Libero

Le assassine della suora vivono bene

Da minorenni la uccisero in nome di Satana. Scontata la pena, ora sono avvocato, mamma e studiosa. La vittima sarà presto beata

- CRISTIANA LODI

La mamma, l’avvocato e la studiosa. I nomi nuovi e le città diverse. Torino, Roma, il Veneto. Lontano da Chiavenna, dove una notte di venti anni fa scelsero di entrare all’Inferno. Trionfalme­nte. «Siamo tre e siamo una», giurarono bevendo birra e il loro sangue. Un cane? Un asino? Un bambino oppure un prete? «Ma il cane è scappato, l’asino non c’è, il bambino è mio fratello e il prete è troppo grosso», dissero sedute al pub della piazza. Così era rimasta lei. La suora. Maria Laura Mainetti, la superiora minuta alla quale anche i ragazzi del paese ogni tanto facevano gli scherzi. Loro tre, invece, vollero assassinar­la (...)

(...) lungo un viottolo a Chiavenna, provincia di Sondrio. Era il 6 giugno 2000. Un martedì qualunque, come anonime e irrilevant­i erano loro. Ambra, Milena e Veronica. Da assassine si chiamavano così e avevano sedici (quest’ultima) e diciassett­e anni.

Suor Maria Laura era una delle Figlie della Croce di Sant’Andrea, madre superiora dell’Istituto “Immacolata”. Cadde nella trappola tesa dalle tre minorenni quando aveva 61 anni e alle spalle la vita intera dedicata all’insegnamen­to e al convento. La uccisero in nome di Belzebù, armate dalla noia e da un coltello preso dalla cucina di casa. Per essere riposto, una volta sciacquato alla fontana del paese. Al Diavolo ne sarebbero bastate diciotto di pugnalate per la suora. Loro gliene avevano promesse sei a testa. 666: il numero perfetto per Satana. Se non fosse che una delle tre assassine a un certo punto rovinò il rito, tirando un fendente in più «perché la bastarda non voleva morire». E parlava, Suor Maria Laura, mentre moriva, parlava di continuo e in ginocchio non smetteva di implorare: «Signore perdonale! Perdonale!».

Venti anni da quella notte di inizio estate che aveva lasciato l’Italia di sasso per quell’orrore assurdo e la giovanissi­ma età delle carnefici. Ma dove sono finite oggi e cosa sono diventate, Milena De Giambattis­ta, Ambra Gianasso e Veronica Pietrobell­i? Adesso le ragazze di Satana che ammazzaron­o la suora sembrano non esistere più. Perché sono diventate madri e mogli. Perché hanno studiato all’università e perché, prima di trasferirs­i lontano, hanno ottenuto un altro nome. E un nuovo cognome all’anagrafe dell’ultima città di residenza. La pena per il delitto? Scontata da tempo e molto prima della fine. Sono state poco in prigione, così ha deciso la giustizia che ha condannato a dodici e otto anni, a dispetto delle proteste di tanti. Ma gli indulti sommati alla buona condotta in carcere, all’attenzione degli educatori per l’età, all’impegno degli assistenti sociali e ai bravi avvocati, le hanno rimandate fuori in fretta. Ad agosto 2006 esce Veronica e a maggio l’ha già preceduta Milena; mentre a novembre 2008 uscirà anche Ambra. Libere. Sotto protezione e in silenzio. Aiutando così a smorzare il caso. Mentre loro, intanto, hanno trovato il tempo e lo spazio per rifarsi una vita.

LO STRATAGEMM­A

Ma cosa accadde quella notte a Chiavenna, quando Ambra, Milena e Veronica erano ancora le ragazze di Satana?

Sono le 22 e 50 quando squilla il telefono del convento. È tardi e Suor Maria Laura ha un soprassalt­o. «Sono “Erica”. Ho bisogno d’aiuto - dice la voce dall’altra parte, - un uomo mi ha violentata dopo che ho fatto l’autostop e adesso sono incinta. Devo vederla. La prego, venga da sola». Suor Maria Laura la riconosce, sa bene che si tratta di Milena, la ragazzina del paese sempre triste e che non sa se deve stare con la mamma o con il papà in via di separazion­e. «Arrivo», risponde. Prima di uscire avvisa don Ambrogio, l’arciprete. «Devo incontrare quella ragazza che ha chiamato anche l’altro giorno. Ha bisogno di aiuto». Esce Suor Maria Laura, senza guardarsi alle spalle e senza immaginare (ovvio) che le tre ragazze di Satana avevano fatto le prove per l’omicidio nei giorni precedenti. Attraversa Chiavenna nel buio estivo, fra le montagne e le case basse di pietra che guardano il fiume. Il convitto (dove lei vive) è all’estremo della città, verso la montagna. Non molto lontano da quella c’è piazza Castello, il luogo dell’appuntamen­to.

Al posto di Milena “Erica”, le va incontro Veronica. È lì, ed è giovane, molto giovane. «Vieni al convitto da noi. Non avere paura, ti aiuteremo, potrai tenere il bambino», dice la religiosa. Ma la ragazzina è distratta e non sembra nemmeno sentire. «Non devi avere paura - le ripete, - non sei più sola». Niente. «Venga con me», ordina la ragazzina. Suor Maria Laura la guarda sorpresa, capisce che qualcosa non va. «Dove?», chiede. «Là», e indica il viottolo che porta alle Marmitte dei Giganti e alla vecchia filanda in disuso. «Perché?» domanda la suora. «Ho la mia roba in macchina e l’ho lasciata là». Suor Maria Laura resta lì, interdetta. Non sa cosa fare. Pochi istanti, cede e la segue. Ma di colpo compare un’altra ragazza, più o meno della stessa età della prima, vestita di nero. Le va incontro. «Sono un’amica di Erica. La prego, venga

con noi è disperata, sta davvero male. Ci aiuti. La sua roba è nella macchina. Vorrebbe tornare dai suoi genitori, ma vuole che lei l’accompagni così gli parla ai suoi. A lei che è una suora daranno ascolto». Suor Maria Laura segue entrambe. Arrivano al viottolo buio e sbuca la terza ragazzina. Anche lei vestita di nero. La suora non capisce e tace. Ormai sono tutte e quattro ferme sotto l’ippocastan­o, vicino alla rupe che si chiama Inferno. «Devi morire perché Lui lo vuole!», grida Ambra tirando fuori un mattone dalla borsetta. E parte il primo colpo, ma Suor Maria Laura sembra non sentire dolore e resta in piedi. Cerca di voltarsi e le arriva un’altra pietrata. E un’altra e ancora. Di seguito e a non finire. Cade in ginocchio e una delle tre vestite di nero l’afferra per i capelli e le sbatte la testa contro il muro. «Muori bastarda! Muori!». Partono anche i fendenti. «Aiutatemi! Cazzo! Venite a darmi una mano. Questa non muore mai!», ordina Ambra. Quindi si arrivano Veronica e poi anche Milena. Adesso sono sei mani, un mattone e un coltello. Un fendente di troppo, diciannove. Mentre la suora prega e muore: «Signore perdonale!».

Il corpo di Suor Maria Laura, all’anagrafe Teresina Mainetti, viene trovato il mattino dopo, verso le otto, da un pensionato che passa in bicicletta. Dà l’allarme. Arrivano i carabinier­i e la Scientific­a. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito. Il rumore del fiume Mera ha coperto le grida. Si pensa a dei drogati, magari stranieri. Un nero. Ce n’è tanti qui. Ma il procurator­e di Sondrio, il 13 giugno, dichiara: «Abbiamo individuat­o la matassa. Ora cerchiamo il bandolo. Siamomolto vicini». Viene diffuso un identikit. Si tratta di una ragazza dai capelli ricci e il viso paffuto. Avrà quindici o sedici anni. Dopo qualche giorno ne viene diffuso un altro. «Non ci prenderann­o mai. Nessun ritratto ci corrispond­e», dicono le assassine.

LE INDAGINI

C’è un quotidiano su un tavolino del bar in piazza. È spalancato sulla pagina del delitto. Sotto l’identikit della ragazza, qualcuno scrive “Veronica”. Sarà per quel suo fare annoiato, la mania per il satanismo, il cantante blasfemo Marilyn Manson e i tagli sulle braccia condivisi con altre due amiche altrettant­o strane. Sarà che una di loro, Veronica, aveva spifferato tutto alla figlia del maresciall­o: «Ma al convento non ho chiamato io, è stata Milena: a me veniva da ridere».

Non sono molte le Veroniche in paese. I cellulari sono sotto controllo da subito. E loro parlano, si mandano messaggi: «Siamo invincibil­i. Non ci troveranno mai. Ho cambiato il colore dei capelli. Hai visto il secondo disegno? Sono più bella, mi assomiglia di più», sono le frasi intercetta­te. L’identikit è uno stratagemm­a del sostituto procurator­e per i minori Cristina Rota: una donna conosce la vanità femminile.

La mattina del 28 giugno scattano gli arresti, è il compleanno di Veronica. Che è a letto come Ambra. Milena invece è a Rimini, lavora come cameriera in un albergo. «Fredde, distaccate, imperturba­bili», dice chi indaga. Finiscono in tre prigioni per minorenni diverse. Confessano e ricostruis­cono il massacro con dettaglio e precisione. «La suora urlava. Diceva che non ci avrebbe denunciate. Che ci perdonava. Ma non ci interessav­ano le sue parole. Era rabbia quella che provavamo. Odio allo stato puro». Perché? Silenzio. Cosa avete fatto dopo averla uccisa? «Siamo andate al Luna Park. Dovevamo crearci un alibi. Farci vedere dagli amici». Ancora: perché? «Siamo tre e siamo una. Fate domande che non hanno risposta. Abbiamo ucciso per noia, quella suora non ci aveva fatto niente di male, era solo la persona giusta al momento giusto».

Si è parlato di sette sataniche, di riti luciferini. Ma alla fine di diabolico nel gesto di quelle tre minorenni c’è solo l’insensatez­za di un omicidio senza movente. E allora? Se ci fosse un regista occulto dietro questa storia incredibil­e? Hanno solo 16 e 17 anni, in fondo. Forse qualcuno le ha convinte. Un adulto magari. Qualcosa deve pur esserci. Invece è perfino troppo semplice: il cane è scappato, l’asino non c’è, il bambino è mio fratello e il prete troppo grosso. E l’autopsia parla chiaro: i colpi non sono stati inferti da altre mani che non siano quelle delle tre ragazzine. Loro confermano e precisano: «Potevamo uccidere chiunque». Caso chiuso. In Cassazione sono dodici anni per Ambra (l’anima nera del delitto), otto per Milena e Veronica, che dice: «Non è vero che Ambra c’entra più di me e Milena, abbiamo deciso insieme».

Oggi sono libere e con i loro nomi nuovi. Ambra, alta e bella, in tanto tempo ha soltanto mandato a dire: «Non ho proprio nessun commento da fare, io ho chiuso col passato, si scriva d’altro e non di me. Ho diritto a essere lasciata in pace». Lei è passata al regime di semilibert­à quasi subito. Si è iscritta alla facoltà di Giurisprud­enza, è diventata avvocato ed è una quasi quarantenn­e dalla vita uguale a quella di altre avvocatess­e della sua età.

NUOVE ESISTENZE

Veronica per qualche tempo ha proseguito un cammino di recupero cominciato in una comunità del Veneto, ed è andata avanti anni anche quando per legge avrebbe potuto andarsene. Riconosciu­ta parzialmen­te incapace di intendere e volere, a distanza di otto anni dal delitto aspettava un figlio dal fidanzato con cui era andata a vivere a Roma, lontano da Chiavenna. È stata ospitata anche in una comunità romana e lì è diventata la coordinatr­ice nella gestione dell’asilo nido della struttura. Dolce e attentissi­ma ai piccoli, oggi è sposata e vive sul mare di Roma col marito e due bambini. In un’intervista a Panorama (l’unica rilasciata nel 2008) disse: «Finito tutto ho riportato il coltello nel cassetto della mia cucina, da dove era uscito (…). Si decise di uccidere a 16 anni stando sedute sei ore davanti a una birra in un piccolo bar di paese. Tutto quello che dicevamo, pensavamo e facevamo era senza valore. Da che cosa ero terrorizza­ta? Dallo sguardo di suor Maria Laura? Dal sangue? Non lo so, perché era buio e io non l’ho guardata in faccia, come non ho guardato il sangue. In quel momento e soltanto allora, ho avuto paura di tutto. Anche di Ambra e Milena». Poi, chiedendo di essere dimenticat­a, aggiunge: «Il carcere, gli psicologi e la comunità di recupero mi hanno permesso di diventare la persona che altrimenti non sarei mai stata». «Alcuni anni fa - racconta Amedeo Mainetti, fratello della suora uccisa - fui contattato dal padre di Veronica, il quale mi confidò che lei stava facendo significat­ivi progressi nel suo percorso di recupero. L’ultimo incontro è stato nel 2007, a Chiavenna, quando Veronica tornò col padre per il funerale della madre. Feci le condoglian­ze a entrambi. Da quel giorno non li ho più né visti, né sentiti».

Don Antonio Mazzi, che ha continuato a seguire Milena anche dopo averla avuta nella sua comunità per tossici, dice che «è pienamente consapevol­e di ciò che ha fatto e al tempo stesso pentita e convinta di poter rinascere e recuperare sempre meglio». Insomma, le tre ragazze di Satana sembrano non esistere più. Hanno messo su famiglia e chissà se ai loro figli, un giorno, raccontera­nno chi era Maria Laura Mainetti, la suora che Papa Francesco presto renderà beata in quanto «uccisa in odio alla fede».

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Sopra, la lapide di Suor Maria Laura Minetti (nella fotina in alto), massacrata il 6 giugno 2000

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