Il fal­li­men­to di Ma­cron or­mai è uf­fi­cia­le

Libero - - Da Prima Pagina - VIT­TO­RIO FEL­TRI

Noi ci la­men­tia­mo del no­stro pre­mier Con­te e ab­bia­mo qual­che ra­gio­ne per far­lo. Co­sì co­me ci la­men­tia­mo spes­so del go­ver­no che, tra­mi­te i pen­ta­stel­la­ti, vor­reb­be tra­sci­nar­ci nel­la de­cre­sci­ta fe­li­ce, cioè l’an­ti­ca­me­ra dell’in­fer­no. Ma se ci guar­dia­mo at­tor­no vediamo che, tut­to som­ma­to, non stia­mo tan­to ma­le.

Se dia­mo una oc­chia­ta a quel­lo che sta ac­ca­den­do in Fran­cia non pos­sia­mo che con­so­lar­ci. Piaz­ze in ri­vol­ta, gen­te fu­ri­bon­da che pro­te­sta, gi­let gialli che mon­ta­no un ca­si­no sfre­na­to. Per­ché ac­ca­de que­sto fi­ni­mon­do? Il Pae­se tran­sal­pi­no sof­fre giac­ché è il più tas­sa­to d’Eu­ro­pa (il no­stro al con­fron­to è un El­do­ra­do) inol­tre è gui­da­to da un per­so­nag­get­to di ter­za fi­la, quel Ma­cron che de­ve la no­to­rie­tà al fat­to di aver spo­sa­to una gen­ti­le si­gno­ra del­la ter­za età. Non ne com­bi­na una giu­sta. È in­ca­pa­ce di ca­pi­re i pro­ble­mi del suo po­po­lo e, no­no­stan­te ciò, si dà un sac­co di arie. Si cre­de uno sta­ti­sta quan­do in­ve­ce non po­treb­be nep­pu­re es­se­re un im­pie­ga­to sta­ta­le. I son­dag­gi di­mo­stra­no che egli non è gra­di­to dai con­na­zio­na­li: soltanto il 18 per cen­to dei qua­li lo tol­le­ra. L’82 per cen­to non lo reg­ge più e mi­nac­cia un gol­pe per to­glier­se­lo dai pie­di.

A Pa­ri­gi non si vi­ve, (...)

(...) stra­vol­ta co­me è dal­la rab­bia dei cit­ta­di­ni al­le pre­se col fi­sco sof­fo­can­te. La si­tua­zio­ne fran­ce­se è quin­di as­sai più pre­oc­cu­pan­te del­la no­stra. Ren­dia­mo­ce­ne con­to e smet­tia­mo­la di pia­gnu­co­la­re sul­le ini­zia­ti­ve di Di Ma­io te­se a im­po­ve­ri­re le cas­se pub­bli­che del­la pa­tria. Nul­la au­to­riz­za a com­pie­re sal­ti di gio­ia so­la­men­te poi­ché i no­stri cu­gi­ni so­no in dif­fi­col­tà, tut­ta­via, da­to che sia­mo nel­la Ue non sot­to­va­lu­tia­mo le gra­ne che op­pri­mo­no co­lo­ro i qua­li non per­do­no oc­ca­sio­ne per de­plo­rar­ci per via del de­bi­to e del­le manovre ro­ma­ne de­sti­na­te al­la boc­cia­tu­ra di Bru­xel­les.

Bi­so­gna in­fi­ne es­se­re one­sti e non tra­scu­ra­re quan­to suc­ce­de nell’in­te­ro con­ti­nen­te. La Ger­ma­nia zop­pi­ca e la Mer­kel è asfit­ti­ca, sul pun­to di mol­la­re la lea­der­ship del par­ti­to e di ren­de­re debole il pro­prio ese­cu­ti­vo. L’Au­stria e l’Un­ghe­ria ten­do­no al co­sid­det­to so­vra­ni­smo. Non c’è pa­ce tra i so­cia­li­sti in­ter­na­zio­na­li, che si stan­no estin­guen­do. La si­ni­stra in ge­ne­re, non so­lo quel­la di ca­sa no­stra, non è in gra­do di con­tra­sta­re le de­stre in cre­sci­ta. Sia­mo di fron­te a un ca­ta­cli­sma po­li­ti­co di lar­ga por­ta­ta, e i ma­les­se­ri ita­lia­ni so­no qua­si ir­ri­le­van­ti. Non sia­mo Ca­li­me­ro, pic­co­lo e ne­ro, e se­guia­mo l’an­daz­zo co­mu­ni­ta­rio sen­za pa­ti­re più di tan­to. Por­tia­mo pa­zien­za. Sal­vi­ni pa­ra­go­na­to a Ma­cron e a mol­ti al­tri fa la fi­gu­ra di Quin­ti­no Sel­la, un gi­gan­te tra i sei o set­te na­ni che pre­ten­do­no di dar­ci lezione.

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