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Ha inventato “petaloso” Adesso odia la lingua

A 4 anni dal tema in cui coniò l’aggettivo ottenendo il plauso dell’Accademia della Crusca, Matteo confessa: «Quel vocabolo un po’ mi perseguita. L’italiano? Non mi è mai piaciuto»

- MIRIAM ROMANO

■ A otto anni è diventato famoso. O meglio, lo è stato per qualche settimana. Quando glielo ricordano sorride anche adesso, un po’ beffardame­nte. Altre volte scrolla le spalle e gira la testa. Matteo è solo un ragazzino che ha scritto sul suo quaderno una parola. Ha impugnato la biro e ha sbrigato l’esercizio. Più in fretta che poteva per tornare a giocare. «Non ci ho dato tanto peso», racconta oggi l’inventore di “petaloso”.

È a casa sua, a Copparo, in provincia di Ferrara. Lo raggiungia­mo al telefono mentre è insieme alla sua famiglia. Ha dodici anni e l’anno prossimo farà la terza media alla scuola “Corrado Govoni”. Intanto si gode l’estate, quasi ogni giorno va a pescare coi suoi amici. Percorre le strade sterrate in bici, zainetto in spalla. Rigorosame­nte senza libri.

Ha raccontato tante volte la sua storia. Ormai la ripete come una cantilena. «Petaloso significa con tanti petali. Volevo dire solo questo. Non sapevo che quella parola non esistesse», rispolvera anche a noi il racconto.

Un po’ ride. Un po’ se ne vanta del suo successo. Ma in realtà non gliene importa così tanto. Aveva fatto una marachella quel giorno, scrivendo una parola sbagliata, inesistent­e. Invece di prendere un brutto voto, sono volati compliment­i e notorietà. Le disquisizi­oni sulla lingua degli esperti, il tam tam sui social, siti internet spuntati come funghi, gadget e slogan. Il suo “petaloso” era ovunque. Persino negli Stati Uniti un portale web ha riportato la sua storia. «Sono diventato famoso per errore». Non è modestia, è la verità, semplice, di un bambino.

GLI ANZIANI LO FERMANO

In paese lo conoscono ancora tutti. Copparo fa 15mila abitanti e non è difficile ricordarsi di Matteo. Lo indicano per strada. «Mi salutano, mi chiamano “Petaloso”, io mi giro, ma non li conosco. Sono soprattutt­o gli anziani a fermarmi», racconta. In barba al suo successo, alla moda di quel vocabolo scarabocch­iato, lo ammette. A volte non ne può. «Qualche volta, dopo un po’ mi dà fastidio essere chiamato così. Però ci rido sopra».

La maestra Margherita Aurora, nel 2016, aveva avuto l’intuizione leggendo su quel quadernino il termine “petaloso” e aveva chiesto il parere all’Accademia della Crusca. «Bello e chiaro» era stato definito dai linguisti il vocabolo di Matteo. Ma davanti a sé, lui è sicuro non c’è un futuro da esperto della lingua italiana. «L’italiano non mi piace, non lo studio molto volentieri», confessa. Il padre, Marco, lo spinge a dire tutta la verità e Matteo, timidament­e, vuota il sacco: «Studiare in generale non mi piace molto». Hai già qualche idea per le scuole superiori? Gli chiediamo. «No, so solo che voglio andare dove non si studia troppo».

Non è un Leopardi dei nostri giorni. «È un bambino normale», ci tiene a sottolinea­re il papà. Il pomeriggio impugna la playstatio­n, legge qualche libro quando gli viene imposto e per il resto è un vulcano di energia.

«Petaloso rappresent­a un po’ la sua personalit­à, vivace e spontanea. Lui non voleva inventare un termine nuovo. Voleva solo dire quello che gli sembrava giusto. Non si trattiene dal dire nulla. Quando una cosa gli passa per la testa, la butta fuori», spiega ancora il padre. Tutto il contrario di suo fratello, Luca, introverso e studioso, ancora basito, a distanza di quattro anni, per il successo improvviso di Matteo.

LUCA, IL BRAVO

«Avevo dieci anni», ci racconta, «e quando Matteo inventò quella parola, non riuscivo a crederci. Chiedevo ai miei genitori: Io mi impegno, studio e lui per un errore diventa famoso?». È Luca a correggere Matteo, è Luca a portare a casa le pagelle coi voti alti. Ma è Matteo quello famoso e neanche gliene importa. “Petaloso” in quelle settimane diventò un tormentone. Ma il suo inventore di tutto quel baccano non accusò quasi nemmeno il colpo. «Ricordo che per due settimane a scuola non facemmo niente», spiega ridendo. Interrogaz­ioni e compiti sospesi per tutta la classe. «Però mi divertii molto. Mi invitarono al Festival dei fiori, al Festival della Lingua Italiana. Il comune di Riva Ligure mi diede la cittadinan­za», rivanga nella sua memoria. Per settimane le telecamere furono puntate su una famiglia normale di un paesino qualsiasi d’Italia. Il papà è un agente di commercio, la mamma Lisa una commessa e il fratello Luca uno studente del liceo scientific­o.

Sui voti a scuola della sua ultima pagella, Matteo tenta di barare un po’. «Ho degli otto e dei nove», dice e poi ammette: «Nove in realtà in ginnastica e ho anche qualche sette e qualche sei».

Non è il secchione della classe. La fantasia però non gli manca. È un burlone e il vizio di coniare parole che non esistono gli è rimasto. «Ogni tanto ne spara qualcuna», ci racconta papà Marco. A nessuno, però, è venuto in mente di bussare ancora alle porta dell’Accademia della Crusca. «È stata una bella esperienza. Però mi auguro per il futuro che i miei figli possano ottenere qualcosa dalla vita grazie allo studio e all’impegno», continua il padre di Matteo.

Ora, però, il sipario su “petaloso” non è calato del tutto. La parola non è ancora stata inserita nel vocabolari­o. «Ci auguriamo che nei prossimi anni il vocabolo venga ammesso nel dizionario. Sarebbe un bel coronament­o per la nostra piccola storia».

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 ??  ?? Qui sopra, Matteo oggi con i genitori. A sinistra, il ragazzino con la maestra Margherita Aurora, che nel 2016 aveva avuto l’intuizione di chiedere un parere all’Accademia della Crusca sul termine “petaloso”, inventato da Matteo
Qui sopra, Matteo oggi con i genitori. A sinistra, il ragazzino con la maestra Margherita Aurora, che nel 2016 aveva avuto l’intuizione di chiedere un parere all’Accademia della Crusca sul termine “petaloso”, inventato da Matteo

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