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Il governo spende altri miliardi per tenere in vita le banche rotte

Lo Stato ha già erogato 10 miliardi e rischia di perderne altrettant­i se dovrà coprire le garanzie fornite su prestiti e ricapitali­zzazioni. Ora spuntano 1,5 miliardi per Mps

- SANDRO IACOMETTI

■ Gli affari, malgrado il controllo pubblico che il governo vuole estendere a tutte le grandi aziende italiane in crisi, non vanno bene. Anzi, vanno malissimo. Mps tornerà a rivedere l’utile, nel migliore dei casi, solo nel 2023. Dopo la perdita di 1,1 miliardi di euro del semestre le stime della banca salvata nell’estate del 2017 con 5,4 miliardi dei contribuen­ti (per una quota del 68% del capitale che ora vale molto meno) presentano «valori economici e patrimonia­li» inferiori a quelli previsti dal piano di ristruttur­azione e il cda, sotto la guida dell'ad Guido Bastianini, sta lavorando a una rivalutazi­one delle «opzioni strategich­e» e delle «leve industrial­i a disposizio­ne del management». In altre parole, c’è bisogno di quattrini. E subito.

L’operazione di scissione di 8,1 miliardi di euro di crediti deteriorat­i a favore di Amco genererà infatti un fabbisogno di capitale stimato in almeno 700 milioni. E questo potrebbe bloccare anche il piano di uscita del Tesoro, che il Mef ha chiesto di rinviare rispetto alla scadenza originaria di fine 2019 proprio «in attesa che si perfezioni» la scissione dei crediti marci, con, si legge nella semestrale di Mps, «l’obiettivo finale di creare le condizioni» per rendere Mps una candidata al consolidam­ento del sistema bancario. Praticamen­te per fare in modo che qualcuno se la prenda in sposa. Per

ché ciò avvenga, però, occorrerà anche risolvere il nodo della montagna di rischi legali in bilancio, lievitati nel semestre a 10 miliardi di euro. Rispetto alla maxi-richiesta da 3,8 miliardi della Fondazione Mps, di cui 3 miliardi riferiti all'acquisizio­ne di Antonvenet­a, Rocca Salimbeni ne classifica 3,6 miliardi «a rischio di soccombenz­a probabile» e 0,2 miliardi «a rischio di soccombenz­a possibile».

Come uscirne? Come al solito, caricando sulle nostre spalle tutte le grane che il governo non riesce a risolvere.

Per salvare le banche negli ultimi quattro anno sono stati già spesi 10 miliardi di soldi pubblici. E molti altri rischiano di uscire presto dalla cassa. Secondo le ricostruzi­oni effettuate dall’Osservator­io sui conti pubblici della Cattolica di Milano guidato da Carlo Cottarelli, il potenziale esborso dipende In primo luogo da quanto si ricaverà dalla vendite delle sofferenze delle Banche Venete per rientrare dei 6,4 miliardi di garanzie pubbliche concesse a Banca Intesa. In secondo luogo bisogna vedere cosa succederà degli altri 12,4 miliardi di capitale delle ex popolari del Nord est (ora in liquidazio­ne attraverso una bad bank) su cui lo Stato ha offerto la sua copertura. Ma non è tutto, perché ci sono anche gli 1,3 miliardi di garanzie necessarie al salvataggi­o di Carige. La stima di Cottarelli è che dalla triplice partita potrebbero arrivare dai 5 ai 10 miliardi di costi aggiuntivi.

Bastano? Macché. Nel turbinio, ormai fuori controllo, di miliardi spesi per fronteggia­re il post Covid il governo ha pensato bene di infilare l’ennesimo aiutino per Mps. Nel decreto agosto appena finito in Gazzetta ufficiale sono infatti spuntati 1,5 miliardi di euro destinati a non meglio precisate ricapitali­zzazioni di partecipat­e dello Stato. Un segreto di pulcinella, perché dei soldi per l’aumento di capitale di Mps si parla da inizio agosto. Qualcuno non voleva crederci, viste il conto per i contribuen­ti già salatissim­o, ma la norma è arrivata. I soldi saranno utilizzati probabilme­ntge per sotto scrivere un’obbligazio­ne convertibi­le. Evviva.

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Palazzo Salimbeni, sede centrale del Monte dei Paschi di Siena

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