Trop­pi an­zia­ni dro­ga­ti di psi­co­far­ma­ci e op­pioi­di

Libero - - Attualità -

Non cer­ca­no lo sbal­lo co­me i gio­va­ni che sciol­go­no le pa­sti­glie nei cock­tail per ti­ra­re l’al­ba in di­sco­te­ca. Né fi­ni­sco­no in brut­ti gi­ri nel­le in­fer­na­li piaz­ze ita­lia­ne di spac­cio. Non as­su­mo­no dro­ga ve­ra e pro­pria – eroi­na, co­cai­na, an­fe­ta­mi­ne – ma si im­bot­ti­sco­no di an­ti­do­lo­ri­fi­ci per le­ni­re gli ine­vi­ta­bi­li ac­ciac­chi do­vu­ti all’età che avan­za, di an­sio­li­ti­ci per dor­mi­re più ri­las­sa­ti (Le­xo­tan su tut­ti), di psi­co­far­ma­ci per scac­cia­re i fantasmi del­la de­pres­sio­ne.

Ba­sta una pre­scri­zio­ne me­di­ca per un pro­ble­ma che esi­ste ed ec­co che gli an­zia­ni in un at­ti­mo fi­ni­sco­no in un vor­ti­ce fat­to di goc­ce e pa­stic­che. Nel no­stro pae­se, stan­do ai da­ti del rap­por­to Osmed sti­la­to dall’Agen­zia ita­lia­na, il 14% de­gli over 65 nel 2017 si è pre­sen­ta­to al ban­co­ne del­la far­ma­cia per ri­ti­ra­re (al­me­no) una sca­to­la di an­ti­de­pres­si­vi. Con le don­ne che han­no dop­pia­to in nu­me­ro gli uo­mi­ni. Men­tre il 12% di lo­ro ha fat­to ri­cor­so a op­pioi­di, po­ten­ti far­ma­ci anal­ge­si­ci spes­so usa­ti nell’am­bi­to del­la te­ra­pia del do­lo­re: ef­fi­ca­ci per fre­na­re la sof­fe­ren­za, ma ca­pa­ci di crea­re di­pen­den­za fi­si­ca e psi­chi­ca se chi li as­su­me non ne ha al­cun bi­so­gno.

È im­pos­si­bi­le, pe­rò, quan­ti­fi­ca­re il nu­me­ro di an­zia­ni che fan­no uso im­pro­prio dei far­ma­ci. Per­ché no­no­stan­te il pro­ble­ma sia con­cre­to non esi­ste uno stu­dio che in­qua­dri be­ne il fe­no­me­no. «Ci so­no una se­rie di so­stan­ze co­mu­ni nel­la pre­scri­zio­ne me­di­ca che so­no in gra­do di da­re di­pen­den­za e an­che asti­nen­za nel mo­men­to in cui non ven­go­no più as­sun­te, co­me per esem­pio tut­ta la fa­mi­glia del­le ben­zo­dia­ze­pi­ne, ma la co­sa stra­na è che la di­pen­den­za da far­ma­ci vie­ne con­si­de­ra­ta po­co, al con­tra­rio di quel­la da dro­ga e al­col. Que­sto per­ché non vie­ne cal­co­la­ta co­me una de­vian­za e i pro­dot­ti com­mer­cia­li con­tri­bui­sco­no al fat­tu­ra­to», spie­ga Ric­car­do Gat­ti, psi­chia­tra e di­ret­to­re del Di­par­ti­men­to In­te­ra­zien­da­le Di­pen­den­ze di Mi­la­no.

Quel­lo che fa la dif­fe­ren­za è l’uso con­ti­nua­ti­vo dei far­ma­ci. Che è co­sa di­ver­sa dall’abu­so. «Chi pren­de un cer­to ti­po di pro­dot­to, e ot­tie­ne be­ne­fi­ci, va avan­ti a usar­lo. Quan­do pe­rò smet­te va in asti­nen­za, e lo ri­pren­de cre­den­do di non es­ser gua­ri­to». I ri­schi so­no die­tro l’an­go­lo. An­che in vir­tù del fat­to che gli an­zia­ni di og­gi, al net­to di par­ti­co­la­ri pa­to­lo­gie, so­no mol­to at­ti­vi. E ro­vi­nar­si fi­si­co e men­te per riem­pir­si di far­ma­ci quan­do se ne può fa­re a me­no non è il mo­do mi­glio­re per pas­sa­re la vec­chia­ia. «L’uti­liz­zo di so­stan­ze an­che psi­coat­ti­ve può pro­vo­ca­re de­fi­cit co­gni­ti­vi, di fun­zio­ne, di me­mo­ria, op­pu­re di­stur­bi fi­si­ci co­me il de­ca­di­men­to del­le ca­pa­ci­tà di rea­zio­ne», sot­to­li­nea Gat­ti.

Ma per­ché gli over 65 fi­ni­sco­no per in­ghiot­ti­re pa­stic­che ol­tre mi­su­ra an­che se non ne han­no bi­so­gno? La col­pa è del si­gni­fi­ca­to che si at­tri­bui­sce al far­ma­co. Del­la se­rie: se ti pren­di cu­ra di te stes­so si­gni­fi­ca che stai fa­cen­do qual­co­sa buo­no. Ma non se stai su­pe­ran­do il li­mi­te e gli ef­fet­ti col­la­te­ra­li pro­vo­ca­no pe­ri­co­lo­se esca­la­tion.

«Do­po una cer­ta età tut­ti sof­fro­no di una pa­to­lo­gia cro­ni­ca: gli an­zia­ni so­no quin­di più vul­ne­ra­bi­li ai far­ma­ci per­ché il de­si­de­rio dell’eli­sir di gio­vi­nez­za esi­ste e su que­sto gio­ca­no le ini­zia­ti­ve di mar­ke­ting. La pub­bli­ci­tà in­gan­na, per­ché ti di­co­no che se ti cu­ri puoi di­ven­ta­re più pre­stan­te: pren­de­re far­ma­ci di­ven­ta quin­di un mo­do per ri­spon­de­re al­la pres­sio­ne com­mer­cia­le», spie­ga

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.