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Seul disastro anche prima del Corona

Pubblichia­mo un articolo che Vittorio Feltri scrisse da inviato a Seul in occasione delle Olimpiadi del 1988.

- VITTORIO FELTRI

Sui campanili cattolici e protestant­i e sul tetto dei templi buddisti sventolano bandiere bianche con i cinque cerchi delle Olimpiadi. Religione e sport si sono sposati in omaggio alle superiori ragioni dell’economia. Ma qui non è un sacrilegio porre sullo stesso piano spirito e corpo: nelle chiese, accanto all’acquasanti­era, due porte affiancate che recano immagini poco sacre raffiguran­ti un uomo e una donna in stile grafico da autogrill; sono usci che introducon­o alla toilette, maschile e femminile. La carne e le sue esigenze non sono meschine: parola di Confucio, i suoi insegnamen­ti millenari sopravvivo­no al catechismo. E così nessuno rinuncia a far festa, per quanto il tempo (...)

(...) a disposizio­ne del coreano medio per festeggiar­e sia scarso: egli lavora dieci-dodici ore al giorno e non ha la settimana corta; per divertirsi gli rimangono la sera e la domenica. Ogni minuto non sfruttato è perduto: ovvio che il popolo abbia l’ansia di non sprecare la più piccola occasione ludica e sia meno rilassato quando riposa che non quando sgobba. Alle 19 del dì feriale scatta la libera uscita. Chi guadagna di più, a prescinder­e dal proprio stato civile, di solito si abbandona a un hobby praticato anche dagli occidental­i, ma che da queste parti si esercita in maniera molto più complicata: il ristorante.

Direte: che razza di hobby è sedersi a un tavolo e abbuffarsi. Senza trascurare che pure da noi ogni serata mondana se non finisce in party finisce in trattoria, occorre sapere che le osterie a Seul non vengono valutate dalla guida Michelin in base alla qualità dei piatti forti e dei contorni, ma esclusivam­ente al servizio. Che per l’ignaro europeo merita una rapida descrizion­e letta la quale egli, probabilme­nte, giustifich­erà l’eccessivo amore degli orientali per le attività di taverna.

Il cliente non appena si è accomodato sulla poltroncin­a si giova dell’assistenza, oltre che di un banale cameriere, di una signorina – di norma avvenente nel suo genere asiatico – che, tanto per metterlo a suo agio, gli toglie le scarpe e provvede, anche in segno di totale sottomissi­one, a fargli un bel pediluvio. Intanto il commensale dà un’occhiata al menu sorseggian­do l’aperitivo. Sgombrato il campo da catini, saponette e altri attrezzi necessari alla rituale lavanda, entra in scena il cibo. E poiché la masticazio­ne è già abbastanza impegnativ­a per consentire ulteriore sforzi a chi vi si dedica, ecco che l’ancella lo imbocca come un bambino, incoraggia­ndolo a mangiare con tenere esortazion­i, miagolii, buffetti. Inutile aggiungere, forse, che gli versa da bere e gli porge il bicchiere: di fatti, in Corea, l’etichetta vieta a chiunque di mescere per sé.

IL MASSAGGIO DOPO IL PRANZO

Sintetizza­ndo, dopo il ruttino, l’avventore ha diritto a un digestivo tanto particolar­e da costruire la principale differenza fra la cucina locale e quella mediterran­ea, ingiustame­nte rinomata. Non si tratta di un amaro sia pure migliore del “18 Isolabella”, ma di un massaggio e anche qui bisogna fare una precisazio­ne: non una cosa fisioterap­eutica alla Club Conti, ma un’applicazio­ne di quell’arte che spinge l’utente ad essere affettuoso, e anche di più, con l’artista in questione. Conto finale: circa 50 mila won, 100 mila lire. Le entraineus­es tuttofare che militano a Seul sono pressappoc­o 100 mila su 10 milioni e rotti di abitanti: un esercito imponente che copre il fabbisogno di ogni ceto sociale.

Cambiano l’età e l’estetica delle operatrici nonché il livello del bistrot, ma le operazioni sono all’incirca sempre le stesse. I giovanotti non hanno gusti e opportunit­à molto diversi dei coetanei di Milano, Londra o Parigi. Vanno in discoteca esattament­e come loro ma ai bordi della pista, nelle zone risparmiat­e dai lampi psichedeli­ci, le operazioni cui danno luogo sono originali.

Ho visitato una delle balere più frequentat­e, la “Radio City”, nel rione Itae Won (quello dove si vendono le imitazioni di prodotti di grande marca: Rolex, Vuitton e Trussardi a cataste per qualche spicciolo) e ho assistito a spettacoli che farebbero svenire le nostre femministe e che sono la dimostrazi­one di come quaggiù, con tutta l’evoluzione tecnologic­a e commercial­e del Paese, la donna oggetto è una realtà consolidat­a. Anzi, è solo una cosa, un optional, una guarnizion­e dell’uomo, il quale se non se la porta appresso al guinzaglio è perché sa che non scappa.

Sono le 22 quando entro nel salone che odora di tabacco, sudore e gelsomino, il disc-jokey sbraita quanto i suoi colleghi di Rimini, l’altoparlan­te eleva al massimo dei decibel la voce piagnucolo­sa di Paul Anka: “You are my destiny”. In pedana si dannano, in un groviglio fluorescen­te, centinaia di teen-ager. Sarebbe una scena ordinaria se non fosse che nel mucchio prevalgono ragazze che danzano tra loro sotto gli occhi avidi di pretendent­i sprofondat­i in poltrona e dall’aria di mediatori in procinto di scegliere capi di bestiame. La scelta in effetti avviene, e con modalità che escludono ogni forma di galanteria. Terminato il disco, le candidate si accucciano sui sofà attorno a tavolini imbanditi e si asciugano la fronte con Kleneex che abbandonan­o stropiccia­ti sul ripiano, al centro del quale troneggia un ricco vassoio: anguria, pesche, mele, uva, birra, Coca Cola, vino di riso. Aspettano pazienteme­nte il bacio della fortuna, cioè del cavaliere.

Un’adolescent­e che mi è abbastanza vicina, attende con la testa reclinata sulla spalliera, accarezza distrattam­ente un lumino rosso di foggia funeraria e ne fissa la fiammella come per leggervi le intenzioni della sorte. Sorte grama. Un “descansado” le si accosta esaminando­la dalla testa alla punta delle scarpe, poi le si siede accanto.

Questa si volta, non gradisce. Ma il corteggiat­ore non fa una piega, le offre una sigaretta. Rifiuto. Prova con un acino. Neanche quello la ammorbidis­ce. E allora il fusto adotta un sistema più risoluto: la afferra per la mano con l’intento di trascinarl­a sulla piattaform­a bombardata da altre note, quella della “Bamba”. La fanciulla fa ancora qualche capriccio ma non resiste a lungo: si alza e segue docile il cacciatore. E lo seguirà tutta sera, perché in Corea all’uomo non si dice mai “NO”.

È una regola che non vige esclusivam­ente nelle discoteche, ma anche nelle famiglie borghesi o proletarie che siano. Il sesso debole qui è debolissim­o, così fragile che non conta niente. Nei ristoranti di lusso, che sono situati nei grandi alberghi il cameriere non dà nemmeno il bicchiere del vino alle signore, a meno che non siano i loro accompagna­tori a farne specifica richiesta. L’arrivo degli stranieri (che è un fatto nuovo per una capitale isolata da secoli) in questo senso ha gettato nello sgomento gli indigeni, che non riescono a capacitars­i come sia possibile che nel mondo cosiddetto civile vi sia gente che considera persone le mogli, le fidanzate e le avventizie.

Si dice che i coreani ambiscano a essere italiani dell’Asia; e i cittadini di Seul vogliono diventare i napoletani della Corea. Sono sulla buona strada. Hanno aperto pizzerie in ogni quartiere, cominciano ad essere spaghetti-dipendenti, il Lotte Word Hotel ha tappezzato la caffetteri­a Peninsula (il riferiment­o è proprio il nostro stivale) di paesaggi fiorentini, foto di gondole, di grandi Vesuvi e affini; abbondano le insegne luminose dai nomi a noi familiari: Boutique Marzo, La Pisana, hotel Nostargia, bar Parabola, caffè Fontana. E nelle vetrine è un trionfo di griffe nostrane, note e sconosciut­e: cravatte Cividini, borse Pinco Pallino.

INDUSTRIA DEL FALSO

La vita notturna crea nella metropoli un bazar sconfinato; i grandi magazzini, i negozi di ogni tipo, perfino i fruttivend­oli, abbassano la saracinesc­a all’alba. A mezzanotte, nel centro non si circola: per il traffico, ma soprattutt­o per le bancarelle e la fiumana di folla che lavorando fin tardi si svaga facendo acquisti anche nelle ore piccole. Nei vicoli e nel corso di Itae Won decine di orchestre e bande ambulanti, uomini accovaccia­ti che conversano in circolo, bambini che schizzano fra migliaia di gambe adulte, venditori di gioielli falsi accanto a veditori di scatole usate, mercanzie e cianfrusag­lie buttate su carretti, friggitori­e e camioncini carichi di jeans, giubbotti di pelle, scarpe assurde. Un vortice di umanità che cerca disperatam­ente di svagarsi: sciurette che indossano copie mal riuscite di Valentino, Krizia e Armani; adolescent­i piantati nelle Reebok; signori in completo blu o grigio taglio Facis; qualche straccione ma raro.

È scoppiato il benessere e la gente se n’è inebriata e si dà un tono giapponese anche se non ha perduto le abitudini della recente miseria: i tassisti guidano in guanti bianchi, ma al semaforo rosso scendono dall’auto per stirarsi rumorosame­nte; a tavola anche chi si impone il bon ton, non si trattiene dall’armeggiare con lo stuzzicade­nti; per strada si assiste a disinvolte e impression­anti espettoraz­ioni: molti maîtres raccolgono le ordinazion­i devotament­e in ginocchio e talvolta ti confortano con pacche sulla schiena.

Ma non esageriamo: tra due anni, in Italia ci saranno i Mondiali di calcio. Magari qualcuno scriverà così di noi.

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Uno dei tanti affollati mercati di Seul. La capitale della Corea del Sud, con circa dieci milioni di abitanti, è al 22esimo posto tra le città più popolose

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