Vaf­fa di Mi­la­no a Di Ma­io: fac­ci la­vo­ra­re

Il sin­da­co Sa­la con­tro la chiu­su­ra do­me­ni­ca­le dei ne­go­zi: «Una follia, la fac­cia ad Avel­li­no». Gig­gi­no: «Fi­ghet­to». La re­pli­ca: «Pri­ma di par­la­re, sgob­bi un po’»

Libero - - Da Prima Pagina - RE­NA­TO FA­RI­NA Bep­pe Sa­la, il sin­da­co di Mi­la­no, è sta­to per una vol­ta il sin­da­co di tut­ti i mi­la­ne­si, com­pre­si i ter­ro­ni che al Nord so­no più dei po­len­to­ni e spes­so li bat­to­no in or­go­glio pa­da­no. E ha det­to ciò che - dal­le par­ti del­la Ma­don­ni­na, ma pu­re i

(...) di Mau­ri­zio Mar­ti­na, ha ru­ba­to il me­stie­re del­la fran­chez­za espres­si­va a Mat­teo Sal­vi­ni. Il sin­da­co di Be­ne­ven­to, Cle­men­te Ma­stel­la, che pe­rò è cer­to no­stal­gi­co del­le an­ti­che pas­seg­gia­te ir­pi­ne con Ci­ria­co De Mi­ta, ha pro­cla­ma­to: «So­no in­di­gna­to, an­che se nes­su­no è più lon­ta­no di me dai Cin­que Stel­le!». An­che noi, e per di più lo sia­mo an­che dal Pd, ma che c'en­tra?

Di Ma­io, in­co­rag­gia­to dal­la grin­ta del mi­ti­co san­ni­ta, an­che lui a suo tem­po «mi­ni­stro del la­vo­ro che non ha mai la­vo­ra­to» (ti­to­lo del Giornale del giu­gno 1994), a que­sto pun­to è pas­sa­to al­le ma­nie­re for­ti, e ha re­pli­ca­to su In­sta­gram con l'evi­den­te in­ten­to di chia­ma­re in pro­prio soc­cor­so Sal­vi­ni: «Sa­la ri­tie­ne i di­rit­ti dei la­vo­ra­to­ri una rot­tu­ra di pal­le? È un sin­da­co fi­ghet­to del Pd, e me ne fre­go». Ha usa­to due pa­ro­li­ne che di so­li­to fan­no scat­ta­re co­me una mol­la il lea­der del­la Le­ga su Twit­ter. Fi­ghet­to e Pd: un ri­chia­mo del­la fo­re­sta, un faz­zo­let­to ros­so per il to­ro. Sal­vi­ni vo­le­va di cer­to uscir­se­ne con una di­chia­ra­zio­ne ira­ta, da bra­va chioc­cia nor­di­sta del ter­ron­cel­lo, ma non ce l’ha fat­ta, e gli è usci­to un les­si­co all’al­tez­za ce­ri­mo­nia­le di un Ser­gio Mat­ta­rel­la do­po il bro­di­no: «Sa­la mi sem­bra quan­to me­no ir­ri­spet­to­so».

GIÙ LE MA­NI

Ir­ri­spet­to­so! Quan­to me­no! Ad­di­rit­tu­ra, che pa­ro­lo­ne al ful­mi­co­to­ne, chi glie­le ha pre­sta­te? Scher­zia­mo, ov­vio. Ca­pia­mo l’im­ba­raz­zo di Mat­teo. C’è il do­ve­re po­li­ti­co di non so­li­da­riz­za­re con uno di si­ni­stra. Ma pa­ne al pa­ne: chi è ir­ri­spet­to­so in que­sta sto­ria? Sa­la che di­fen­de Mi­la­no, e vuo­le tra­sfor­ma­re lo sta­dio di San Si­ro in un im­pian­to per mi­la­ne­si, spor­ti­vi e tu­ri­sti che fun­zio­ni set­te gior­ni su set­te, h 24, o chi «in no­me del di­rit­to de­gli sfrut­ta­ti» (ma qua­li? ma chi?) pre­ten­de­re di co­man­da­re Mi­la­no co­me un guap­po in tra­sfer­ta, fa­cen­do ti­rar su e giù le ser­ran­de di mer­can­ti e af­fi­ni a suo pia­ci­men­to? Dai che lo sap­pia­mo tut­ti, Mat­teo. Ca­pia­mo le esi­gen­ze di pre­ser­va­re una cer­ta pa­ce so­cia­le con gli al­lea­ti, non sia­mo na­ti ie­ri, ed è ov­vio spi­ri­to di squa­dra. Ma che squa­dra è? Non si può per­met­te­re che cir­co­li­no, con plau­so del Nord, mi­ni­stri che vo­glio­no met­te­re zuc­che­ro nel mo­to­re di Mi­la­no e del Set­ten­trio­ne, in­ve­ce del ti­gre, co­me nel­la pub­bli­ci­tà di una vol­ta. È fi­ni­ta quel­la pub­bli­ci­tà, ma no­no­stan­te tut­to i pi­sto­ni stan­tuf­fa­no an­co­ra: da que­ste par­ti c’è an­co­ra ben­zi­na e fan­ta­sia. Mi­la­no rie­sce, con que­sta sua pel­le lu­ci­da­ta di mo­der­ni­tà at­ti­va, ad at­ti­ra­re no­ve mi­lio­ni di ospi­ti e viag­gia­to­ri da tut­to il mon­do. Che si fa? Li si chiu­de fuo­ri la do­me­ni­ca dai cen­tri com­mer­cia­li e dai ne­go­zi? Sem­mai bi­so­gne­reb­be in­cen­ti­va­re l’aper­tu­ra fe­sti­va di bar e ri­sto­ran­ti, de­tas­san­do la fa­ti­ca e i con­tri­bu­ti, per­ché ci so­no fin trop­pi lo­ca­li con il tur­no di ri­po­so nel gior­no del Si­gno­re.

UN AL­TRO MON­DO

Che dal­le par­ti nor­di­che – e non è un da­to et­ni­co ma fat­tual­men­te geo­gra­fi­co – ci sia un pi­glio di­ver­so, e non per­ché si sia in­va­sa­ti di ca­pi­ta­li­smo sel­vag­gio, ma per ra­gio­ni an­ti­che e con­tem­po­ra­nee di ci­vil­tà, Di Ma­io se n’è ac­cor­to ve­ner­dì, in vi­si­ta sul­le Do­lo­mi­ti bel­lu­ne­si. A Roc­ca Pie­to­re e Mal­ga Cia­pe­la (Bel­lu­no), ai pie­di del­la Mar­mo­la­da, ha par­la­to de­gli aiu­ti che ar­ri­ve­ran­no dal­lo Sta­to e an­nun­cia­to che pas­se­rà il Na­ta­le in Ve­ne­to, in­vi­tan­do i tu­ri­sti a se­gui­re il suo esem­pio. Ot­ti­mo, e ab­bon­dan­te, an­che se i mi­lio­ni stan­zia­ti (253 per 11 Re­gio­ni) so­no una ine­zia. Ha di­mo­stra­to pe­rò di ave­re oc­chi per ve­de­re e te­sta per ca­pi­re. C’era­no un sac­co di uo­mi­ni e don­ne al la­vo­ro. Mol­ti di es­si era­no vo­lon­ta­ri. È ri­ma­sto col­pi­tis­si­mo. E ma­ni­fe­stan­do un sin­ce­ro stu­po­re si è la­scia­to an­da­re a un sen­ti­men­to non si ca­pi­sce se di am­mi­ra­zio­ne, in­vi­dia o co­ster­na­zio­ne: «Ma so­no tut­ti qui a la­vo­ra­re per ri­co­strui­re?» (Il Gaz­zet­ti­no). In quel­la fra­se c’è un mon­do. La sco­per­ta di un con­ti­nen­te nuo­vo. Vo­lon­ta­ri che spaz­za­no, spo­sta­no abe­ti. Non so­no i ventimila fo­re­sta­li del­la Si­ci­lia, che stan­no a ca­sa ad aspet­ta­re or­di­ni, o so­no in fi­la dal me­di­co di ba­se per cer­ti­fi­car­si la ma­lat­tia. Ma gen­te che gra­tui­ta­men­te cer­ca di ri­sol­le­va­re chi sta peg­gio, per ri­par­ti­re. An­che og­gi, do­me­ni­ca, ci da­ran­no den­tro.

In se­ra­ta Sa­la ha re­pli­ca­to su Fa­ce­book: «Quan­do il mi­ni­stro Di Ma­io avrà la­vo­ra­to nel­la sua vi­ta il 10% di quan­to ho fat­to io, sa­rà più ti­to­la­to a de­fi­nir­mi “fi­ghet­to”. Non ho al­tro da ag­giun­ge­re». Per­fet­to.

La mo­ra­le? Lo Spi­ri­to sof­fia do­ve vuo­le, e sic­co­me è pur sem­pre Dio, può per­met­ter­si di ispi­ra­re apo­sto­li­ca­men­te per­si­no uno di si­ni­stra. Sa­la ha sba­glia­to un po’ la mi­ra. Gli ha chie­sto di chiu­de­re i ne­go­zi la do­me­ni­ca ad Avel­li­no, men­tre Di Ma­io è di Tor­re An­nun­zia­ta, pro­vin­cia di Na­po­li. Ma ci ac­con­ten­tia­mo, per uno del Pd è tan­to.

(Fo­to­gram­ma)

Il sin­da­co di Mi­la­no Bep­pe Sa­la

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