Libero

Per­si 3 an­ni, ma il po­sto fis­so non c’è

Gli oc­cu­pa­ti ri­sal­go­no ai li­vel­li pre cri­si, pe­rò so­no tut­ti pre­ca­ri. Fi­ni­ti gli sgra­vi del Jobs act, il mon­do del la­vo­ro è tor­na­to a gi­ra­re so­lo sui con­trat­ti a tem­po de­ter­mi­na­to, di cui il go­ver­no si è com­ple­ta­men­te di­sin­te­res­sa­to

- SAN­DRO IACOMETTI twit­ter@san­dro­ia­co­met­ti

La si­ni­stra e i sin­da­ca­ti han­no pas­sa­to gli ul­ti­mi an­ni a riem­pir­ci la testa di di­scus­sio­ni sul­le tu­te­le cre­scen­ti, sull’ar­ti­co­lo 18, sugli sgra­vi con­tri­bu­ti­vi. Ad un cer­to pun­to è sem­bra­to che il con­trat­to a tem­po de­ter­mi­na­to fos­se ri­ma­sto l’uni­co mo­do pos­si­bi­le con cui un’azien­da po­tes­se as­su­me­re per­so­na­le. Per un po’, l’in­gan­no ha ret­to: di­sin­cen­ti­vi da una par­te, in­cen­ti­vi dall’al­tra e una piog­gia di scon­ti fi­sca­li han­no pro­dot­to una cre­sci­ta ro­bu­sta dei po­sti fis­si. Dal di­cem­bre 2014 al di­cem­bre 2016 l’in­cre­men­to è sta­to del 7%, pa­ri a ben 700mi­la uni­tà.

Fi­ni­ta la fe­sta de­gli sgra­vi, pe­rò, la si­tua­zio­ne è tor­na­ta esat­ta­men­te quel­la di pri­ma. Il fe­no­me­no è già in at­to da tem­po, ma ora le pro­por­zio­ni so­no di­ven­ta­te ma­cro­sco­pi­che. Il go­ver­no ie­ri ha cer­ca­to di na­scon­de­re l’evi­den­za die­tro la ban­die­ra del trion­fa­li­smo. «Il nu­me­ro di oc­cu­pa­ti ha rag­giun­to il li­vel­lo più al­to da 40 an­ni», ha det­to il premier, Pao­lo Gen­ti­lo­ni, a pro­po­si­to del­lo sfo­ra­men­to di quota 23,18 mi­lio­ni, il da­to più al­to dall'ini­zio del­le se­rie sto­ri­che, «si può e si de­ve fa­re an­co­ra me­glio». «In cam­pa­gna elet­to­ra­le con­ta­no i ri­sul­ta­ti», ha esul­ta­to l’ex premier Mat­teo Ren­zi, «non le pro­mes­se. Ci so­no 1.029.000 po­sti di la­vo­ro in più dal feb­bra­io 2014. Il Job­sAct fun­zio­na».

Che i nu­me­ri dif­fu­si ie­ri dall’Istat de­scri­va­no uno sce­na­rio del mon­do del la­vo­ro ab­ba­stan­za po­si­ti­vo è dif­fi­ci­le da ne­ga­re. A no­vem­bre l’oc­cu­pa­zio­ne è cre­sciu­ta di 65mi­la uni­tà su ot­to­bre e di 345mi­la sull’an­no precedente, il nu­me­ro di oc­cu­pa­ti è al top dal 1977, il tas­so di di­soc­cu­pa­zio­ne è ca­la­to all’11%, al li­vel­lo più bas­so dal set­tem­bre 2012, la di­soc­cu­pa­zio­ne gio­va­ni­le è sce­sa al 32,7%, con una ac­ce­le­ra­zio­ne che non ha pa­ri nel vec­chio con­ti­nen­te, il tas­so di oc­cu­pa­zio­ne è sa­li­to al 58,4%, so­lo mez­zo pun­to in­fe­rio­re al li­vel­lo rag­giun­to nel 2008.

Guar­dan­do le ci­fre in con­tro­lu­ce, pe­rò, la so­stan­za cam­bia. In­tan­to, nel con­fron­to eu­ro­peo il no­stro tas­so di di­soc­cu­pa­zio­ne ri­sul­ta an­co­ra il peg­gio­re do­po Gre­cia e Spa­gna. Ma è so­prat­tut­to il cam­bia­men­to pro­fon­do del mon­do del la­vo­ro a bal­za­re agli oc­chi. In un an­no gli oc­cu­pa­ti a tem­po de­ter­mi­na­to so­no cre­sciu­ti del­lo 0,3% (+48mi­la), quel­li a ter­mi­ne fan­no un bal­zo del 18,3% (+450mi­la). Il ri­sul­ta­to è che la com­po­si­zio­ne dei nuo­vi oc­cu­pa­ti ne­gli ul­ti­mi 12 me­si è: 10% per­ma­nen­ti, 90% a ter­mi­ne. In al­tre pa­ro­le, su ogni 10 as­sun­ti so­lo uno ha il po­sto fis­so. Una cir­co­stan­za che non so­lo la di­ce lun­ga sui ri­sul­ta­ti ot­te­nu­ti dal go­ver­no nel­la sban­die­ra­ta lot­ta al­la pre­ca­rie­tà, ma im­po­ne an­che di leg­ge­re i da­ti com­ples­si­vi sull’oc­cu­pa­zio­ne in ma­nie­ra di­ver­sa. Le sta­ti­sti­che dell’Istat non so­no quel­le di Tri­lus­sa, ma in al­cu­ni ca­si pos­so­no for­ni­re una ver­sio­ne del­la real­tà de­ci­sa­men­te al­ter­na­ti­va. Ba­sti pen­sa­re, ad esem­pio, che nel­la li­sta de­gli oc­cu­pa­ti fi­ni­sce an­che chi ha la­vo­ra­to una so­la ora nel­la set­ti­ma­na di ri­fe­ri­men­to del­la ri­le­va­zio­ne. Ed ec­co al­lo­ra che se in­ve­ce di guar­da­re il nu­me­ro de­gli oc­cu­pa­ti pren­dia­mo in con­si­de­ra­zio­ne la quan­ti­tà di ore la­vo­ra­te, sco­pria­mo che i li­vel­li pre cri­si so­no an­co­ra ben lon­ta­ni. Nel se­con­do tri­me­stre del 2017 era­no in­fat­ti in­fe­rio­ri per ben 680 mi­lio­ni (il 5,9% del to­ta­le) ri­spet­to ai da­ti di ini­zio 2008. Stes­so discorso per le uni­tà di la­vo­ro equi­va­len­ti a tem­po pie­no (Ula), che som­ma­no tut­te le po­si­zio­ni la­vo­ra­ti­ve. Dal 2008 ab­bia­mo per­so ol­tre 1,2 mi­lio­ni di uni­tà di la­vo­ro equi­va­len­ti.

Se que­sto è il qua­dro, al di là del­le de­nun­ce, pur le­git­ti­me, di sin­da­ca­ti e op­po­si­zio­ni sull’esplo­sio­ne del pre­ca­ria­to, vie­ne da chie­der­si quan­to il go­ver­no sia sta­to lun­gi­mi­ran­te a dro­ga­re il mer­ca­to a col­pi di in­cen­ti­vi per ten­ta­re di sal­va­re il po­sto fis­so, piut­to­sto che ra­gio­na­re su nuo­ve re­go­le per il la­vo­ro fles­si­bi­le. Tan­to più che c’era­no già: quel­le stu­dia­te da Mar­co Bia­gi, che più di die­ci an­ni fa si era pre­oc­cu­pa­to di co­me tu­te­la­re i la­vo­ra­to­ri a tem­po. Co­me ha sin­te­tiz­za­to il suo al­lie­vo Mi­che­le Ti­ra­bo­schi, «il Li­bro Bian­co di Bia­gi guar­da­va al fu­tu­ro, il Jobs Act è ran­nic­chia­to sul pas­sa­to».

 ??  ??

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy