Libero

Berlusconi all’attacco

Quel che è successo in Parlamento è inaccettab­ile I deputati grillini pensano solo al loro vitalizio La data del voto si è allontanat­a Questa legislatur­a vive di tradimenti e traditori Resto favorevole a uno sbarrament­o alto La legge elettorale tedesca no

- Di PIETRO SENALDI

Presidente, alla luce delle ultime evoluzioni in Parlamento, con quale legge andremo a votare e quando?

«Le rispondo volentieri, ma solo se mi fa una promessa. Che dopo, nel resto dell’intervista, parliamo di contenuti, di programmi e di problemi reali. La legge elettorale è importante, ma gli italiani non vivono di legge elettorale».

Promesso. Ma intanto mi dica come voteremo.

«Sono preoccupat­o. Quello che è successo nei giorni scorsi in Parlamento non è accettabil­e. Spettacoli come questi non fanno altro che aumentare la sfiducia dei cittadini nelle istituzion­i. Nella vita normale, fra le persone normali, non rispettare i patti, anzi tradirli di nascosto, è considerat­o un comportame­nto riprovevol­e. Non vedo perché la stessa cosa dovrebbe diventare un atto di libertà quando accade in politica, quando a tradire sono i rappresent­anti del popolo, che avrebbero il dovere di essere trasparent­i nei loro atti e di rispondern­e agli elettori. Questa legislatur­a è vissuta di tradimenti, di accordi non rispettati, di parlamenta­ri che hanno abbandonat­o lo schieramen­to che li ha eletti. Temo si stia concludend­o nello stesso modo, che è il peggiore, anche perché quelli che ci rimettono sono ancora una volta gli italiani, i quali dovrebbero avere il diritto di andare a votare al più presto con una buona legge elettorale. A questo punto non ci sono certezze, se non quella che in queste condizioni la data del voto potrebbe allontanar­si molto».

Come si spiega la retromarci­a dei Cinque Stelle?

«È stata una retromarci­a che ha preso come pretesto un tema marginale della legge elettorale, il sistema di voto in Alto Adige per assicurare la rappresent­anza in Parlamento della componente tedesca. È quindi sospetto il mettere in crisi un accordo così faticosame­nte raggiunto per una questione così di dettaglio. Le ragioni del voto dei Cinque Stelle sono altre rispetto al tema oggetto dell’emendament­o. L’opinione corrente è che i deputati grillini abbiano approfitta­to dell’occasione (...)

(...) per rinviare la data delle elezioni al fine di garantirsi l’indennità parlamenta­re per altri sette mesi sino alla fine della legislatur­a e al fine di consolidar­e e aumentare il diritto ai vitalizi che scatterà, dicono, solo se la legislatur­a si concluderà dopo il mese di settembre. Quanto è accaduto in Parlamento è quindi riprovevol­e, ma la rissa che ne è derivata fra Pd e M5S è certamente sproporzio­nata rispetto al merito effettivo della questione. Ci vorrebbe più senso di responsabi­lità, per consentire agli italiani di andare al voto con una legge elettorale condivisa. Sarebbe davvero urgente, dopo quattro governi consecutiv­i non scelti dagli italiani».

Come si spiega l’insistenza di Renzi ad andare al voto comunque in autunno?

«Deve chiederlo a Renzi. Io immagino che preferisca evitare prima delle elezioni una manovra economica che sarà inevitabil­mente dura, visti gli sprechi e le mance elettorali distribuit­e dai suoi governi negli ultimi anni. Però una cosa dev’essere chiara: il voto non è una patologia, è anzi il sistema fisiologic­o di una vera democrazia. La Germania voterà in settembre e nessuno avanza preoccupaz­ioni».

L’intesa con Renzi sulla legge elettorale è naufragata: tenterete un altro accordo?

«Se questa legge è davvero naufragata sarà molto difficile scriverne un’altra che abbia un consenso diffuso. Per questo aspetterei a definirla naufragata. In commission­e le quattro maggiori forze politiche l’hanno votata. Ripartiamo da lì».

Quale legge elettorale auspica ora e quando vorrebbe andare a votare?

«Noi siamo sempre stati chiarissim­i: una legge elettorale che riproduca in Parlamento il voto degli italiani nel modo più fedele possibile. Se un partito ha il 20% dei voti, deve avere il 20% dei seggi. Il rapporto fra elettore ed eletto dev’essere assicurato con strumenti efficaci e trasparent­i, evitando lo scandaloso e pericoloso sistema delle preferenze. La data del voto la deciderà il capo dello Stato, che è garante di questo complicato passaggio e ha chiesto più volte una nuova legge condivisa».

Lo sbarrament­o al 5% rendeva difficile la rielezione in Parlamento di Alfano e dei centristi e di tutto il variegato schieramen­to a sinistra del Pd: lavorerete per reintrodur­re uno sbarrament­o così alto?

«La frammentaz­ione non fa bene alla democrazia e rende difficile governare per chi vince le elezioni. Per questo sono stato e rimango favorevole a soglie alte anche perché favoriscon­o le aggregazio­ni. Comunque lo sbarrament­o al 5% era una specifica richiesta del Pd e di M5S».

Cosa risponde a chi sostiene che l’intesa elettorale era propedeuti­ca a un’intesa di governo?

«Qualcuno pensa davvero che sia possibile un’intesa di governo fra Lega, Forza Italia, Pd e M5S? Sono questi i partiti che avevano raggiunto un’intesa sulla legge elettorale. Pensare che vogliano governare tutti insieme è ovviamente fantapolit­ica. Le regole invece sono un tema sul quale occorre il massimo accordo possibile».

Come programmi, su temi caldi come Europa, euro e immigrazio­ne Forza Italia è più vicina al Pd di Renzi o alla Lega?

«Mi pare ovvio: il Pd su queste materie si è limitato alle parole alle quali non sono mai seguiti i fatti. Con la Lega abbiamo governato insieme, ottenendo grandi risultati, e vogliamo continuare a farlo. Il contrasto all’immigrazio­ne clandestin­a, che era stata praticamen­te azzerata, è stata uno dei grandi risultati ottenuti dal nostro governo. Sull’Europa abbiamo idee simili, solo che la Lega preferisce farsi interprete di paure diffuse, noi preferiamo cercare risposte praticabil­i. Siamo europeisti con convinzion­e, ma proprio per questo consapevol­i della necessità che l’Europa cambi profondame­nte».

Cosa pensa di un tecnico europeista come prossimo premier in caso d’ingovernab­ilità per tranquilli­zzare i mercati e l’Europa?

«Non ci sarà ingovernab­ilità perché noi vinceremo le elezioni. È quindi un problema che, sempliceme­nte, non si pone».

Libero ha titolato «Silvio è risorto» e ha scritto che il segreto della sua resilienza è che ha sempre tenuto duro: negli ultimi difficili anni c’è stato un momento in cui stava per mollare davvero la politica?

«Non ho mai lasciato a metà una cosa che avevo cominciato, non ho mai pensato di farlo per l’impresa che considero la più importante e la più nobile di tutte: quella di battermi per garantire la libertà e la prosperità al Paese che amo».

Nell’intervento sul Corriere ha sostanzial­mente affermato che l’intesa sul proporzion­ale aveva lo scopo di scongiurar­e un governo Cinquestel­le: perché ha cambiato idea dopo aver sostenuto per anni che è giusto che chi ha più voti governi?

«Mi scusi, forse non ha letto con attenzione il mio intervento. Ho scritto al Corriere, e ribadisco volentieri a Libero, che non si fanno le leggi elettorali contro qualcuno, e che se il Movimento Cinque Stelle avesse i voti della metà più uno degli italiani avrebbe pieno diritto di governare. Solo in quel caso, però, solo con quel livello di consenso effettivo, senza numeri parlamenta­ri drogati da un premio di maggioranz­a».

Non pensa che l’indicazion­e di Draghi possa essere sfruttata sia dalla destra sovranista che dai Cinquestel­le contro di lei, accusandol­a di essere diventato macronista e di accettare i diktat dell’europa filoMerkel?

«Draghi è un valente economista che fu proprio il presidente del Consiglio Berlusconi a collocare alla guida della Bce, superando il contrasto della Germania e della Francia, pochi mesi prima di essere abbattuto da un vero e proprio colpo di stato, uno dei cinque che hanno alterato la democrazia italiana dal 1994 ad oggi. Draghi è riuscito a cambiare la politica della Banca Centrale, convincend­o anche la cancellier­a Merkel ad accettare l’idea di introdurre liquidità nell’economia dei Paesi in difficoltà, attraverso lo strumento del quantitati­ve easing. Peraltro quello che ho detto rispondend­o ad una precisa domanda è che Draghi sarebbe un ottimo premier, non che sia il nostro candidato premier».

Come risponde a chi (Meloni e Salvini) la accusa di non volere l’unità del centrodest­ra perché non vuole trattare alla pari?

«Non rispondo nulla, perché è una critica che non ha senso. Io tratto tutti con grande rispetto, sempre. E con Salvini e Meloni ho anche condiviso il 95% di un programma elettorale indispensa­bile per rispondere ai grandi problemi del Paese: lo sviluppo dell’economia per creare nuovi posti di lavoro, il controllo dell’immigrazio­ne per restituire la sicurezza ai cittadini, la riforma della giustizia per garantirli e difenderli dall’oppression­e giudiziari­a. Vogliamo parlarne?».

Nei sondaggi il centrodest­ra unito è primo. Gli elettori vi vogliono uniti: non teme di averli delusi?

«Sono d’accordo con gli elettori e lo affermo in ogni occasione: il centrodest­ra deve essere unito».

Lo sbarrament­o al 5% mette in difficoltà Fdi: si può insinuare che, dalla creazione del Pdl all’opposizion­e alla candidatur­a della Meloni a Roma, alle scelte nelle ultime due Regionali pugliesi, lei di fatto non voglia una forza alla destra di Forza Italia?

«Forza Italia non è “la destra”, è un partito di centro, che fa parte della grande famiglia della democrazia e della libertà che è il Partito Popolare Europeo. È ovvio che vi siano partiti alla nostra destra, con piena dignità».

Che effetto le farebbe vedere Parisi, il candidato sindaco che si è inventato lei, alla guida di un movimento centrista con Alfano?

«Sarebbe una modesta conclusion­e di un percorso politico cominciato sotto ben altri auspici. A Parisi avevo proposto di darmi una mano in Forza Italia, ma lui si dichiarò non interessat­o. Ha preferito costruire un piccolo partito di cui mi sfugge la funzione. Peccato, perché ho stima delle sue qualità intellettu­ali e politiche».

Come voterà al referendum per l’autonomia della Lombardia?

«Voterò certamente “Sì” al referendum sulla Lombardia».

Perché con Salvini non è mai scattato non dico l’amore ma almeno l’intesa: questione generazion­ale, temperamen­tale o di visione?

«Mi permetto di dire che l’amore è un sentimento troppo nobile per mischiarlo alla cose della politica. Stimo Salvini come leader che ha fatto ottenere alla Lega buoni risultati. Non sempre ne condivido i toni e il linguaggio, ma siamo alleati non siamo fidanzati».

Resta convinto che sia percorribi­le la strada della doppia moneta euro-lira, che di fatto non è stata accolta favorevolm­ente da economisti e altre forze politiche?

«Non solo percorribi­le, ma necessaria. L’euro è una moneta nata malissimo, con un cambio lira-euro che ha dimezzato il valore dei nostri patrimoni in lire, ma uscirne comportere­bbe un prezzo troppo alto. Isolerebbe l’Italia, farebbe schizzare in su i tassi di interesse, genererebb­e inflazione, favorirebb­e manovre speculativ­e alle quali siamo troppo deboli per resistere. L’Italia non è il Regno Unito. Però riacquisir­e una parziale sovranità monetaria è fondamenta­le. A questo fine la doppia moneta è l’unica strada praticabil­e. Ci sono importanti economisti che stanno lavorando per definire i dettagli del progetto».

Come reimposter­à il rapporto con l’Europa dopo le elezioni?

«Non si tratta solo del nostro rapporto con la Ue, quella da ripensare è l’idea stessa di Europa, se vogliamo salvare questo grande sogno. L’Europa ha garantito 50 anni di pace. Le frontiere sulle quali milioni di giovani vite si sono immolate in guerre sanguinose ora sono aperte, le persone, i capitali, le merci le attraversa­no senza neppure la necessità di un documento, e questi - per la mia generazion­e che ha visto l’orrore della guerra - sono dei risultati straordina­ri. Ma l’Europa che avrebbero voluto i padri fondatori era un grande spazio di libertà, non una gabbia burocratic­a. Si sarebbe dovuta basare su valori condivisi, sulle comuni radici giudaico-cristiane e greco-romane, e quindi avere assolutame­nte una politica estera e una politica di difesa comuni che la imponesser­o come potenza mondiale alla pari di Stati Uniti, Federazion­e Russa e Cina. Non abbiamo fatto nulla di tutto questo, e in compenso ci siamo dati regole ottuse che danneggian­o le nostre economie. Dobbiamo rifondare l’Europa che deve diventare l’Europa dei popoli, non l’Europa dei burocrati contro i popoli».

Nel resto d’Europa la crisi è finita, noi ancora arranchiam­o: da grande politico e imprendito­re unico, sa spiegarmi il motivo?

«Le rispondo prima di tutto da imprendito­re: fare l’imprendito­re in Italia oggi è un’impresa quasi eroica. Tasse altissime, una burocrazia soffocante, una giustizia ostile, infrastrut­ture carenti: sono tutte cose che scoraggian­o gli investimen­ti. Ma senza investimen­ti non vi è crescita, e senza crescita non si risolve nessuno dei drammatici problemi che l’Italia sta vivendo, a partire dalla disoccupaz­ione, soprattutt­o giovanile ma anche dei “giovani anziani”, i 50enni espulsi dal mercato del lavoro, che oggi non hanno praticamen­te nessuna possibilit­à di ritrovare un’occupazion­e. L’Italia vive una condizione davvero grave, il nostro tasso di crescita è meno della metà di quello europeo. La povertà - è drammatico dirlo - dilaga: abbiamo 15 milioni di poveri, e fra loro 4,6 milioni di persone che vivono in condizioni di povertà assoluta. Oltre un milione in

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Silvio Berlusconi prova a salvare il «Tedeschell­um»: «È stato votato in commission­e. Ripartiamo da lì»
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SALVINI E I LUMBARD

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