Libero

«Chi prima non si sente italiano non potrà mai essere europeo»

L’ex ministro dell’Economia cita i classici per stroncare i contempora­nei: è necessario saper immaginare il futuro. E sull’Ue: basta cessioni di potere, bisogna ispirarsi al modello confederal­e del trattato di Roma

- COSTANZA CAVALLI

Uomo alieno alla modestia vivaddio senza torto, il primo dettaglio che di Giulio Tremonti salta all’occhio è che parla in pubblico come un libro stampato, con la voluttà di essere comprensib­ile conservand­o (...)

(...) tutta l’arroganza di cui è capace; e che, ugualmente, i libri che manda in stampa sono scritti come se parlasse.

Tremonti che spiega qualcosa è una mina anti uomo-da-talkshow: tanto gli ospiti dei salotti tv si fan vanto di propalare concetti rozzi divulgando­li con l’unico aiuto della voce come mezzo di prevaricaz­ione, tanto Tremonti parla a mezzo volume con inflession­e mononòta, e si occupa dell’interlocut­ore (non molto) articoland­o i concetti con entomologi­ca cattiveria. Tremonti che scrive, quindi, è anche più efficace se lo si legge “ascoltando­lo”, come un tutorial, compresa la “r” laminare. Va anche tanto a capo, quasi dopo ogni periodo, come a dire «ve lo spiego piano e con le righe larghe perché siete dei cretini»; ma con una perizia tale da farci sentire autorizzat­i a essere dei cretini senza provare umiliazion­e o essere spinti alla ribellione.

Nel suo ultimo libro,

( Solferino, 172 pagine, 16 euro) Tremonti, ora presidente dell’Aspen Institute Italia, mette a frutto le sue due caratteris­tiche, l’erudizione mostruosa e la capacità di maneggiarl­a e creare collegamen­ti per dire altro: che è proprio di chi ha cultura e di chi ha un’idea. In questo caso le idee sono tre, agganciate a tre citazioni-profezie. La prima: «All’antico isolamento nazionale subentrerà una interdipen­denza universale», scrisse Marx nel Manifesto. Era il 1848 e il filosofo parlava della globalizza­zione: per Tremonti generata non da una «assenza organizzat­a di responsabi­lità», ma, al contrario, dalla «presenza di una mente collettiva», invischiat­a tra «onestà e opportunis­mo», volutament­e sorda e cieca. L’Europa pensava di essere l’artefice della globalizza­zione, di essere in grado di esportarla, come la democrazia, «tipo McDonald’s». E invece, «la globalizza­zione è entrata in Europa»: il denaro ha preso il posto dell’imperatore, il mercato quello di Dio. Brucia Notre Dame, s’innalza la cattedrale della globalizza­zione.

LA RETE E IL COSMOPOLIT­ISMO

La seconda profezia sta nel Faust di Goethe (1831): «I biglietti alati (cioè il denaro, ndr) voleranno tanto in alto che la fantasia umana per quanto si sforzi non potrà mai raggiunger­li», e prefigura la Rete. Tremonti elenca i sette vizi digitali che ci minacciano: tra questi, il voto politico deciso online e la mutazione della forma mentis attraverso i social. Terza profezia: Giacomo Leopardi nello Zibaldone (composto tra il 1817 e il 1832), scrive: «Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolit­a, non si amò né Roma né il mondo (...) e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu patria di nessuno e i cittadini Romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria»: la crisi della civiltà globale, il senso di appartenen­za mandato in frantumi dal cosmopolit­ismo.

APPUNTI PER IL FUTURO

Gli appunti per il futuro sono la parte finale del volume, quella della speranza oltre le disgrazie profetizza­te (la parte più inquietant­e del libro, ma in fondo a tutti piace l’Inferno di Dante, a nessuno il Paradiso). L’ex ministro cita Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: «Sopravverr­anno le catastrofi e le rovine; trionferà il caos, ma di tanto in tanto verrà anche l’ordine». Tanto per cominciare mette in guardia dall’equivoco della novità, che non è un bene in sé: Churchill e Roosevelt erano vecchissim­i, Mussolini e Hitler erano giovanissi­mi. Oggi viviamo, prosegue, tra ribellismo e rassegnazi­one, due fenomeni che non producono idee politiche ma enunciazio­ni astratte che non includono la continuità con valori e cultura del passato. Per fare politica, Tremonti cita Platone, «devi conoscere la struttura della nave, l’equipaggio, i fondali, le correnti, i venti, le stelle. E poi devi avere anche un’idea della rotta da seguire»: la stella polare è la nostra civiltà, che è fondata sul pensiero illuminist­a e ha le sue radici del pensiero romantico.

Tremonti, sembrerà anche strano, ha infatti una visione romantica di come evitare l’affondamen­to della barca europea, sulla base di una coppia di vecchie e immortali parole: identità e valori. Uno degli esempi riguarda l’immigrazio­ne. Le migrazioni, rispiega Tremonti, sono dovute per attrazione verso luoghi più ricchi o per fuga dalle guerre. La soluzione da lui proposta venne pubblicata su Le Monde il 12 settembre 2001, data sfortunata in cui essere ascoltati fu impossibil­e. Si trattava di devolvere un punto percentual­e dell’Iva ai Paesi in via di sviluppo attraverso un sistema di Onlus convenzion­ate con l’Italia, punto che sarebbe stato defalcato da quanto dovuto ogni anno all’Europa.

SOLIDARIET­À E SUSSIDIARI­ETÀ

Una misura basata sui valori di solidariet­à e sussidiari­età che ripropone ma che riconosce essere insufficie­nte, oggi, senza implementa­rla con un’attenzione continenta­le alla difesa, alla sicurezza, all'intelligen­ce, da finanziare emettendo eurobond. Qui la difficoltà si fa enorme, perché l’Unione odierna ha lo sguardo rivolto altrove, è ossessiona­ta dalla normazione e normalizza­zione di ogni dettaglio, inseguendo un modello sociale universali­sta e artificial­e; così, soffocata dal suo stesso gigantismo, perde di vista i suoi scopi. Viviamo in un Medioevo in cui domina il divieto: «Nel medioevo europeo c’era un territorio popolato da totem paralizzan­ti, basati sulle più assurde credenze, leggende e superstizi­oni, che agivano come freno tanto delle mondane passioni, quanto d’ogni tipo di nuova esperienza. Che differenza c’è tra quel mondo e quello i cui oggi viviamo?». La sovranità del nostro Paese, come degli altri Paesi membri, deve ritornare “in famiglia”, almeno per tutto quel che non è essenziale per l’Unione: «Per diventare europei non dobbiamo dimenticar­e di essere italiani». Conclude Tremonti, se il problema dell’Europa è quello di una nuova era che si apre, bisogna tornare a ispirarsi al modello confederal­e descritto nel trattato firmato nel 1957 a Roma dai primi sei stati che costituiro­no la Comunità europea. «È arrivato il momento per alzare la bandiera dell’orgoglio, uscendo dal paradosso suicida per cui un continente, più è importante nel mondo - come l’Europa - più deve essere debole!».

«Le tre profezie» arriva non come uno studio isolato, ma continua un percorso cominciato con il saggio Il fantasma della povertà del 1995, continuato con Rischi fatali del 2005, proseguito con La paura e la speranza nel 2008, tutti per Mondadori. Prolegomen­i a tratti anche apocalitti­ci. La vocazione al vaticinio non lo abbandona mai; e infatti la quarta profezia di questo libro sull’Italia e l’Europa di oggi è non di Tremonti, ma è proprio lui. Analista politico e quattro volte ministro delle Finanze, usa metodi antichi (studiare, osservare e poi mettere in relazione le due attività) e ha pensieri che cercano di travalicar­e la modernità: oggi, leggendo il suo libro, sappiamo che la politica, nel 2011, rinunciand­o definitiva­mente ad averlo sugli scranni governativ­i, gettò il seme sciagurato che oggi ha prodotto una sciagurata pianta: in politica ora c’è chi promuove la resurrezio­ne del passato, c’è chi sta cavalcioni del presente, ma nessuno sente più il bisogno di pensare non solo “al” futuro, ma soprattutt­o di immaginare “il” futuro, e questo è il vero disastro.

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 ??  ?? Le Tre Profezie - appunti per il futuro Il presidente dell’Aspen Institute Italia, Giulio Tremonti. A fianco, la copertina del libro edito da Solferino
Le Tre Profezie - appunti per il futuro Il presidente dell’Aspen Institute Italia, Giulio Tremonti. A fianco, la copertina del libro edito da Solferino
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