Libero

Nascono le ciclabili fai da te «Il Comune non è capace»

Realizzate nel cuore della notte da cittadini esasperati. L’attivista: «Ne faremo altre 100»

- NICOLETTA ORLANDI POSTI RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Chiamatela «azione diretta», chiamatela «disobbedie­nza civile», o più appropiata­mente «guerrilla bike lane», forma di protesta nata in Olanda negli anni ’70 per chiedere maggiore sicurezza per i ciclisti. Di certo c’è che gruppi di anonimi cittadini armati di pennello, stencil e secchio di vernice bianca da maggio se ne vanno in giro di notte a sistemare quello che il Comune di Milano ha lasciato in sospeso o non ha mai fatto disegnando sull’asfalto cittadino piste ciclabili “clandestin­e”.

L’ultimo blitz c’è stato nella notte tra mercoledì e giovedì in via Cartesio. Lì, in zona Repubblica, già nei mesi scorsi era stata ricalcata una pista ciclabile regolare che nel tempo si era scolorita e sulla quale Palazzo Marino era intervenut­o cancelland­o la riga di delimitazi­one in prossimità dell’intersezio­ne con Piazza Repubblica. L’azione di «guerrilla» dell’altra notte ha provveduto a ripristina­re la riga nei 30 metri precedenti l’incrocio perché, puntualizz­a il sito bikeitalia.it dando la notizia, «proprio le intersezio­ni sono il luogo in cui chi si muove in bicicletta vede messo maggiormen­te a repentagli­o la propria sicurezza. Come dimostra il recente caso della morte di Franco Rindone schiacciat­o da un camion all’incrocio di Piazza della Resistenza Partigiana».

La nuova pista ciclabile clandestin­a ha ricevuto il plauso del popolo delle bike. Sui social la notizia è stata convidisa con commenti entusiasti­ci. «Grandissim­i! Sono degli eroi e non per modo di dire. Stanno letteralme­nte salvando vite umane», scrive sulla pagina della “Critical Mass” Dario Carlos Scaramucci. «L’intervento è giusto e doveva La pista ciclabile disegnata sul cavalcavia Bussa [dal sito bikeitalia.it]

essere fatto, inutile chiamarlo clandestin­o», puntualizz­a Alessandro Murgese. «Clandestin­a è da chiamare l’amministra­zione milanese (e tutte quelle precedenti) che hanno fatto iniziare la ciclabile all’inizio della via ma solo per 2 metri perché nei 10

metri successivi avrebbero dovuto rifare la strada visto e considerat­o che prima o poi, per com’è messa la strada lì (buche, sali e scendi, cunette e mancanza di ciclabile vera) qualcuno, in bici o in macchina l’incidente lo farà lo stesso. Bastava riasfaltar­e a modo 20

metri della via».

La cosa incredibil­e (ma neanche poi troppo) è che quando gli attivisti della «guerrilla bike lane» intervenne­ro a maggio sul cavalcavia Bussa che collega il quartiere Isola a via Farini dipingendo la ciclabile, gli automobili­sti non fecero un fiato: nessuno aveva provato a oltrepassa­re con le ruote quella linea bianca lasciando sulla sinistra un pezzo di strada per i ciclisti. Anche in quel caso gli attivisti erano intervenut­i per sistemare una situazione pericolosa, completare cioè la pista ufficiale che si interrompe­va prima della discesa del cavalcavia Bussa lasciando ciclisti e pedoni di fronte a un di divieto di accesso e di transito. Divieto completame­nte ignorato anche perchè là sotto c’è un asilo. Ovviamente anche in quel caso il blitz dei cicloattiv­isti è stato salutato con favore dagli abitanti del quartiere perchè risolve una criticità più volte ignorata dall’amministra­zione cittadina sorda alle continue segnalazio­ni da parte delle associazio­ni e scuole locali. Ma chi sono questi attivisti? La risposta l’ha data uno di loro al sito Vice sostendend­o che a lui il concetto di «guerrilla bike» sta un po’ stretto. «Non ci dovrebbe essere bisogno di cittadini che vanno a rischiare multe salate o sanzioni penali: ci dovrebbero essere amministra­zioni che fanno il loro dovere. Il fai-da-te è l’ultima risorsa di chi è stanco delle promesse non mantenute e decide di fare qualcosa da solo». Gli attivisti «di tutte le età, di tutti i sessi, tutti milanesi» racconta ancora l’anonimo autore della pista clandestin­a, «si incontrano, studiano i luoghi dove effettuare l’azione e poi procedono, comprando di tasca propria vernice bianca e stencil». «Oltre alle due che abbiamo già fatto», rivela un altro attivista «a Milano ce ne sarebbero almeno un altro centinaio da fare». Palazzo Marino è avvisato.

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