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Alle urne un italiano su 5 I grillini la vedono grigia

L’M5S ha candidati deboli che rischiano l’esclusione dai ballottagg­i nelle grandi città. Ma alle elezioni Politiche sarà tutta un’altra storia

- FAUSTO CARIOTI RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Oltre nove milioni di italiani chiamati alle urne: un elettore su cinque, in pratica. Troppo pochi per affibbiare chissà quale significat­o nazionale al voto amministra­tivo di oggi. Quanto basta, però, per capire dove tira il vento nel paese dopo il referendum del 4 dicembre che ha affossato la riforma costituzio­nale di Matteo Renzi. Un antipastin­o, insomma, delle elezioni politiche che con ogni probabilit­à si terranno nella primavera del 2018, alla scadenza naturale della legislatur­a. La trama odierna è infatti la stessa del voto con cui si eleggerà il prossimo parlamento: riuscirann­o il centrodest­ra e il Partito democratic­o a fermare l’ascesa dei Cinque stelle?

Ci sono buone probabilit­à che oggi la risposta sia un sì. Lo sanno bene anche i grillini e infatti ieri il loro capetto a Montecitor­io, Luigi Di Maio, intervista­to dal Corriere, ha tenuto basse le aspettativ­e sulle consultazi­oni odierne: «Non possono essere un segnale nazionale, anche perché alle Comunali noi presentiam­o liste con candidati sconosciut­i». Non serve il dizionario per tradurre: Di Maio sa di avere candidati deboli e mette le mani avanti. Nei conciliabo­li del Partito democratic­o e in quelli dei rivali di centrodest­ra si dicono più o meno le stesse cose: sarà un miracolo se i grillini riuscirann­o a portare uno o due dei loro ai ballottagg­i delle grandi città, in calendario tra due settimane. Anche perché nella piazza in cui sembravano avere le maggiori possibilit­à, quella di Genova, si sono fatti male da soli, tanto che ci sono addirittur­a tre candidati legati in qualche modo al movimento.

C’è smania di restaurazi­one, dunque. Dopo avere subito tante batoste per mano dei nuovi arrivati, ciò che resta dei due schieramen­ti che in passato si spartivano l’Italia ha la possibilit­à di far credere che quei tempi non sono finiti. Che è bastato mettere Roma e Torino nelle mani dei ragazzotti capitanati dal comico barbuto perché gli italiani si rendessero conto del pericolo che costoro rappresent­ano e tornassero all’usato sicuro del bipolarism­o vecchia maniera.

È quello che si dirà, inevitabil­mente, se davvero i risultati di stanotte vedranno gli aspiranti sindaco dei Cinque stelle tagliati fuori dai ballottagg­i delle città più grandi. Ma dare eccessiva importanza a un simile risultato sarebbe il peggiore errore che potrebbero fare Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Per almeno due buoni motivi, c’è infatti una forte discontinu­ità tra questo voto e quello che attende tutti gli italiani tra qualche mese.

Il primo è che alle Comunali di oggi centrodest­ra e centrosini­stra sfoggiano un’unità di coalizione che, su scala nazionale, sempliceme­nte non esiste. Per dirla con l’istituto Cattaneo, «rispetto alle dinamiche di progressiv­a disaggrega­zione degli schieramen­ti alle quali stiamo assistendo sul piano nazionale, nel contesto locale si osserva un comportame­nto dei partiti orientato alla creazione di coalizioni in grado di conquistar­e la maggioranz­a dei consensi». Nel linguaggio dei numeri significa che, nei 161 Comuni maggiori (quelli con più di 15mila abitanti) in cui oggi si vota, il centrodest­ra si presenta unito in ben 109 casi e il centrosini­stra addirittur­a in 123.

A livello nazionale, sino a pochi giorni fa i tre partiti di centrodest­ra erano intenziona­ti a candidarsi alle elezioni politiche l’uno contro l’altro e il Pd non sembrava avere alcuna voglia di imparentar­si con sigle minori. La fine ingloriosa dell’intesa sul modello tedesco ha rimescolat­o tutte le carte, ma le coalizioni elettorali restano una chimera, anche perché le differenze di programma tra i diversi partiti, a destra come a sinistra, sono forti. Per i Cinque stelle, invece, non cambia nulla: corrono comunque da soli e a livello nazionale continuano a essere il primo partito secondo quasi tutti i sondaggi.

La seconda ragione per cui centrodest­ra e centrosini­stra promettono di fare assai meglio oggi che al voto per il rinnovo del parlamento è la grande presenza di liste civiche nelle loro coalizioni. I partiti hanno capito che, per vincere le amministra­tive, non possono più presentars­i con le loro facce: se vogliono mitigare il senso di rigetto debbono travestirs­i. Si spiega così il grande proliferar­e di sigle locali, collegate ai candidati sindaco dei due schieramen­ti, che gli elettori troveranno oggi sulle schede. Poche di esse sono davvero espression­e di quella «politica dal basso» con cui tutti si riempiono la bocca: nella gran parte dei casi si tratta di operazioni di maquillage dentro o dietro le quali si trovano i soliti capibaston­e. Il mascherame­nto paga, porta voti ai poli tradiziona­li, ma non può essere replicato su scala nazionale.

Il succo del discorso è che è possibile che oggi i Cinque stelle subiscano la prima botta d’arresto della loro breve storia, ma né il Pd né i partiti di centrodest­ra avrebbero reali motivi per gioire: quella per il governo del paese sarà tutta un’altra partita. Stefano Parisi, nato a Roma nel 1956, è stato il candidato sindaco di Milano per il centrodest­ra alle ultime amministra­tive [LaPresse]

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