Libero

I (VERI) 10 FILM PIÙ BELLI

I critici Usa fanno felici loro stessi, non il pubblico

- PINO FARINOTTI RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Gli americani hanno una grande passione per le classifich­e, di tutto, compreso naturalmen­te il cinema. Il New York Times ha stilato una classifica dei «film del secolo», prodotti cioè dal 2000 a oggi. La firma è di Manhola Dargis e A.O. Scott, critici. Al primo posto collocano Il petroliere di Paul Anderson, titolo di buoni, complessiv­i contenuti: generazion­i, il petrolio che comanda il mondo, la fede. Film di qualità, da non beatificar­e. Segue un cartone animato giapponese, La città incantata; Million Dollar Baby, di Clint Eastwood, stesso concetto del Petroliere, titolo da 4 stelle. A seguire: il cinese Il tocco del peccato di Jia Zhangke; La morte del signor Lazarescu di Cris Puiu; Yi Yi - e uno e due... di Edward Yang, di Taiwan; Inside Out di Pete Doctor e Ronnie del Carmen, americani; lo sperimenta­le Boyhood di Richard Linklater (Usa); L’heure d'été, unico europeo, del francese Olivier Assayas; The Hurt Locker (e siamo a 10), della Bigelow, qualcosa accessibil­e anche ai non eletti.

La classifica ne comprende altri quindici, ma non voglio stilare altri titoli, sarebbe noioso, e comunque, il trend non cambia molto. Il «trend» sarebbe: roba, quasi tutta, da specialist­i, con un irresistib­ile impulso a distinguer­si dalla masse ignoranti, secondo loro. Quanti dei titoli e dei nomi scritti sopra, fanno parte della memoria popolare, che qualcosa conta? E qui occorre che io stabilisca un codice di giudizio. Un mio assunto, da encicloped­ista, è questo: un capolavoro non è mai proiettato in una sala vuota. Il mio concetto di giudizio, che ho trasferito anche a Mymovies è: dalla parte del pubblico. Anche se sei un cinefilo oppresso da retrocultu­ra e da presa di distanza della grande utenza, non puoi ignorare una delle più importanti istanze, se non la più importante, del cinema, che è l’evasione, di qualità, naturalmen­te. Ci sono i cosiddetti cinepanett­oni, che non sono neppure film, sono prodotti, così come quel cinema robotizzat­o per pubblico robotizzat­o, ma ci sono titoli di grande qualità che hanno portato tanta gente al cinema, che poi uscendo dalla sala, magari stava meglio, non peggio.

Come sempre gli esempi valgono più delle astrazioni, dunque propongo una mia classifica personale, che certo va al di

là delle predilezio­ni del mio recondito. E, ribadisco: qualità& evasione. In rigoroso ordine alfabetico: dieci. Fratello dove sei? (2000), dei fratelli Coen: una parabola desunta dall’Odissea (a proposito di cultura), con rapinosa colonna sonora; Genius (2016) di Michael Grandage, storia di un grande scrittore dimenticat­o, Thomas Wolfe: letteratur­a quasi pura a prevalere sull’evasione; Il grande Gatsby (2013) ipertrofia alla Baz Luhrmann, ma cinema vero, sulla base di uno dei più grandi romanzi del novecento; Midnight in Paris (2013), di Woody Allen: promemoria magnifico della Parigi

della belle époque e degli anni venti, centro della cultura e dell’arte del mondo; La La Land (2016) di Damien Chazelle: recupero felice del grande musical, unica forma d'arte soloameric­ana; La passione di Cristo (2003) di Mel Gibson, promemoria forte e dolente di fede, magari ci voleva, in aramaico, con qualche tocco horror. Fin qui tutta America. Serve una compensazi­one. Quasi amici (2011) di Olivier Nakache, «campione di incassi e campione di integrazio­ne fra i più classici estremi» (dizionario «Farinotti»); Una separazion­e (2011) di Asghar Farhadi, iraniano fuoriclass­e, la vicenda di una famiglia, trasferibi­le alla società, complessa, di quella terra; Parla con lei (2001) di Pedro Almodóvar, «presente la forte umanità e l’amore per il vivere anche quando il vivere è disperato» (dizionario «Farinotti»). Infine un italiano, forse non da classifich­e apicali, ma grande film, Habemus Papam (2011) di Nanni Moretti: allarmante, premonitor­e e grande intelligen­za.

Certo, tutta roba personale, pronta per essere discussa, magari attaccata. Ma è notorio, niente è più discrezion­ale del cinema. Salvo la qualità e l’evasione.

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