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«Altro che sussidi, bisogna lavorare e produrre»

Gianluigi Cimmino, numero uno di Carpisa e Yamamay, vede nero: «L’assistenzi­alismo farà molti danni all’economia»

- GIOVANNI TERZI

■ Gianluigi Cimmino ha quarantase­tte anni ed è il ceo del gruppo Pianoforte Holding che contiene tra le altre marche Yamamay, Jaked e Carpisa. Una laurea in Economia, molte esperienze all’estero oltre ad essere professore integrativ­o della Università di Napoli insomma una grande esperienza nonostante la sua giovane età. Poche settimane fa la società Carpisa ha fatto causa ad Enac che, proprio secondo Cimmino aveva in maniera improvvida negato la possibilit­à di imbarcare trolley sugli aerei.

Così dichiarò poche settimane fa dopo che il divieto venne ritirato: «Quella misura era inutile e anzi dannosa perché ha provocato ritardi per le procedure di imbarco e assembrame­nti per il ritiro delle valigie. La decisione autonoma di Enac, non sollecitat­a da alcun protocollo sanitario, caso unico nel mondo, ha causato un grave danno anche alle aziende che, come la mia, producono valigie realizzate apposta per essere per essere imbarcate sugli aerei». Combattivo imprendito­re del mondo del fashion non ha lesinato critiche costruttiv­e in molto salotti televisivi quando si parlava delle misure economiche necessarie per affrontare la pandemia mondiale. Ciminno vantava, prima del lock-down, circa 1.200 negozi in tutto il mondo ed oltre 2.500 dipendenti diretti. «Il nostro gruppo fatturava 320 milioni di euro all’anno»

E oggi?

«Innanzitut­to tra le nostre aziende quella che produce borse da viaggio è rimasta più colpita così come le altre di quel settore merceologi­co. Inoltre i tre mesi di lock-down ci hanno messo davvero in ginocchio perché da una parte saranno mesi irrecupera­bili e dall’altra manca ancora una visione di sistema su come rilanciare il mondo dell’impresa. Noi siamo imprendito­ri di seconda, se non terza generazion­e, ed abbiamo costruito una impresa di carattere familiare anche se internazio­nale».

E le altre sue imprese? «Quella di costumi ha avuto una ripresa molto più veloce anche perché non ho mai visto tanta gente sulle spiagge».

Come ha gestito questi mesi di pandemia ?

«Ho messo tutte le persone in cassa integrazio­ne anche se abbiamo anticipato tutto ai lavoratori; consideri che poche settimane fa è arrivata la cassa di marzo».

Quanti sono i negozi che non riaprirann­o?

«Credo che circa un dieci percento sia già saltato. Ma la sfida vera viene adesso da settembre in poi».

Perché?

«In questi mesi abbiamo resistito quasi in maniera fideistica ma se ci sarà un secondo lock-down credo che si inne

Nato nel 2010 dalla fusione di Inticom-Yamamay e Jaked con Kuvera-Carpisa, il gruppo Pianoforte Holding fa capo alle famiglie napoletane Cimmino e Carlino. Opera attraverso tre brand: Yamamay (biancheria intima), Carpisa (borse e valigie), Jaked (costumi). Presidente è Luciano Cimmino, mentre gli amministra­tori delegati sono Gianluigi Cimmino e Maurizio Carlino. La società ha 2.500 dipendenti diretti, scherà una situazione tragica».

Cosa significa che è mancata una visione di sistema?

«Il governo sta cercando di darci dei soldi, che faticano ad arrivare, e doveva riscrivere le regole della fiscalità prima di tutto altrimenti salta tutto. Senza poi considerar­e la necessità di rivedere le regole anche tra le parti...».

Mi spieghi...

«Le faccio un esempio dal mio punto di vista. Il rapporto tra i centri commercial­i, spesso società immobiliar­i, e i locatari dei negozi era da rivedere e riscrivere. Invece nulla e se lei va a vedere molti centri commercial­i questi hanno tante saracinesc­he abbassate e questo perché i centri commercial­i non ascoltano minimament­e ciò che chiediamo».

E crede che questo sia soltanto un inizio?

«Quando passaggio nelle gallerie dei centri commercial­i e vedo che sono più vuote mi fa impression­e; ultimament­e vedo una situazione analoga anche nelle strade italiane».

Intende dire che ci sono negozi chiusi? 1.200 negozi in 52 paesi di cui 900 in Italia e fattura circa 320 milioni all’anno.

Yamamay distribuis­ce i suoi prodotti in oltre 600 negozi nel mondo, di cui 560 con la formula del franchisin­g. Carpisa, con il noto brand della tartaruga, ha invece una rete franchisin­g di oltre 650 punti vendita in Italia e nel mondo. Dal 2015 testimonia­l e co-designer del brand è l’attrice Penelope Cruz. Jaked, infi

«Io vedo fioccare le scritte “affittasi” e questo è un danno incredibil­e per tutti. Pensi a quando accadrà nelle città dello shopping quale ricaduta tremenda ci sarà».

Ricaduta sulla economia? «Tutti ne risentiran­no; c’erano persone che venivano apposta a Milano per fare shopping e che non possono più farlo. I negozi sono presidi nelle città così come i bar ed i ristoranti. Pensare ad una città dove questi scompaiono mi inquieta ma è ciò che accadrà se non si mettono mano a regole fiscali che ci permettano di lavorare».

Ma c’è internet dove comprare...

«Lasciamo stare. Premettend­o che molte società di vendite onLine non pagano tasse in Italia e nemmeno hanno la logistica nel nostro paese. C’è da aggiungere che queste generano fatturato ma non reddito per noi».

Ci sono altri paesi che sentono meno questa crisi data dalla pandemia?

«Assolutame­nte si; sono quelli dove esiste una economia che nasce e cresce sui conne, nasce come marchio di nuoto (sono Jaked i costumi di Federica Pellegrini, Massimilia­no Rosolino e di tanti altri nuotatori internazio­nali), ma oggi presenta anche capi fitness, running e triathlon, insieme alle collezioni sportswear. A livello retail il marchio è al momento presente con 27 negozi di cui 20 diretti e 7 affiliati, in 200 negozi multibrand e in 42 corner piscina presso impianti sportivi. sumi e dove la fiscalità è regolata in modo giusto. Da noi i consumi retrocedon­o, non siamo stati capaci di proteggere i nostri marchi, di fare una politica fiscale tale che ci possa rendere protagonis­ti con le nostre aziende. Abbiamo un paese straordina­rio con aziende all’avanguardi­a che non siamo stati in grado di valorizzar­e». Parla del lusso?

«Molte aziende del lusso sono ormai in mano a gruppi stranieri e le considero perse; erano un patrimonio economico importante. Ma anche quelle che noi chiamiamo del fast-fashion sono sulla stessa strada e tutto questo non è stato venduto ma svenduto».

Cosa pensa del recovery-fund?

«Penso che si stia sbagliando tutto. Molte aziende hanno basato il loro conto economico sulla cassa integrazio­ne e, così facendo, hanno sempliceme­nte prolungato la loro agonia. Inoltre stiamo sempre più diventando uno Stato basato sull’assistenzi­alismo cosa che provocherà danni importanti all economia del nostro paese.

Quando si mettono in moto gli ammortizza­tori sociali e questi non li riesci a controllar­e questi determinan­o danni alla economia reale. Io sono convinto che le risorse dell’Europa arriverann­o tra un po’ di mesi...» Però arriverann­o... «Vedremo quando si accorgeran­no che siamo in grado di dare solo soldi a pioggia e che la nostra capacità di restituzio­ne sarà molto bassa. Sembra quasi che si sia diventati un gruppo di furbetti noi solo una cosa dobbiamo fare ed essere su questo sostenuti».

Quale?

«Lavorare e produrre, generare reddito per mettere più soldi nelle buste paga dei dipendenti. E mi creda che solo riscrivend­o le regole sulla fiscalità saremo in grado di lavorare e produrre».

Lei ha delle nazioni europee che sono modelli di riferiment­o per la fiscalità?

«Olanda, Germania... ne potrei dire altre, tante , ma queste sono capaci di fare sistema attorno al comparto produttivo del loro paese».

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