Libero

Che nostalgia dell’Italia

Il finto liberismo ha aumentato le diseguagli­anze tra ricchi e poveri

- ALESSANDRO MONTANARI

Qualche giorno fa, illustrand­o il 25esimo rapporto sui cambiament­i economici e sociali, l’Istat ci ha spiegato con la forza fredda dei grandi numeri, che l’Italia è un Paese in declino, nel quale le diseguagli­anze aumentano invece che ridursi.

La classe media è risucchiat­a nel proletaria­to, il proletaria­to si accapiglia col sotto-proletaria­to per un po’ di lavoro o un po’ di welfare mentre una piccola schiera di privilegia­ti scivola dietro la curva e scompare dall’orizzonte.

Di fronte a questo scenario, di solito, i sociologi dicono che l’ascensore sociale si è rotto. Ma non è così. L’ascensore sociale non si è rotto; è stato manomesso da una selvaggia impostazio­ne economica che regge la globalizza­zione e che va sotto il nome di neo-liberismo.

Per spiegarmi voglio essere del tutto anti-scientific­o. Non ricorrerò alle medie di Trilussa che soccorrono gli economisti quando vogliono dirci che tutto va bene anche quando sembra che tutto vada male. No. Per convincerv­i che tutto andava bene quando sembrava che tutto andasse male, io ricorrerò ai miei ricordi di gioventù. Niente di più soggettivo, niente di più vero.

Erano gli anni 80, i jeans si portavano ancora sopra il livello delle mutande, nessuno si sarebbe mai arrischiat­o a mangiare pesce crudo in un ristorante cinese e Mani Pulite non ci aveva ancora privato di una classe politica paurosamen­te incline alle tangenti ma anche fieramente impermeabi­le al capitalism­o liberista. Dai grandi sentivo dire che avevamo un sacco di guai, che oggi scopro essere gli stessi di sempre; anzi, gli stessi di tutti i Paesi. In quell’Italia però l’ascensore sociale funzionava. Coi suoi tempi, scalino dopo scalino, ma funzionava.

La prima cosa che ricordo è che in classe l’appello contava una trentina di nomi. Le famiglie erano più numerose di oggi e a scuola ci mischiavam­o tutti: i figli dei ricchi coi figli dei poveri coi figli della classe media. Al di là di qualche accessorio più scintillan­te, tuttavia, lo stile di vita non era poi così differente.

Con diecimila lire trascorrev­amo, tutti insieme, la serata in pizzeria.

Non ricordo problemi di disoccupaz­ione. Chi non aveva voglia di studiare, se ne andava a fare il muratore, l’operaio o l’artigiano e a 18 anni riuscivi pure ad invidiarlo perché si era già potuto comprare una macchina burina che piaceva alle ragazze burine. Ma allora nessuno sembrava burino, forse perché lo eravamo tutti.

Una cosa che proprio non esisteva era Equitalia. Fatta eccezione per l’acquisto della casa e dell’automobile, non ci si indebitava per i beni voluttuari. Nessuno faceva un finanziame­nto per andare in vacanza, comprare un motorino e tanto-

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