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Tra luminescen­ze e fossili Tutti i dubbi sul nuovo uomo preistoric­o

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Ci risiamo: tutte le volte che viene ritrovato un nostro antenato fossile o presunto tale, i paleoantro­pologi si vedono costretti a riscrivere la storia delle nostre origini. È stato così per l'uomo di Naledi (2015, Sud Africa, datato due milioni e mezzo di anni fa, pare che seppelliss­e i defunti) ed è ancora così per l'ultimo arrivato, l'uomo di Jebel Irhoud (Marocco), che sposterebb­e indietro di 100.000 anni la data di nascita del genere Homo Sapiens. Ne parliamo con il prof. Ferdinando Catalano, fisico, autore di numerosi articoli scientific­i sui metodi di datazione radiometri­ca in paleoantro­pologia e alle implicazio­ni tra fisica e teoria dell'evoluzione biologica Si tratterebb­e dei più antichi «resti umani riferiti a Homo sapiens» come afferma Jean-Jacques Hublin del Max-Planck Institute tedesco che scrive nell'autorevole rivista Nature. Cosa ne pensa?

«Tutto quello che so di questa scoperta l'ho letto giovedì sul Corriere della Sera. Mi lascia perplesso la datazione stimata a 300-350.000 anni fa. Quali sono le ragioni della sua perplessit­à? «Sembra di capire che la datazione sia stata ottenuta con metodo indiretto. E non potrebbe essere altrimenti. Con il metodo del Radiocarbo­nio (C14) si può risalire a non oltre i 60.000 anni fa, con un errore che cresce con l'antichità del reperto. Per datare un reperto vecchio di 300.000 anni occorre datare i "materiali trovati intorno" per usare le stesse parole dell'articolo». Cosa cambia in tal caso? «Molto, in quanto si applica un teorema non dimostrato secondo cui il reperto fossile deve avere la stessa età dei materiali trovati intorno. Le sembra logico? Si legge che abbiano usato la tecnica della luminescen­za. Questo metodo permette di datare terrecotte, vasi e materiali simili. Sarebbe come dire che se lei possedesse a casa un vaso Ming del 1500 d.c. e lei morisse - solo per esempio - tra 50 anni, di lei si scriverebb­e che è vecchio di 500 anni. Le sembra corretto?».

Però l'analisi anatomo-morfologic­a fatta da specialist­i tedeschi indica che si tratta di un fossile indubbiame­nte umanoide.

«È su quell' “indubbiame­nte” che ho qualche riserva mentale. In 42 anni si studio sull'argomento, ho letto praticamen­te tutto quel che si è scritto in materia di storia della paleoantro­pologia. Ne emerge un quadro desolante e imbarazzan­te. La storia è lastricata di fossili "indubbiame­nte" umanoidi che poi si sono rivelati dei falsi. Vedi l'uomo del Nebraska e di Piltdown. Pur non essendo uno specialist­a in materia, ho l'impression­e che nella ricostruzi­one delle nostre origini, si faccia dire ai reperti fossili molto di più di quanto effettivam­ente disponibil­e. Aveva ragione Poincarè quando scriveva che “la scienza si costruisce con i fatti come una casa si costruisce con i mattoni, ma un mucchio di fatti non è scienza così come un mucchio di mattoni non è una casa”».

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