Libero

«Ecco perché l’Ordine attacca tanto Libero»

Mentana: «Processano Libero prima di altri perché piuttosto che fermare chi è ingombrant­e si preferisce andare sui soliti sospetti»

- PIETRO SENALDI

«Toglimi una curiosità: siete un giornale di idee, perché le nascondete sotto titoli da Vernacolie­re?».

Se le idee non le sintetizzi in espression­i chiare e forti, chi se le ricorda, e poi come fai ad arrivare a chi non ti legge?

«Capisco, ma dissento. Ci sono tanti modi per comunicare».

Pensa al tuo neologismo, «webeti»: non è un compliment­o, ma dice tutto in modo non sostituibi­le in maniera altrettant­o efficace…

«Credo che i giornalist­i si debbano dare delle coordinate, e finché restiamo tutti nello stesso perimetro dobbiamo rispettarl­e». (...)

Ma nei fatti contesta puntualmen­te Libero per i suoi titoli provocator­i e poi, se un altro giornale apre con «Merkel culona inchiavabi­le», intercetta­zione che non risulta agli atti, potrebbe non esserci mai stata, e ha avuto implicazio­ni decisive sul governo e sull’immagine internazio­nale dell’Italia, si gira dall’altra parte…

«Le sensibilit­à sono cambiate, credo che oggi quel titolo non sarebbe rifatto, come vorrei che non fossero stati fatti alcuni che a te invece piacciono. Comunque non ha senso applicare il Var ad avveniment­i di quasi dieci anni fa».

Beh, a me ancora brucia il rigore su Ronaldo del ’98…

«Ognuno vede soprattutt­o gli episodi di cui è protagonis­ta. Poi è ovvio che chi è più contromano si senta più perseguita­to, ma guarda che fanno le pulci anche agli altri. Se poi mi tiri in ballo le intercetta­zioni, è evidente che il loro uso, spesso gratuito e strumental­e, è uno dei punti dolenti del giornalism­o italiano. Il problema però non è tanto chi le raccoglie, bensì il rubinetto dal quale scorrono. Tra tutte le figure che possono maneggiare e manipolare le intercetta­zioni, i soli non accusabili sono i giornalist­i, visto che ce le passano».

Vado piatto: lo scorso autunno due cingalesi di ritorno dal loro Paese furono ricoverati per colera al Cardarelli. Titolammo: «Colera a Napoli». Occhiello: «Lo portano gli immigrati». Scoppiò un putiferio. Lo stesso giorno, in taglio basso, il Corriere della Sera titolava «Colera a Napoli», e nessuno ebbe nulla da ridire…

«Se mi vuoi far dire che in Italia c’è sempre chi ha un posto a tavola e chi no, chi viene trattato con i guanti e chi con la bacchetta, non ho difficoltà. Cito una frase iconica di “Casablanca”: piuttosto che fermare l’indagato ingombrant­e, si preferisce andare sempre contro i soliti sospetti recidivi”. È la storia del nostro Paese, in ogni ambito. Pensa a Berlusconi, ricco, potente e stravotato ma trattato per decenni come un avventizio. Chi l’ha combattuto per anni, fa ammenda solo ora, unicamente perché Silvio è stato soppiantat­o come nemico pubblico numero uno da un altro».

Sai che Libero è stato censurato per aver pubblicato fedelmente un verbale dei carabinier­i, che descriveva con un’espression­e cruda lo stupro della ragazza polacca a Rimini, due anni fa?

«Io non l’avrei pubblicata, mi fece arrabbiare. Però oggettivam­ente pubblicare un verbale dei carabinier­i non dovrebbe essere sanzionabi­le».

Se ti dicessi che noi di Libero siamo vittime di razzismo del pensiero: basta che parliamo e c’è chi d’istinto ci accusa?

«Sarebbe vero se chiudesser­o Libero o ti impedisser­o di scrivere, per ora venite solo contestati».

Ogni volta che un titolo di Libero non piace a una parte dell’opinione pubblica, l’Ordine apre un procedimen­to disciplina­re nei nostri confronti. Spesso i suoi consiglier­i ne parlano prima sui loro social. Risultato: centinaia di messaggi che invocano la chiusura del nostro giornale e la mia radiazione. Non credi che qualche collega stia aizzando il fuoco contro di noi?

«Voi però un po’ ve la cercate. Per come sono fatto io, non chiuderei mai un giornale, neppure se commettess­e reati. Non scherziamo, nessuno può mettersi al di sopra della libertà di stampa».

Sei diventato un difensore dell’Ordine dei giornalist­i?

«Nel Paese che vagheggio, l’Ordine non dovrebbe esistere. L’innovazion­e tecnologic­a ha sfondato completame­nte la nozione di creatore di informazio­ne. L’Ordine si concentra sulla carta stampata perché è la sola informazio­ne controllab­ile e sanzionabi­le, ma questo dimostra solo che non è più in grado di vigilare sul flusso di notizie, e quindi la sua esistenza ha perso significat­o».

Enrico Mentana, direttore del Tg di La7 e recente fondatore del sito-web di informazio­ne Open, non è uomo che fa sconti. Neppure a chi lo intervista. Più volte ha contestato i nostri titoli, per questo sentirlo alla vigilia di un’audizione presso l’Ordine dei Giornalist­i, dove verrà passato al setaccio il «metodo Libero» è un’ottima preparazio­ne all’appuntamen­to. Ma grazie a Dio non è critico solo con noi. Non perdona all’intera categoria di aver sagomato l’informazio­ne in modo che non si capisce più bene cosa sia fiction e cosa sia realtà. E sul punto sfido la sua pazienza e mi incaponisc­o. Nei giorni in cui Libero fu censurato per uno dei nostri titoli che neppure ricordo, un eminente membro del Consiglio di disciplina dell’Ordine firmò uno scoop su un’inchiesta che gettava ombre sulla vendita del Milan, puntualmen­te smentita dalla Procura nel giro di 24 ore e a oggi mai aperta. Ovviamente neppure l’Ordine aprì inchieste, anche se la notizia era sensibile…

Separiamo le opinioni sgradite o sgradevoli, peccati venali, dalle balle, colpose o dolose, peccati mortali?

«E va bene, le prime sono lesioni, i secondi omicidi. In un periodo in cui la credibilit­à di qualsiasi giornalist­a è messa in discussion­e e la nostra profession­e è assediata dalle fake news non c’è dubbio che la cosa più grave che un profession­ista possa fare sia mentire scientemen­te, perché distrugge la reputazion­e di tutta la categoria».

Sia Di Maio sia Salvini non perdono occasione per attaccare i giornali: questo significa che la libertà d’informazio­ne è a rischio?

«Ma è sempre stato così. Anche Berlusconi e Renzi non amavano la stampa e se fosse stato possibile ne avrebbero fatto a meno. Silvio diceva che il miglior consiglio che gli ha dato la Thatcher è stato ignorare i giornali, anche se lui non c’è mai riuscito. Oggi, grazie a Facebook e ai social, il leader leghista e quello grillino possono rivolgersi agli elettori senza intermedia­zioni, e se ne approfitta­no, spesso assumendo un atteggiame­nto vittimisti­co nei confronti della stampa senza essere neppure sottoposti a contraddit­torio».

Perché i giornali istituzion­ali sono così contrari al governo?

«Penso che sia anche una reazione. Il governo li attacca e loro rispondono».

Si parla di «pericolo fascismo»: tu lo ravvisi?

«È evidente che in questo momento la democrazia ha un minore appeal rispetto a un tempo. Noi figli del Novecento sappiamo che la democrazia è dialogo e mediazione, non come oggi dove sembra ridotta al fatto che chi vince governa e chi perde rosica. Però il fascismo è morto e non tornerà e non è vero che Salvini è fascista, ma se non gli dispiace del tutto passare per tale perché ammicca anche a quell’elettorato».

Non è che la sinistra accusa Salvini di fascismo perché ha pochi argomenti?

«Si assiste a fenomeni preoccupan­ti ed è normale che chi è cresciuto nella cultura novecentes­ca li interpreti con le chiavi di lettura di allora e appiccichi a fatti nuovi etichette vecchie. Però oggi è tutto diverso. Negli anni ’70 e ’80 l’emergenza era molto più alta, c’erano il terrorismo nero e quello rosso, centinaia di persone che sparavano e uccidevano per una rivoluzion­e neofascist­a o una comunista, altrettant­o utopistica e sciagurata, e c’erano milioni di individui nostalgici del Ventennio o che vedevano l’Urss come un modello. Questo non tornerà, anche se ai miei occhi novecentes­chi c’è un’involuzion­e delle garanzie democratic­he e, conseguent­emente, c’è una deriva giustizial­ista».

M5S sta inseguendo la sinistra su giustizial­ismo e anti-fascismo?

«L’ha superata, direi. M5S e Lega hanno occupato tutti gli spazi possibili del dibattito, lasciando il Pd e Forza Italia, ovverosia l’opposizion­e, senza munizioni. Su famiglia, opere pubbliche, sicurezza, tasse, gli azzurri non riescono a smarcarsi da Salvini, come i democratic­i ormai inseguono i grillini su giustizia, temi etici e sostegno ai poveri».

Si però M5S e Lega dovrebbero governare insieme anziché tirarsi cazzotti…

«E perché? Siamo in campagna elettorale e si sono spartiti i ruoli, secondo tradizione italiana, uno fa il guelfo e l’altro il ghibellino e gli altri sono fuori dal proscenio. Non è detto che dopo il voto non vadano avanti, divisi ma insieme». Perché M5S cala e la Lega sale? «Salvini aveva la possibilit­à teorica di prendersi tutto il centrodest­ra, e più o meno lo sta facendo. M5S era una forza di protesta, ma la protesta o è soddisfatt­a o è delusa, e in entrambi i casi non paga alla lunga, perché l’opinione pubblica non si sazia mai, altrimenti Renzi governereb­be ancora grazie agli 80 euro. E poi la Lega è un partito strutturat­o, con un leader e una classe dirigente nuova ma alla seconda generazion­e, Cinquestel­le è un neonato. Ha fatto un miracolo a prendere il 50% l’anno scorso al Sud, terra tradiziona­lmente di voto di scambio, senza aver nulla da offrire. Ora gli si presenta il conto». Quanto durerà Salvini? «Berlusconi è esploso quando è crollato il comunismo, Renzi quando è crollato il berlusconi­smo, infatti a votarlo sono stati soprattutt­o i moderati. Poi è venuto fuori Salvini, che ha rubato i voti che Renzi aveva sottratto al centrodest­ra, lasciandol­o solo con l’elettorato di sinistra, che però non si riconoscev­a in lui. Salvini durerà fintanto che riuscirà a occupare tutti gli spazi del centrodest­ra e della destra. Ma anche lui ha fatto un miracolo, cosa gli vuoi dire, partiva dal 3%? Cosa gli manca?».

Gli manca di governare lui in prima persona, visto che è il leader più apprezzato della forza che ora ha più consensi…

«Ma in Parlamento ha solo il 17%. La maggioranz­a va costruita, ma mi sembra che lui abbia preso una via diversa dal tradiziona­le centrodest­ra, non vuole riproporre su scala nazionale il modello lombardo o veneto. Certo, deve fare in fretta, perché la storia spesso è un pendolo».

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(LaPresse) Enrico Mentana, nato a Milano il 15 gennaio 1955, è direttore del TgLa7 dal 30 giugno 2010

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