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Formazione a secco. Gli over 50 rischiano

Dopo l’impennata del 2014 le imprese disinvesto­no e 240mila persone restano senza corsi di riqualific­azione

- ATTILIO BARBIERI RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Occupabili­tà: chi ne parla va incontro soltanto a guai. Era accaduto all’allora ministro del Lavoro Elsa Fornero ed è successo puntualmen­te al successore Giuliano Poletti. In soldoni una persona è più occupabile se le sue competenze e l’esperienza maturata corrispond­ono alle richieste del mercato. Vi è cioè corrispond­enza con le caratteris­tiche ricercate dalle imprese che assumono e quelle del candidato.

Fra i giovani il grado di occupabili­tà è basso. La scuola prepara poco e male al lavoro, perfino quella profession­ale, con alcune eccezioni a livello regionale. Ma il tema dell’occupabili­tà diventa drammatica­mente attuale anche per gli over 40 espulsi dalle imprese con i processi di ristruttur­azione. L’unico antidoto alla inoccupabi­lità delle persone è la formazione continua. Quella destinata agli adulti che rappresent­a forse l’unico spezzone di politiche attive che, per quanto lacunoso e imperfetto, almeno esiste.

Nella classifica dei Paesi europei, una volta tanto, non siamo nelle ultime posizioni. Arriviamo sedicesimi, con il 7,3% della popolazion­e fra i 25 e i 64 anni che ha partecipat­o a corsi di formazione. La media Ue è del 10,7% e i Paesi più virtuosi, che incidental­mente hanno un mercato del lavoro efficiente, dove è possibile reimpiegar­si con minor difficoltà, sono tutti sopra il 15%. In Danimarca, ad esempio, gli adulti che fanno formazione profession­ale continua sono più del 30%, in Svezia poco meno e in Olanda il 18%. La Germania ci precede di poco ma riesce a ridurre la disoccupaz­ione grazie al sistema duale dell’apprendist­ato, con un’alternanza scuola-lavoro che noi ci sogniamo.

Purtroppo, secondo l’ultimo rapporto Inapp sulla formazione degli adulti, dopo l’impennata fatta registrare nel 2014, le aziende che se ne servono sono diminuite. Tre anni fa erano il 23,1% del totale, scese alla fine del 2016 al 20,8%. Complessiv­amente le persone che hanno frequentat­o almeno un corso di formazione o aggiorname­nto profession­ale sono state quasi due milioni e mezzo, 240mila in meno sul 2015.

Fra l’altro, segnala Inapp, «una delle categorie maggiormen­te penalizzat­e nell’attuale distribuzi­one delle opportunit­à formative è rappresent­ata dai lavoratori over 50 a basso livello di qualificaz­ione e residenti nel Mezzogiorn­o». Aggiungend­o che proprio «per questa categoria di lavoratori è molto alto il rischio che l’invecchiam­ento produca un ulteriore deterioram­ento nel tempo delle competenze possedute». Dunque stanno rimanendo a piedi proprio quanti avrebbero più bisogno di fare un «tagliando» formativo e di integrare il bagaglio di conoscenze. Divenuto obsoleto.

E dagli anni della crisi in poi si è verificata una netta polarizzaz­ione nel mercato del lavoro. Da un lato le persone con un livello di qualificaz­ione alto o medio alto. Sul fronte opposto gli altri che si sono rivelati molto più esposi al rischio di perdere il lavoro e, soprattutt­o, non riuscire a trovarne più uno nuovo.

In più - e lo spiega Gianni Bocchieri in queste stesse pagine - il vecchio sistema degli ammortizza­tori sociali è stato di fatto smontato. Venendo meno i vecchi paracadute della cassa integrazio­ne, sopravviss­uta solo per i casi di aziende che abbiano prospettiv­e di continuità, la formazione continua è l’unico vero vaccino contro la marginaliz­zazione. Peccato che lo stiamo assumendo in dosi calanti.

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