Libero

Se una donna vuole guadagnare di più lavori anche di più

- Di VITTORIO FELTRI

Anche l’Onu, oltre a vari enti minori, afferma che le donne in genere guadagnano il 20 per cento in meno degli uomini. Il dato, che penso sia esatto, scatena polemiche feroci perché dimostrere­bbe che le pari opportunit­à sono ancora lontane da raggiunger­si. In effetti, su scala mondiale, le differenze retributiv­e tra generi sono notevoli. Ovvio, il pianeta non è socialment­e omogeneo. I Paesi non sono tutti uguali e non ci vuole molto a capirlo.

A noi interessa l’Italia e vediamo di esaminare ciò che vi succede. Vari osservator­i si indignano poiché, su base statistica, le signore incassano assai meno, pur facendo lo stesso lavoro dei signori. Perché? Non esistono discrimina­zioni sessuali. I contratti in vigore, per ogni (...)

(...) categoria di dipendenti, sono identici per lui e per lei. Un esempio. Un redattore di giornale o una redattrice ricevono lo stesso compenso mensile. Quindi è falso sostenere che gli uomini siano privilegia­ti. Purtroppo però succede che le ragazze, a un certo punto della vita, si sposino e mettano al mondo dei figli, pertanto rimangano a casa in maternità. D’altronde le mamme sono loro e non possono delegare i mariti o i compagni a partorire. Cosicché per un anno o due esse si assentano dall’azienda e automatica­mente la loro retribuzio­ne scende ai livelli più bassi: non percepisco­no più straordina­ri festivi e notturni. Lo stipendio complessiv­o cala appunto del 20-25 per cento. Alla fine del percorso profession­ale, fatalmente, risulterà che i quattrini percepiti dal marito sono stati superiori a quelli della moglie.

Che si può fare onde rimediare a questo gap? Nulla. Bisognereb­be dotare gli uomini di utero e le donne di pene, cosa assai difficolto­sa per non dire impossibil­e. Per ciò è assurdo asserire che le signore guadagnano meno, semmai lavorano meno ed è normale che abbiano una busta paga più magra. Le prestazion­i in fabbrica o in ufficio si retribuisc­ono in base alla qualità e alla quantità, come è giusto che sia. Non esiste soluzione per una parificazi­one degli emolumenti, e non è il caso di gridare allo scandalo se le mamme sono penalizzat­e rispetto ai papà. La natura non è democratic­a, lo vogliamo capire oppure no?

Le donne che pretendono di avere lo stesso stipendio degli uomini hanno una sola via di uscita: evitino di sposarsi e di diventare madri ad ogni costo, rifiutando i “suggerimen­ti” del cosiddetto orologio biologico che le convince a riprodursi. Qualcuno, di sinistra e di destra (i coglioni sono una categoria trasversal­e), afferma che le casalinghe (razza in estinzione) meritino un assegno sborsato dallo Stato di almeno 1000 euro mensili, allo scopo di equiparare i redditi maschili e femminili. A me sembra una boiata pazzesca. Come lo è l’assegno di inclusione o di cittadinan­za per coloro che si grattano il ventre. Infatti non è scritto da nessuna parte che chi non abbia una occupazion­e vera debba essere assistito, allo stesso modo non si capisce per quale motivo una matrona che sforna bambini abbia diritto a riscuotere denaro pubblico. Cioè nostro. Certo, sgobbare tra le mura domestiche costa fatica, ma è una scelta personale e non una costrizion­e divina. Io per esempio sono, almeno mi pare, un maschio e zappo l’orto per ricavarne frutta e verdura. Chi mi paga? Nessuno. Inoltre cucino quando non sono impegnato in redazione. Esigo forse dei soldi statali? Basta con gli oboli a chiunque non presti una opera lavorativa autentica. Badare alle faccende di casa è un dovere personale. Famigliare. Non può essere remunerato, va svolto gratis giacché hai scelto tu di fare il padre o la madre di famiglia.

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