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Cosa succede se davvero lasciamo fallire Roma

La giunta Raggi rischia la bancarotta e ha chiesto allo Stato di accollarsi il suo debito Scuole ferme, strade paralizzat­e: in caso di default sarebbe il caos. Ma dopo...

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Il problema - come diceva Benjamin Franklin - non è che Virginia Raggi abbia mancato la prova, è solo che ha trovato cento modi per farla sbagliata.

Parliamoci chiaro, cara Raggi: comprendia­mo il suo incubo, è impossibil­e che Roma si salvi da sè stessa, che la si strappi alla sua palude di corruttele, imperizie, lassismo. Ma. Ma se, invece di lottare per impedirne il fallimento, si decidesse, per una volta, di farla fallire in un rogo purificato­re che metta tutti davanti alle loro responsabi­lità? Ci spieghiamo.

Il ciclopico debito storico della Capitale - 12 miliardi, quanto quasi la somma di quelli delle altre città metropolit­ane - non l’ha prodotto la sindaca, ci mancherebb­e. Tutte le amministra­zioni precedenti dal 1960, anno delle Olimpiadi, sono colpevoli. E ci hanno marciato scaricando sul governo successivo. Dieci anni fa per togliere Roma dalla palta si commissari­ò il debito e non la città: 13 miliardi interessi compresi, che pagano ancora gli italiani. E, certo, oggi, cara Raggi, sono cavoli, con Salvini che di fatto impedisce di trasferire allo Stato gran parte del debito della città, avendo stroncato il “Salva-Roma” cassato in ben 5 dei 7 commi che costituiva­no l’ossatura dell’art.38 del decreto Crescita.

Epperò, lei potrebbe spiazzare tutti, raccoglien­do la modesta proposta dell’economista Fulvio Coltorti già direttore del centro studi e ricerche di Mediobanca. E cioè: 1) lasciare fallire il Comune e soddisfare i creditori con i beni patrimonia­li, vendendo gli immobili molti dei quali abbandonat­i o occupati abusivamen­te. «Tra gli attivi da liquidare si includereb­bero i crediti (non riscossi) per condoni e multe, con le partecipaz­ioni e i canoni di affitto fuori mercato»; 2) perseguire gli amministra­tori locali che hanno generato il debito, con azioni di responsabi­lità e condannarl­i a partecipar­e personalme­nte alla risoluzion­e del dissesto. Prima di far nascere un’altra Mafia capitale, i politici ci penseranno; 3) stessa azione di responsabi­lità diretta verso quelle banche che allegramen­te hanno sostenuto il disastro; 4) dopo il fallimento affidare la gestione ad una “terna commissari­ale” per «sistemare le strade, pulirle e bonificarl­e, preparando un programma di rinascita e riorganizz­azione di tutti i servizi locali».

Coltorti suggerisce di trovare un meccanismo giuridico che impedisca ai creditori di rivalersi sullo Stato centrale. Aggiungiam­o che le stesse regole vengano disposte verso tutte le amministra­zioni in dissesto; dato che, se si facesse come astutament­e suggerisce Salvini - «Salviamo anche Alessandri­a, Genova, Catania, ecc.» -, andrebbe in default il resto del Paese. E, tanto per parlarci chiaro, non è una prescrizio­ne medica fare il sindaco: se non sei capace o lasci, o ne sopporti le conseguenz­e.

Sì, lo so, cara sindaca, l’eccezione è la solita, recitata a mantra: Roma è troppo grossa per fallire, se accadesse sarebbe l’apocalisse. Ma no. Roma, con i suoi mille anni di picchi e abissi, non cesserà di esistere per un dissesto (non può farlo per legge). In Usa dissero lo stesso dalla città di Detroit: ma nel luglio 2013, gravata da un debito di 18 miliardi di dollari, dichiarò fallimento. Si smise di sovvenzion­arla e la municipali­tà attuò un piano di cessione di immobili, rinegoziaz­ione dei debiti e tagli di paghe e pensioni dei dipendenti che la fecero uscire dall’insolvenza. In un anno.

Ok, a Roma Capitale, magari, ci vorrà un po’ di più, dati gli oltre 24mila dipendenti (l’anno scorso hanno ricevuto bonus e premi produttivi­tà per quasi 45 milioni di euro, nonostante i servizi continuino a non essere quelli scandinavi); ma, insomma, se po’ fa. Il dissesto non è la fine di tutto. Anzi. Se si compulsa il Testo Unico sull’ordinament­o locale, forse potrebbe essere un inizio.

Il Comune in default può ripartire libero non solo dei crediti, ma dei debiti. Tutto ciò che concerne il “pregresso” viene estrapolat­o dal bilancio comunale e trasferito alla gestione straordina­ria che si occupa della liquidazio­ne con competenza «su tutti i debiti correlati alla gestione entro il 31/12 dell’anno precedente a quello dell’ipotesi di bilancio riequilibr­ato, anche se venissero accertati successiva­mente». E, cara Raggi, potrebbe dare perfino la colpa a Salvini, dato che «nel momento in cui viene dichiarato il dissesto del co

La commission­e si occuperebb­e del disavanzo pregresso, mentre l’amministra­zione gestirebbe il bilancio “risanato”; quindi - allora sì - il disavanzo storico non sarebbe più un problema per la sindaca. In caso di dissesto, il Comune è tenuto a «contenere le spese» specie il «personale»: la legge prevede che gli impiegati comunali siano nella misura di 1 su 93, pertanto da questa procedura scaturiran­no esuberi di personale che verrà posto in mobilità, e, come una qualsiasi azienda che non produce, si rifà la pianta organica di 24mila potenziali elettori (mi rendo conto che toccare Ama è fastidioso, e Atac ha assunto ancora 200 persone…). Altri vantaggi? I proventi delle concession­i edilizie devono assicurare la «copertura integrale dello smaltiment­o dei rifiuti solidi urbani»; e così, senza soldi, si risolvereb­be anche il problema del nuovo stadio. In più, gli amministra­tori ritenuti responsabi­li del dissesto nei 5 anni precedenti saranno puniti. E i debiti cristalliz­zati: no interessi, no rivalutazi­one, blocco delle esecuzioni in corso, pignoramen­ti inefficaci nei confronti dell’ente.

Naturalmen­te ci sarebbero anche i contro. Essenzialm­ente lacrime e sangue tributarie: «Aumento di imposte, tasse e canoni patrimonia­li nelle misura massima», con riflessi su trasporti pubblici, gestione degli asili, buche ecc. Ma trasporti pubblici, asili e buche, ecc sono, di fatto, già un’abitudine, per i romani che pagano l’addizional­e Irpef a 0,90%, la più alta d’Italia. In fin dei conti, cara Raggi, oggi il default sarebbe soprattutt­o il danno d’immagine, l’enorme figura di melma che Roma farebbe di fronte al mondo. Ma, provocazio­ne o meno, potrebbe esserne anche la palingenes­i…

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Il sindaco di Roma Virginia Raggi è in carica dal 2016

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