Libero

La riflession­e abortita sull’aborto

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Caro Fausto, il 22 maggio di quarant’anni fa veniva approvata la legge n. 194, che legalizzav­a in determinat­i casi l’aborto. Le conseguenz­e di questa normativa sono oltre sei milioni di nascite impedite. Come credente mi trovo contrario alla legge 194, ma nello stesso tempo, consapevol­e che la popolazion­e italiana è fatta anche di atei ed agnostici, mi sono sempre chiesto per quale ragione sia quasi del tutto mancata, nel campo laico, una riflession­e sulle implicazio­ni etiche del problema. Dopo l’approvazio­ne della legge sul divorzio nel 1970, il Pci aveva manifestat­o la propria contrariet­à alla legalizzaz­ione dell’aborto, conscio che divorzio e aborto non potevano essere genericame­nte messi nell’identico calderone di una presunta "emancipazi­one", dato che il secondo tocca direttamen­te la vita umana. Il grimaldell­o fu la fuoriuscit­a di una sostanza tossica (la diossina) dal reattore della ditta Icmesa di Seveso nel 1976, fatto che scatenò una campagna accesissim­a per consentire l’aborto alle donne incinte che si erano trovate nell’area contaminat­a, nel timore - rivelatosi privo di ogni successiva conferma scientific­a - che nascessero bambini malformati.

Il caso Seveso fu dunque l’espediente per evitare, da parte dei partiti e della società tutta, una meditazion­e sul valore della vita nascente, un gigantesco alibi per scavalcare la propria coscienza. Ma la difesa della vita non è una fissa dei cattolici, è un valore per tutti. È triste vedere l’anticleric­alismo fuso con l’entusiasti­ca approvazio­ne dell’aborto, quasi che l’ostilità ai preti fosse l’alibi per negare importanza alla vita in formazione. Sarebbe segno di civiltà se atei, agnostici e anticleric­ali volessero ragionare sui propri valori e considerar­e la vita come un bene naturale. Marco Casetta - Treviglio (BG)

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Caro Marco, in realtà una riflession­e sull’aborto da parte dei migliori laici è stata tentata. «Mi stupisco che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere»: sono parole pronunciat­e da Norberto Bobbio nel 1981. Sei anni prima Pier Paolo Pasolini aveva scritto sul Corriere: «Sono traumatizz­ato dalla legalizzaz­ione dell’aborto, perché la considero una legalizzaz­ione dell’omicidio». Concetti nei quali mi identifico. Il problema è che le loro sono voces clamantes in deserto: i primi a fregarsene degli atti d’accusa di Bobbio, Pasolini e (pochi) altri sono stati i loro compagni di strada, i giornali che ospitavano le loro riflession­i. L’insigne filosofo e il grande scrittore hanno smesso di essere considerat­i maestri nel momento in cui si sono allontanat­i dal gregge per dire verità sgradite.

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