Libero

Furbetta e provincial­e

Stavamo meglio con la lira e i padroni che si sentivano degli operai

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meno un televisore da 42 pollici. Nemmeno te lo proponevan­o. Le cose, molto sempliceme­nte, si compravano quando si avevano i soldi per comprarle. Altrimenti, si aspettava.

In famiglia, ma più in generale nella società, c’era una cultura condivisa del risparmio. Il denaro non era il presente, il denaro era il futuro. Lo insegnavan­o i nonni, dotandoci di salvadanai nei quali accumulare gli spiccioli delle mance e regalandoc­i buoni postali che avremmo riscosso una volta maggiorenn­i, toccando con mano, e con anni di ritardo, tutta la concreta lungimiran­za del loro affetto.

Insieme al risparmio, l’altro grande valore era lo studio. Ricordo padri e madri fieri di poter mandare i propri figli, miei compagni, al liceo anziché alla scuola profession­ale e poi commossi fino alle lacrime per il primo laureato della casa. Nessuno allora parlava in modo sprezzante del “pezzo di carta”. La laurea era la garanzia di una promozione sociale che nessuno avrebbe più retrocesso e che diventava una conquista collettiva dell’intera famiglia. Non solo dello studente; anche di chi, con sacrificio, gli aveva consentito di studiare.

L’istruzione, tuttavia, non era l’unico trampolino sociale. Tanti operai, dopo qualche anno di apprendist­ato e specializz­azione, riuscivano a coronare il sogno di “mettersi in proprio”. Si diceva così e lo si diceva con orgoglio perché aprire una partita iva, allora, era ancora una libera scelta. Andavi in banca, spiegavi il tuo progetto, ti davano un prestito e cominciava l’avventura che segnava la vita: da operaio a padrone. Quelli però erano padroni diversi dai grandi industrial­i di ieri e dai piccoli manager di oggi. Quelli erano padroni che, dentro, continuava­no a sentirsi operai. Padroni che usavano le mani, che parlavano in dialetto e che conservava­no un’intima diffidenza per i saputelli anglofili che poi avrebbero rovinato tutto.

Com’era bella quell’Italia. Provincial­e, ombelicale, modesta, furbacchio­na, eppure così solida, generosa e vitale.

Scrivere è terapeutic­o. Così mi accorgo solo ora del motivo profondo per cui ho scritto questo articolo senza capo né coda.

L’ho scritto perché non riesco a perdonare chi mi ha portato via quel Paese. Non perdono chi ci ha abituato a fare debiti per tv ultrapiatt­e, chi ci ha venduto come modernità i co. co.co, i co.co.pro e i voucher e chi ha inchiodato i giovani ad un telefonino per distrarli da un oggi senza domani.

Più di tutto, però, io non riesco a perdonare chi non ha soccorso quei piccoli eroi dalle mani callose che, piuttosto di abbassare la saracinesc­a di una fabbrica, hanno scelto di abbassare la saracinesc­a di una vita. Padroni perché padroni di loro stessi. Operai perché operosi.

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