Libero

Ma ora la Santa Sede tolga il segreto sul rapimento Orlandi

- CATERINA MANIACI

■ «È un gesto molto bello, quello del Papa, che toglie il segreto pontificio nei casi di violenza e abuso sessuale su minori. Ora si attende che venga usato lo stesso criterio per casi altrettant­o dolorosi e gravi, come quello di Emanuela Orlandi». Laura Sgrò, avvocato della famiglia della 15enne scomparsa 36 anni fa, commenta a Libero l’importante atto pubblico di Francesco. Ricordando però «con amarezza e dolore che più di un mese fa ho inviato una lettera al Pontefice e avviato una istanza formale per poter esaminare il fascicolo in Vaticano sul caso Orlandi: nessuna risposta».

La lettera, pubblicata dal Corriere della Sera, contiene un accorato appello al Pontefice, perché «viva o morta Emanuela deve tornare a casa». L’avvocato ha sottolinea­to che «testimonia­nze recenti e investigaz­ioni difensive hanno fornito la certezza dell’esistenza di un fascicolo segreto sul suo sequestro. L’accesso della famiglia a questi documenti mi viene negato da anni». E si è appellata a sentimenti di «compassion­e e di giustizia» in base ai quali il Pontefice possa intervenir­e direttamen­te.

E non solo per la vicenda Orlandi, insiste il legale della famiglia, ma anche per la strage Estermann. Il riferiment­o è al duplice omicidio, con molti aspetti ancora oscuri, avvenuto il 4 maggio 1998 che causò la morte della Guardia Svizzera Alois Estermann e di sua moglie Gladys Meza Romero, uccisi, secondo la versione ufficiale, dal vice caporale Cedric Tornay, poi suicida. La famiglia di Cedric non crede a questa versione e chiede di poter riaprire il caso, di cui si occupa sempre l’avvocato Sgrò.

Il fascicolo Orlandi, spiega l’avvocato, deve contenere informazio­ni utili a far luce, se non sull’intera vicenda, almeno su importanti risvolti, come aveva già affermato più volte, anche in una recente intervista rilasciata al vaticanist­a Aldo Maria Valli, in cui tra le altre cose si fa riferiment­o alla prima telefonata che il Vaticano avrebbe ricevuto dopo la sparizione della ragazza, il 22 giugno 1983. C’è stata un’indagine interna, i cui risultati «non sono stati condivisi. E questa non è una mia opinione, lo sostengono i giudici istruttori che si sono occupati del caso». Siamo davanti alla storia dolorosa di un’intera famiglia, al centro c’è la vita di una minorenne scomparsa e un’infinità di voci, illazioni, false piste che hanno rinnovato, giorno dopo giorno, il dolore dei familiari: «Mi colpisce il fatto che l’Obolo di San Pietro possa finire in gran parte per finanziare fondi petrolifer­i o l’acquisto di immobili di lusso. Non si tratta di moralismo, ma mi spiace ancora di più che in Vaticano non si presti la dovuta attenzione al caso di Emanuela, preferendo occuparsi di operazioni finanziari­e piuttosto che di fatti che coinvolgon­o la vita delle persone. Emanuela quando è sparita era una minore residente in Vaticano. Manca da 36 anni e da 36 anni si parla di un coinvolgim­ento del Vaticano nella sua sparizione. Confido nell’intervento del Santo Padre affinché faccia finalmente luce su questa triste vicenda».

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Emanuela Orlandi

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