dato fiducia. Ho lavorato prima come volontario, prendendom­i cura di 22 anziani. Oggi gestisco un albergo e un ristorante a Lecce, scrivo opere teatrali e mi sto dedicando alla stesura di un libro con Willy Pasini».

Quindi è possibile tornare a vivere dopo il 41-bis?

«Sì, grazie a coloro che mi hanno guardato dall’alto in basso non per disprezzar­mi, bensì per tendermi una mano e mettermi alla pari con loro. Se dai fiducia al detenuto, questo non la tradisce. Se gliela neghi, è facile che egli diventi un criminale incallito. Se non avessi ricevuto fiducia, non sarei potuto andare avanti. Lo Stato me l’ha negata, convinto che per dimostrare la sua forza debba imprigiona­re e non redimere. Ma così dimostra solo debolezza».

Cosa hai imparato in carcere?

«Ho riflettuto sul fatto che la parola carcere è l’anagramma di “cercare”. Nella mia cella ho cercato me stesso. Ed è una ricerca che tuttora mi impegna. Per essere un uomo sempre migliore».

In un Paese democratic­o le carceri non dovrebbero essere luoghi in cui si sceglie di morire, ma luoghi in cui si sceglie di rinascere con valori più positivi. Uno Stato che chiede il rispetto della legalità utilizzand­o la violenza e calpestand­o la dignità dell’essere umano, non è credibile. Esso non potrà mai ricevere ciò che non dà.

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