L’Italia spac­co­na dei ca­pi­ta­li­sti per ca­so

Nel racconto di due pro­fes­so­ri uni­ver­si­ta­ri il ri­trat­to im­pie­to­so del­lo svi­lup­po eco­no­mi­co del Pae­se Po­ca ri­cer­ca, nes­sun aiu­to dal­lo Sta­to e quan­do ab­bia­mo sfio­ra­to il po­dio è sta­ta per pu­ra for­tu­na

Libero - - Pensiero - ALVISE LOSI DALL’UNI­TÀ A OG­GI RIPRODUZIONE RISERVATA

Il pro­ble­ma strut­tu­ra­le del ca­pi­ta­li­smo ita­lia­no è che non c’è (qua­si) mai sta­ta una strut­tu­ra. E al net­to dei nu­me­ri in cre­sci­ta l’eco­no­mia ita­lia­na non ha su­pe­ra­to i suoi sto­ri­ci li­mi­ti. Li­mi­ti che la cri­si eco­no­mi­ca non ha fat­to al­tro che met­te­re in lu­ce.

Con­den­sa­ta in po­che fra­si è que­sta la te­si di Ric­chi per ca­so - La pa­ra­bo­la del­lo svi­lup­po eco­no­mi­co ita­lia­no (il Mu­li­no, 2017, 319 pp., 19 eu­ro ),a cu­ra di Pao­lo Di Mar­ti­no e Mi­che­lan­ge­lo Va­sta. Un li­bro sti­mo­lan­te, scrit­to da pro­fes­so­ri uni­ver­si­ta­ri, che ha il me­ri­to di non ri­vol­ger­si so­lo ad ad­det­ti ai la­vo­ri e di of­fri­re an­zi la pos­si­bi­li­tà an­che a chi non può dir­si esper­to di ap­pro­fon­di­re i di­fet­ti che stan­no alla ba­se del si­ste­ma eco­no­mi­co ita­lia­no, con un percorso sto­ri­co che af­fon­da le sue ra­di­ci nel pe­rio­do suc­ces­si­vo all’Uni­tà d’Italia.

«L’Italia, an­che quan­do ha av­vi­ci­na­to il “cen­tro” dell’eco­no­mia mondiale, lo ha fat­to più per una se­rie di even­ti for­tui­ti e for­tu­na­ti che per una rea­le ca­pa­ci­tà di in­tra­pren­de­re la “stra­da mae­stra”», scri­vo­no i due cu­ra­to­ri del volume nell’in­tro­du­zio­ne. E pre­ci­sa­no: «La per­for­man­ce eco­no­mi­ca dell’Italia an­che quan­do am­pia­men­te po­si­ti­va, sia sta­ta trai­na­ta da con­tin­gen­ze for­tui­te e li­mi­ta­ta, piut­to­sto che aiu­ta­ta, dall’am­bi­to isti­tu­zio­na­le, che ha in­ve­ce di­mi­nui­to l’abi­li­tà del Pae­se di con­so­li­da­re i suoi pro­ces­si di cre­sci­ta di­ve­nen­do con­gruen­te con la fron­tie­ra del­la tec­no­lo­gia mondiale». In­som­ma, no­no­stan­te l’Italia sia en­tra­ta nel G8, il ri­schio di uscir­ne non è mai sta­to tan­to con­cre­to. Col­pa di isti­tu­zio­ni trop­po con­cen­tra­te sul ri­sul­ta­to im­me­dia­to e po­co sul lun­go pe­rio­do.

«Che le isti­tu­zio­ni ita­lia­ne non fun­zio­ni­no be­ne è pro­va­to da mol­te sta­ti­sti­che», com­men­ta Ma­rio Be­nas­si, pro­fes­so­re di Eco­no­mia e ge­stio­ne del­le im­pre­se all’Uni­ver­si­tà de­gli Stu­di di Mi­la­no. «Ma non si può di­re che le isti­tu­zio­ni sia­no le uni­che re­spon­sa­bi­li del­la si­tua­zio­ne del ca­pi­ta­li­smo ita­lia­no, che non è mai sta­to mol­to ro­bu­sto e an­zi si è ri­pa­ra­to die­tro all’om­brel­lo isti­tu­zio­na­le per in­te­res­si, an­che le­git­ti­mi, evi­tan­do una sa­na com­pe­ti­zio­ne in­ter­na in Italia e non espo­nen­do­si a pro­ces­si di se­le­zio­ne per da­re spa­zio al­le im­pre­se “mi­glio­ri”. L’in­di­ce di com­pe­ti­ti­vi­tà in­ter­na “Ric­chi per ca­so”, il li­bro sul­lo svi­lup­po eco­no­mi­co ita­lia­no dall’Uni­tà a og­gi. Sot­to, Pao­lo Di Mar­ti­no e Mi­che­lan­ge­lo Va­sta

di­mo­stra che il si­ste­ma ita­lia­no è mol­to re­go­la­men­ta­to con bar­rie­re e di­fe­se, l’op­po­sto di un si­ste­ma ca­pi­ta­li­sti­co che si ba­sa sul prin­ci­pio di con­cor­ren­za». Una si­tua­zio­ne che ha por­ta­to l’Italia a es­se­re im­pre­pa­ra­ta al­le nuo­ve ri­vo­lu­zio­ni in­du­stria­li che hanno se­gna­to un net­to sal­to tra XX e XXI se­co­lo, quan­do pri­ma la tec­no­lo­gia in­for­ma­ti­ca e ora quel­la ba­sa­ta su cloud e big da­ta hanno cam­bia­to il pa­ra­dig­ma in­du­stria­le.

«Ci sia­mo tro­va­ti com­ple­ta­men­te im­pre­pa­ra­ti so­stan­zial­men­te per due ra­gio­ni», spie­ga Alberto Bac­ci­ni, pro­fes­so­re di Eco­no­mia po­li­ti­ca a Sie­na. «Pri­mo, una strut­tu­ra in­du­stria­le fat­ta da im­pre­se pic­co­le e pic­co­lis­si­me che fun­zio­na­no be­ne ma hanno un pro­ble­ma di in­no­va­zio­ne; se­con­do, ci sia­mo di­men­ti­ca­ti che co­sa sia la po­li­ti­ca in­du­stria­le e con l’idea che il mer­ca­to ri­sol­va sem­pre tut­to non ab­bia­mo ri­cor­da­to che for­se c’è bi­so­gno di una ma­no da par­te del­lo Sta­to per go­ver­na­re al­cu­ni pro­ces­si». Un pro­ble­ma che si è acui­to con la cri­si, quan­do «l’Italia è sta­ta il Pae­se che ha di­sin­ve­sti­to di più in in­no­va­zio­ne e ri­cer­ca: le no­stre spe­cia­liz­za­zio­ni tra­di­zio­na­li sono una ric­chez­za ma an­che un bloc­co. Noi espor­tia­mo la mo­da, ma non ab­bia­mo in­ven­ta­to l’iP­ho­ne, non per­ché ci man­chi­no i geni, ma per­ché pro­ba­bil­men­te nes­su­no ha messo i sol­di nel­la ri­cer­ca che ser­ve per fa­re in­no­va­zio­ne tec­no­lo­gi­ca». O, per dir­la con le pa­ro­le di Be­nas­si, «an­che se la piz­za è sta­ta in­ven­ta­ta a Na­po­li, nes­su­na del­le gran­di ca­te­ne in­ter­na­zio­na­li è ita­lia­na».

Ser­vi­reb­be quin­di un cam­bio di pas­so e di men­ta­li­tà sia da par­te del­le isti­tu­zio­ni sia da par­te del­le im­pre­se, en­tram­bi in di­ver­sa mi­su­ra re­spon­sa­bi­li del­la scar­sa pro­pen­sio­ne dell’Italia in­du­stria­le al ri­schio. Cer­to è che la ri­cet­ta non è fa­ci­le da tro­va­re. «Una ri­du­zio­ne del co­sto del lavoro sen­za po­li­ti­che for­ti che spin­ga­no a un rein­ve­sti­men­to dei pro­fit­ti in tec­no­lo­gia, ri­cer­ca e in­no­va­zio­ne ri­sul­te­reb­be l’en­ne­si­mo sup­por­to di bre­ve pe­rio­do da­to a un’im­pren­di­to­ria che la sto­ria ha mo­stra­to es­se­re in lar­ga par­te po­co in­no­va­ti­va», scri­vo­no nel­le lo­ro con­clu­sio­ni Di Mar­ti­no e Va­sta. E pro­prio “in­no­va­zio­ne” è la pa­ro­la chia­ve sul­la qua­le con­cen­trar­si nel lun­go pe­rio­do per pro­va­re a da­re una spin­ta al ca­pi­ta­li­smo ita­lia­no. Che al net­to dei nu­me­ri po­si­ti­vi, non ha mai ri­sol­to i suoi li­mi­ti strut­tu­ra­li. An­che per isti­tu­zio­ni e in­fra­strut­tu­re in­suf­fi­cien­ti.

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