I FRAN­CE­SI PEG­GIO DI NOI

Pa­ga­no tas­se più di chiun­que al­tro e, se si ri­bel­la­no, so­no trat­ta­ti co­me ter­ro­ri­sti dal­la po­li­zia Il go­ver­no tran­sal­pi­no te­me il gol­pe e tie­ne la gen­te in ca­sa. I ve­ri “fa­sci­sti” stan­no all’Eli­seo

Libero - - Da Prima Pagina - PIE­TRO SENALDI

La Fran­cia è nel caos. Da quel­le par­ti lo chia­ma­no le bor­del, an­che se sa­reb­be più ap­pro­pria­to sco­mo­da­re il ter­mi­ne la ré­vo­lu­tion, vi­sto che per og­gi è pre­vi­sto l’as­sal­to ai pa­laz­zi del po­te­re; ap­pun­ta­men­to in Piaz­za del­la Ba­sti­glia. Tut­to il Pae­se è in mar­cia con­tro il pre­si­den­te Em­ma­nuel Ma­cron, odia­to quan­to Lui­gi XVI e per gli stes­si mo­ti­vi: ab­bas­sa le tas­se ai ric­chi, al­za quel­le al ce­to me­dio e se ne im­pi­pa dei po­ve­ri, ai qua­li sta sman­tel­lan­do lo sta­to so­cia­le.

Il pre­si­den­te ri­spon­de schie­ran­do i blin­da­ti nel­le stra­de e ra­strel­lan­do i ma­ni­fe­stan­ti. Cir­co­la­no fo­to di ra­gaz­zi fat­ti in­gi­noc­chia­re mani in al­to con il mi­tra (...)

(...) pun­ta­to al­le tem­pie. Sem­bra­no i pri­gio­nie­ri dell’Isis in at­te­sa dell’ese­cu­zio­ne o i par­ti­gia­ni di De Gaul­le cat­tu­ra­ti dal­la Ge­sta­po. So­no in­ve­ce stu­den­ti e la­vo­ra­to­ri.

Fa ef­fet­to che que­ste sce­ne ar­ri­vi­no dal­la na­zio­ne del com­mis­sa­rio Ue per gli Af­fa­ri Eco­no­mi­ci Pier­re Mo­sco­vi­ci, il qua­le ha pas­sa­to gli ul­ti­mi me­si a lan­cia­re l’al­lar­me fa­sci­smo in Ita­lia. Fa­reb­be me­glio a guar­da­re a ca­sa sua, vi­sto che Ma­cron ha già fat­to di­re ai ser­vi­zi segreti che a Pa­ri­gi c’è aria di gol­pe. Puz­za di scu­sa pre­fab­bri­ca­ta per me­na­re im­pu­ne­men­te le mani. La po­li­zia d’Ol­tral­pe è spe­cia­li­sta nel­la pra­ti­ca, co­me san­no i clan­de­sti­ni che pro­va­no a vio­la­re i con­fi­ni del­la dou­ce Fran­ce dall’Ita­lia. D’al­tron­de, che sia un com­pli­men­to o una cri­ti­ca, quan­to a fa­sci­smo i fran­ce­si so­no se­con­di soltanto ai te­de­schi, il pas­sa­to in­se­gna.

È una ne­me­si del­la sto­ria. Ma­cron non ha mai avu­to il gra­di­men­to del­la mag­gio­ran­za dei fran­ce­si. Al pri­mo tur­no del­le pre­si­den­zia­li lo vo­tò so­lo il 24% de­gli aven­ti di­rit­to. La spun­tò al bal­lot­tag­gio per­ché l’Eu­ro­pa lan­ciò l’al­lar­me ne­ro e lui fu ca­pa­ce di mo­bi­li­ta­re l’in­te­ro Pae­se con­tro Ma­ri­ne Le Pen, la sal­vi­nia­na. Og­gi Pa­ri­gi sco­pre che la de­mo­cra­zia e la te­nu­ta so­cia­le non so­no mes­se a ri­schio dal­la fi­glia del fon­da­to­re del Front Na­tio­nal ben­sì dal coc­co dell’Eu­ro­pa se­di­cen­te mo­de­ra­ta, en­fant pro­di­ge del­la Ro­th­schild, pres­so la qua­le la­vo­ra­va co­me ban­chie­re d’af­fa­ri. D’al­tron­de quan­to a au­to­ri­ta­ri­smo, ol­tre che a spoc­chia, è una co­sa in cui Ma­cron può da­re le­zio­ni a chiun­que.

Se la Fran­cia è ri­dot­ta a que­sto pun­to, e dif­fi­cil­men­te ne ver­rà fuo­ri, non è so­lo per i di­ciot­to me­si di go­ver­no di Ma­cron, ma lui ha da­to una bel­la spin­ta. È di po­chi gior­ni fa la no­ti­zia che il Pae­se è in te­sta nel­la clas­si­fi­ca Oc­se del­le na­zio­ni più tar­tas­sa­te dal fi­sco. La ri­vol­ta po­po­la­re ha pre­so il via dall’au­men­to del­la ben­zi­na, che pe­rò sa­reb­be con­ti­nua­ta a co­sta­re mol­to me­no che in Ita­lia, ma lo stop al rin­ca­ro, an­zi­ché se­dar­la, l’ha ali­men­ta­ta. I fran­ce­si vogliono la te­sta del re, e og­gi co­me al­lo­ra è dif­fi­ci­le da­re lo­ro tor­to.

Per pla­ca­re la rab­bia del suo po­po­lo, il pre­si­den­te ha chie­sto all’Eu­ro­pa il per­mes­so di sfo­ra­re il tet­to del 3% nel rap­por­to de­fi­cit/Pil e Bru­xel­les, che a noi fa le pul­ci per il 2,4%, im­po­nen­do­ci pe­na pro­ce­du­ra d’in­fra­zio­ne di far­lo scen­de­re fi­no al 2%, gliel’ha ac­cor­da­to. Tut­ta­via es­se­re un rac­co­man­da­to non gli ser­vi­rà a sal­va­re la ghir­ba. D’al­tron­de ha già vi­sto tra­mon­ta­re la gui­da dell’Eu­ro­pa, nel­la qua­le spe­ra­va di so­sti­tui­re la Mer­kel e per la qua­le è or­mai chia­ra­men­te bru­cia­to.

Vi­sta da que­sta par­te del­le Al­pi, l’ago­nia di Ma­cron è pa­te­ti­ca. Ne ha avu­to pe­na per­fi­no Sal­vi­ni, che lu­ne­dì scor­so a Bru­xel­les ha di­chia­ra­to: «Mes­so com’è, non può es­se­re più con­si­de­ra­to un av­ver­sa­rio». Ma non è so­lo il pre­si­den­te, è tut­ta la Fran­cia che è mes­sa peg­gio di noi. Ma­gra con­so­la­zio­ne, pe­rò al­me­no ci le­git­ti­ma a pre­ten­de­re che non ci fac­cia le­zio­ni e non ci di­ca co­me ge­sti­re con­ti e im­mi­gra­zio­ne. Se si can­di­das­se a Pa­ri­gi, pro­ba­bil­men­te Sal­vi­ni, og­gi in mar­cia su Ro­ma, pren­de­reb­be più vo­ti del fon­da­to­re di En Mar­che. La ra­gio­ne per la qua­le il ca­po dell’Eli­seo di­sprez­za il go­ver­no ita­lia­no è la me­de­si­ma per la qua­le i suoi cit­ta­di­ni non ne pos­so­no più di lui: l’av­ver­sio­ne per il po­po­lo, il sen­tir­si espres­sio­ne di un’éli­te, il ri­ven­di­car­lo con ar­ro­gan­za e la ne­ces­si­tà im­ma­tu­ra di umi­lia­re chi non ne fa par­te, so­no il bi­gliet­to da vi­si­ta e l’epi­taf­fio di Ma­cron. So­no l’es­sen­za del­la sua osti­li­tà ver­so l’Ita­lia e ver­so i so­vra­ni­sti, in di­fe­sa non di un’Eu­ro­pa dei po­po­li ma di un’Eu­ro­pa do­ve i po­po­li so­no al ser­vi­zio del­la ca­sta di­ri­gen­te, che da sem­pre in Fran­cia è più esclu­si­va e ba­star­da.

Co­me fi­ni­rà? Nes­su­no lo sa. Cer­to non be­ne, per­ché Ma­cron ha an­che qual­che ra­gio­ne. I fran­ce­si so­no un po­po­lo vi­zia­to, di de­stra nel­lo spi­ri­to ma di si­ni­stra nel­le pre­te­se. La­vo­ra­no an­co­ra 35 ore al­la set­ti­ma­na e han­no sus­si­di di ogni ti­po. È sta­ta fa­ta­le pu­re a lui la bom­ba dell’im­mi­gra­zio­ne, che ha dre­na­to le spe­se per l’as­si­sten­za dal Pae­se ru­ra­le e dal ce­to me­dio per man­te­ne­re i mi­lio­ni di im­mi­gra­ti del­le ban­lieue. Quan­do Ma­cron ha de­fi­ni­to vo­mi­te­vo­li gli ita­lia­ni che non ac­co­glie­va­no i pro­fu­ghi del­la Di­ciot­ti an­co­ra­ti al por­to di Ca­ta­nia, i no­stri sa­lot­ti l’han­no ap­plau­di­to ma la Fran­cia pro­fon­da sta­va con Sal­vi­ni.

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