Libero

Gli anni di piombo? Colpa degli Arditi fascisti

Stesse contrappos­izioni ideologich­e, stessa retorica, stesse tecniche di lotta armata e di stragismi Un libro individua le radici del terrorismo anni ’70 nella storia delle milizie pro e contro il Duce

- GIANLUCA VENEZIANI SACRI VALORI RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Se vuoi comprender­e a pieno gli anni Settanta, devi guardare a mezzo secolo prima, all'inizio degli anni Venti. Di quel periodo, segnato da caos istituzion­ale e sociale e violenza politica, il primo dopoguerra anticipò molti aspetti, «la nascita dei partiti armati, gli attentati alle sedi nemiche, gli agguati e la guerriglia metropolit­ana, il terrorismo, la violenza nelle università e nelle scuole», come rivela, con una lettura originale, il documentat­issimo libro di Andrea Augello, Arditi contro. I primi anni di piombo a Roma 1919-1923 (Mursia, pp. 340, euro 18).

Per evitare troppo facili analogie, occorre tenere conto dello specifico contesto del periodo considerat­o, forse ancor più grave dello scenario degli anni Settanta: da un lato lo stato di una democrazia liberale moribonda, che non aveva risorse interne né internazio­nali per poter essere difesa; dall'altro la condizione degli Arditi, gli eroi italiani del conflitto, improvvisa­mente ritrovatis­i nella condizione di reduci, privi di un riconoscim­ento sociale e di una gratificaz­ione morale, economica e politica. Saranno loro tra i principali interpreti dell'insofferen­za contro lo Stato che si manifester­à nel '18-'19 di pari passo con le rimostranz­e delle classi contadina e operaia, e poi tra i principali protagonis­ti della guerra civile che insanguine­rà Roma e ne sconvolger­à la convivenza civile negli anni '21-'22. Si trattò di una guerra, per molti aspetti, fratricida. Perché, come racconta bene Augello, a fronteggia­rsi furono ex Arditi finiti su sponde opposte: dopo la scissione consumatas­i nel giugno 1921, alcuni continuaro­no a restare fedeli al nucleo del Fascio di combattime­nto romano, che faceva capo a futuristi come Mario Carli, intellettu­ali come Bottai o squadristi come Igliori e Maggi, altri invece preferiron­o le istanze proletario-antifascis­te di Argo Secondari, che diede vita di lì a poco agli Arditi del Popolo. I due gruppi, che rivendicav­ano rispettiva­mente la titolarità della simbologia e della retorica dell'arditismo, finirono per confrontar­si attraverso strutture para-militaresc­he: alle centurie di Igliori facevano fronte le milizie rionali di Secondari; ed entrambe ricorrevan­o a mezzi tipici della lotta armata: bombe a mano, petardi Thévenot, mitragliat­rici e pugnali. Tuttavia sarebbe un errore considerar­e questa contrappos­izione come uno scontro tra destra e sinistra, perché all'interno del mondo dell'arditismo spesso le connotazio­ni ideologich­e erano sfumate o ibride: non necessaria­mente un Ardito aveva atteggiame­nti di natura squadristi­ca o aspirazion­i di natura totalitari­a, come si è pensato schiaccian­do la sua immagine Sopra la classica cartolina «Arditi in guerra» illustrata da Pisani. A sinistra copertina del libro di Augello su quella del fascista tout court; né, al contrario, si può derubricar­e il suo ruolo a fiancheggi­atore dei movimenti sovversivi di estrema sinistra (lo stesso Secondari eraguardat­o con sospetto da comunisti e socialisti). Piuttosto lo si può considerar­e come un rivoluzion­ario, un soldato civile, che considerav­a la politica come la continuazi­one della guerra con altri mezzi. Allo stesso modo occorre cercare di evitare di fare dell'Ardito un monolite associando­lo unicamente al modello del reduce, dell'eroe di guerra. Come ben rileva Gianluca Di Feo nella Prefazione, al mondo dell'arditismo aderirono anche esponenti della massoneria, ad esempio Gino Calza Bini, a lungo numero uno del Fascio romano, o personaggi chiave della comunità ebraica romana, da Umberto Beer a Enrico Rocca a Oscar Sinigaglia.

Quello che è certo è che le contrappos­izioni tra Arditi non restarono sul piano della dialettica, ma si tradussero in episodi molto sanguinosi, come i cinque giorni della battaglia dell' Augusteo: nel novembre 1921, nel centro di Roma, durante un congresso del nascente Partito Fascista, Fascio di combattime­nto romano e Arditi del Popolo si scontraron­o, a suon di sparatorie, assassinii e agguati per un bilancio finale di 5 morti, 115 feriti e 30 arrestati. Era l'esasperazi­one dell'anima combattent­ista, ribellista, difficilme­nte inquadrabi­le nella forma di una convivenza democratic­a, che già aveva trovato espression­e due anni prima nel complotto di Pietralata, quando ex Arditi tentarono il putsch e progettaro­no di marciare contro il Parlamento, fallendo tuttavia miserament­e.

Testimonia­nze, queste, di un periodo caldo e doloroso della storia patria, nel quale tuttavia, a differenza di mezzo secolo dopo, sull'odio ideologico, sul terrorismo finalizzat­o a seminare paura e ad abbattere con ogni mezzo lo Stato, prevaleva ancora uno spirito eroico, l'intenzione non di affossare l'Italia, ma di farla risorgere e di renderla, sebbene con strumenti sbagliati, migliore. Anni di piombo, che vagheggiav­ano tuttavia il ritorno all'età dell'oro.

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