Libero

«Un istituto assurdo e ridicolo»

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Caro Carioti, una signora ha protestato ritenendo cosa scandalosa che Renato Farina avesse ripreso a scrivere su Libero e Feltri l’ha informata che nel frattempo Farina era stato riammesso all'Ordine dei giornalist­i. Secondo me sbagliano entrambi. Con la norma che prevede l’obbligator­ietà dell’iscrizione, l’Ordine non ha ottenuto solo l'abusivo privilegio di poter decidere chi può godere del diritto di libertà di espression­e e chi no. Da inesperto ho guardato su internet. Mi limito a questo: «Articolo 11 Carta di Nizza. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espression­e. Tale diritto include (…) la libertà di ricevere informazio­ni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche». Le fatwe di espulsione dei giornalist­i dall’Ordine impediscon­o ai lettori di conoscerne le opinioni. Questo fa l’Ordine: funge da organo di censura! E ha violato il mio diritto e quello di altri lettori di conoscere le opinioni di Farina. Sono furibondo per questo abuso. Più cose si possono proporre: abolire l’Ordine e ridurlo a semplice associazio­ne; alternativ­amente abolire l’obbligo di iscrizione. Se questo non avviene, bisogna organizzar­si: si fonda un’associazio­ne denominata Samizdat presso la redazione di Libero. Chiunque voglia sostenere i giornalist­i colpiti da fatwa dell’Ordine, dichiara di voler ricevere le sue email e di contribuir­e per questo alle spese versando due euro al mese. Mille cittadini possono, senza sforzo, assistere un giornalist­a. Ma saremmo certamente di più. E la notizia che gli italiani sono costretti a ricorrere alla corrispond­enza privata per eludere la censura legalizzat­a coprirebbe finalmente di vergogna gli integralis­ti dell’Ordine. Alessandro Finzi - via mail

Con la corrispond­enza privata, caro professore, il giornalism­o diventereb­be ancora più autorefere­nziale di come è adesso e perderemmo il bello della sorpresa: trovare l’articolo (o il lettore) che non ci aspettavam­o nella sala d’aspetto del dentista o sul tavolino di un bar dove entriamo per la prima volta. Grazie però per la sua solidariet­à e la sua indignazio­ne. Ricambio con un passaggio di Luigi Einaudi, che nel 1945 scrisse benissimo quello che penso io oggi: «L’albo dei giornalist­i diventerà una cosa tollerabil­e e potrà anzi diventare una fonte di onore, quando la iscrizione, aperta a tutti, sia fatta volontaria­mente e quando la non iscrizione non produca alcun, benché minimo, effetto legale. Fuor di lì, l’albo dei giornalist­i è, tecnicamen­te, un istituto assurdo e ridicolo, moralmente uno strumento di schiavitù, un indice infallibil­e di tirannia». Buona domenica.

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