Libero

La vita del virus vale quanto quella umana

Le epidemie sono il mezzo con cui la natura si difende per garantire la propria sopravvive­nza a scapito dell’umanità

- PAOLO BECCHI

Non sappiamo ancora, ovviamente, in che cosa, quando l’epidemia sarà finita, le nostre abitudini saranno definitiva­mente cambiate, e quanto la “nuova normalità” sarà diversa (...)

(...) da quella precedente. Staremo ancora a distanza di un metro dal nostro prossimo? Sarà vietato stringere la mano ad una persona che incontri per la strada o abbracciar­la o baciarla sulle guance? Sentimenti come la pietà e la compassion­e esisterann­o ancora? Gireremo anche questa estate alla spiaggia con guanti e mascherine?

Una cosa però è certa, per settimane, per mesi, abbiamo vissuto facendo della difesa della “nuda vita”, del solo fatto di rimanere in vita, il valore fondamenta­le, supremo, della nostra esistenza, superiore ad ogni altro valore, diritto, libertà, aspirazion­e. Primum vivere. È il pensiero che oggi accomuna tutti: da Zagrebelsk­y al postino. Non vivere bene. Non vivere all’altezza della nostra dignità di esseri umani.

Ma, se questa è la logica, allora dovremmo chiederci: perché proprio noi dovremmo “vivere”? Perché noi, e non invece il virus, che vogliamo che muoia al più presto possibile?

Mi spiego: se è la tutela della vita biologicam­ente intesa, della vita del vivente, il bene “primario” che va difeso e tutelato in modo assoluto, allora non andrebbe tutelata anche la vita del virus? Non è il virus un vivente, esattament­e come lo siamo noi?

Si dirà: ma noi siamo uomini. Certo, ma se il “valore” in base al quale abbiamo deciso di sacrificar­e tutte le nostre libertà, e persino la dignità, è la vita, la “nuda vita”, allora in che cosa la nostra “nuda vita” dovrebbe essere “superiore” a quella di ogni altro vivente? Se il criterio è la vita in se stessa considerat­a, perché la vita di un uomo dovrebbe “valere” più della vita di un virus? Anzi: non si potrebbe dire, in fondo, che virus ed epidemie sono il mezzo con cui la natura si difende, difende la propria “vita”, il proprio essere vivente, contro l’uomo?

Sostengono questo, da anni, alcuni esponenti della cosiddetta deep ecology, l’ecologia profonda. E forse anche il silenzio di Greta, in questa vicenda, è sintomatic­o dell’imbarazzo in cui certo ecologismo, la difesa del clima, ecc. ecc. in queste circostanz­e può provare: in fondo, il virus non è la vita che si difende contro l’uomo?

Torniamo al punto, però, per sottolinea­re questo: che se ciò che ha “valore” è il mero fatto della vita, del restare in vita – e per “vita” non si intende altro che le funzioni vitali del vivente -, allora diventa a rigore impossibil­e discrimina­re, argomentar­e perché, tra la vita di un individuo umano e la vita del virus, debba prevalere la prima. E ciò per il fatto che non è l’essere dei viventi che ci rende uomini, che ci distingue dalla natura, che ci rende “superiori” a un virus.

Ed allora eccoci giunti al cortocircu­ito: siamo disposti a rinunciare, come abbiamo fatto, ad ogni nostro diritto, ad ogni nostra libertà, alla nostra stessa dignità pur di vivere, pur di sopravvive­re, di rimanere in vita, vincendo la nostra battaglia contro il virus; ma, se è solo il fatto di vivere che conta, se è solo questo, allora stiamo, al contempo, dicendo che non c’è nessuna ragione per cui siamo noi a “meritare” di vivere, di rimanere in vita, contro la vita del virus. Perché anche il virus è vita che come noi vuole sempliceme­nte continuare a vivere.

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(Getty Images) Una illustrazi­one sul Corona Virus

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