Un No Tav de­ci­de­rà la sor­te del­la Tav

To­ni­nel­li fa giu­di­ca­re 14 can­tie­ri a un prof che con­si­de­ra l’Al­ta ve­lo­ci­tà «uno spre­co» e che giu­sti­fi­ca­va i con­te­sta­to­ri

Libero - - Da Prima Pagina - RE­NA­TO FA­RI­NA © RIPRODUZIONE RISERVATA

Pos­si­bi­le che Sal­vi­ni non si al­zi dal­la se­dia, ri­bal­tan­do con il gi­noc­chio il tavolo di Pa­laz­zo Chi­gi? Quel­lo che stia­mo per rac­con­ta­re non ci si può cre­de­re sia sta­to ac­cet­ta­to da gen­te con la te­sta sul­le spal­le e che vo­glia un mi­ni­mo di be­ne all’Italia. Qual­cu­no de­ve aver na­sco­sto le car­te, una ma­ni­na ma­gi­ca. Par­lia­mo di gran­di ope­re, in­fra­strut­tu­re de­ci­si­ve per non pre­ci­pi­ta­re in Afri­ca, non stia­mo par­lan­do dell’arte di sfo­glia­re le ver­ze.

La que­stio­ne è ar­ci-no­ta. La Tav si fa o no? Nel 2003 l’Eu­ro­pa de­ci­se, su spin­ta di Ber­lu­sco­ni e Lu­nar­di, di far pas­sa­re dall’Italia il cor­ri­do­io nu­me­ro 5, de­sti­na­to a col­le­ga­re la Co­sta Atlan­ti­ca a Kiev e al Cau­ca­so. La Fran­cia avreb­be vo­lu­to tran­si­tas­se più a Nord, in Al­sa­zia, d’ac­cor­do con la Ger­ma­nia: me­no co­sti, nien­te tun­nel, e la re­gio­ne più eco­no­mi­ca­men­te in espan­sio­ne d’Eu­ro­pa, il nostro Nord, te­nu­to fuo­ri. Co­sti-be­ne­fi­ci? Non c’è partita. Trat­ta­si di vi­ta o mor­te del nostro Set­ten­trio­ne. Non c’è partita. Tut­te bal­le quel­le di chi di­ce che è un’ope­ra vec­chia, inu­ti­le. Que­sto di­scor­so va­le an­che per il Ter­zo va­li­co che evi­te­reb­be la pri­gio­nia di Ge­no­va. E via co­sì. In­ve­ce cau­sa le po­si­zio­ni, pe­ral­tro di­chia­ra­te in cam­pa­gna elet­to­ra­le, dai Cin­que Stel­le, sia­mo in apnea. Il go­ver­no ha co­mu­ni­ca­to di es­se­re in at­te­sa dell’ora­co­lo di Del­fi. Più mo­der­no per­ché og­gi ba­sa­to sull’al­go­rit­mo, ma al­tret­tan­to di­vi­no. È un mo­do con cui si è ri­sol­to il con­tra­sto tra i le­ghi­sti, pro­pen­si al la­vo­ro, e i gril­li­ni, at­trat­ti dal di­va­no del­la de­cre­sci­ta fe­li­ce. Dun­que si è chia­ma­to un va­te, l’Ein­stein dei va­li­chi, con la pal­la ma­gi­ca.

L’AL­GO­RIT­MO SO­NO IO

Eh sì, in gi­noc­chio, pas­sa in pro­ces­sio­ne l’al­go­rit­mo. Ma il sa­cer­do­te che lo im­pu­gna co­me un osten­so­rio ha uno stra­no sguar­do, ha l’aria di di­re: al­go­rit­mo un par di bal­le, l’al­go­rit­mo so­no io. È il pro­fes­so­re in pen­sio­ne Mar­co Gui­do Pon­ti (sul suo cur­ri­cu­lum scri­ve più fi­ne­men­te «re­ti­red pro­fes­sor»). È sta­to no­mi­na­to pre­si­den­te del­la Com­mis­sio­ne che do­vrà gi­ra­re il pol­li­ce in su o in giù da­van­ti ai 14 can­tie­ri del­le gran­di ope­re in cor­so. In­tor­no a Na­ta­le, Pon­ti, sen­ti­ti i suoi col­la­bo­ra­to­ri che già da lu­glio scor­raz­za­no per l’Italia, con­se­gne­rà il fo­gliet­to al mi­ni­stro di In­fra­strut­tu­re e Tra­spor­ti Da­nie­le To­ni­nel­li con il ri­sul­ta­to del quiz da Ri­schia­tut­to: se con­vie­ne o no pro­ce­de­re con tun­nel, tra­git­ti fer­ro­via­ri dell’Al­ta Ve­lo­ci­tà, cor­ri­doi stra­te­gi­ci che bu­chi­no le Al­pi per con­sen­ti­re ai no­stri por­ti, non so­lo Ge­no­va, ma an­che Trie­ste, di es­se­re sno­di stra­te­gi­ci del com­mer­cio tra Asia, Afri­ca e Gran­de Nord.

Il man­tra ayur­ve­di­co, l’es­se­re o non es­se­re am­le­ti­co che ci pen­de sul­la te­sta è que­sto: nel rap­por­to co­sti-be­ne­fi­ci la bilancia da che par­te pen­de? Dol­cet­ti o scher­zet­ti? Il mon­do cor­re. Noi se­du­ti fuo­ri dal­la stan­za del Ma­go Sa­bi­no.

In at­te­sa sta pu­re il sin­da­co di Torino, Chia­ra Ap­pen­di­no, la qua­le è No Tav, lo è sem­pre sta­ta, e ha fat­to vo­ta­re in con­si­glio co­mu­na­le una mo­zio­ne che ha esa­spe­ra­to chiun­que ab­bia vo­glia di la­vo­ra­re, ma og­gi non pre­ten­de più che si ob­be­di­sca al sa­cro vo­to, e di­ce: aspet­tia­mo Pon­ti. Co­me mai tan­ta se­re­ni­tà? Mi­ca è sce­ma la boc­co­nia­na. An­che lei, co­me noi, ha let­to l’intervista da­ta al­la Stam­pa il 29 ot­to­bre dal Pro­fes­so­re in pen­sio­ne. Co­stui fin­ge di non sa­pe­re che tut­ti pen­do­no dal suo re­spon­so e so­stie­ne che la de­ci­sio­ne sa­rà po­li­ti­ca. Ov­vio: non fir­ma lui il de­cre­to di stop. Ma il go­ver­no si è già espres­so con­se­gnan­do­si al­la sua boc­ca ma­gi­ca. E lui si sco­pre. Iro­niz­za sul re­spon­so da­to fi­no­ra da­gli esper­ti e dall’Os­ser­va­to­rio Tav: «Guar­da ca­so tut­te le ana­li­si han­no da­to lo stes­so re­spon­so; pro­get­to me­ra­vi­glio­so!». So­stie­ne che al­lo Sta­to con­vie­ne il tra­spor­to su gom­ma, «non è una mia opi­nio­ne» ma un da­to di fat­to. Co­sì co­me è un ri­schio con­cre­to che, con i co­sti che com­por­ta, «l’Al­ta ve­lo­ci­tà ci por­ta in Gre­cia, non in Fran­cia». A do­man­da pre­ci­sa di Giu­sep­pe Sal­vag­giu­lo: «Lei è No Tav?», ri­spon­de: «Fal­so».

CON GLI AMBIENTALISTI

Ah sì? Leg­gia­mo cos’ha scrit­to sul Fat­to. 21 mar­zo 2015. L’Al­ta Ve­lo­ci­tà Fer­ro­via­ria è «un fol­le spre­co dei no­stri sol­di. Con­si­de­ria­mo Mar­co Pon­ti, già do­cen­te di Eco­no­mia e Pia­ni­fi­ca­zio­ne dei Tra­spor­ti al Po­li­tec­ni­co di Milano, è sta­to in­ca­ri­ca­to dal mi­ni­stro Da­ni­lo To­ni­nel­li dell’ana­li­si co­sti-be­ne­fi­ci di die­ci gran­di ope­re, la cui ese­cu­zio­ne è sta­ta mes­sa in di­scus­sio­ne dal Mo­vi­men­to Cin­que Stel­le. «En­tro Na­ta­le, for­se pri­ma», ha an­nun­cia­to lo stu­dio­so in una intervista al­la «Stam­pa», il team di esper­ti da lui gui­da­to ren­de­rà pub­bli­che le sue va­lu­ta­zio­ni la “ma­dre di tut­ti gli spre­chi”, l’al­ta ve­lo­ci­tà fer­ro­via­ria (AV)».

L’an­no pre­ce­den­te ave­va ver­ga­to un com­men­to pe­ren­to­rio, do­po le ma­ni­fe­sta­zio­ni vio­len­te No Tav, che cau­sa­ro­no fe­ri­ti tra le for­ze dell’or­di­ne. È il 27 di­cem­bre 2014. Ti­to­lo: «Tav, con­te­sta­re è le­ci­to ma gli at­ten­ta­ti ac­ce­le­ra­no i la­vo­ri». Non una pa­ro­la sul san­gue de­gli agen­ti, sui can­tie­ri in fiam­me, su­gli ope­rai cri­mi­na­liz­za­ti.

La pre­oc­cu­pa­zio­ne è che i No Tav ab­bia­no sba­glia­to tat­ti­ca, ro­vi­nan­do la stra­te­gia. «Le pro­te­ste am­bien­ta­li­ste... nel ca­so del Tav Torino-Lio­ne ap­pa­io­no nel com­ples­so mo­ti­va­te ed in­for­ma­te. Ma il ri­cor­so al­la vio­len­za in ta­li pro­te­ste ap­pa­re del tutto fun­zio­na­le agli in­te­res­si dei pro­mo­to­ri dell’ope­ra (“cui pro­de­st?” non è una do­man­da pe­re­gri­na, a vol­te). In­fat­ti giu­sta­men­te “lo Sta­to non può ce­de­re al­la vio­len­za…” e que­sta vio­len­za, se­con­do chi scri­ve, po­treb­be ef­fet­ti­va­men­te pren­de­re una de­ri­va ter­ro­ri­sti­ca. Cer­to che la mam­ma dei cre­ti­ni è sem­pre in­cin­ta, ma for­se alcuni di que­sti non so­no tan­to cre­ti­ni, an­che se a pen­sar ma­le si va all’in­fer­no». In­som­ma: il pericolo so­no i Sì Tav, che ali­men­ta­no il ter­ro­ri­smo per im­por­re un’ope­ra in­fa­me.

Sal­vi­ni, Gior­get­ti, Con­te, co­me ave­te fat­to ad ac­cet­ta­re che un si­mi­le per­so­nag­gio sia chia­ma­to dai vo­stri so­ci a de­ci­de­re su que­stio­ni vi­ta­li? Ha scrit­to nel pro­prio cur­ri­cu­lum fe­sto­sa­men­te: «So­no sta­to de­fi­ni­to a suo tem­po da un col­la­bo­ra­to­re del mi­ni­stro Lu­nar­di un pe­ri­co­lo­so co­mu­ni­sta-li­be­ri­sta, co­sa di cui va­do mol­to fie­ro». Bra­vo, co­me di­ce­va Pe­tro­li­ni a Ne­ro­ne.

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