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A quattro anni dal terremoto «Ricostruzi­one ferma «Se Amatrice è viva Però qui in Abruzzo merito solo dei privati mandano migranti» Pd e M5S incoerenti»

Il governator­e Marsilio: «Attendiamo ancora i soldi Basta con i commissari, vogliamo decidere noi» L’ex sindaco Pirozzi: «I gialloross­i in Lazio volevano il modello Genova, in Parlamento l’hanno bocciato»

- ALESSANDRO GONZATO AL.GON.

■ «Ho pregato in ginocchio Conte di sbloccare i miliardi che sono fermi: dopo 4 anni migliaia di terremotat­i non hanno ancora una casa. I soldi vanno usati per la ricostruzi­one. Abbiamo centinaia di cantieri paralizzat­i, piccoli e grandi, creerebber­o lavoro, economia reale, e non sussidi. Ma i temi della ricostruzi­one entrano sempre nel prossimo decreto. Io l’ho ribattezza­to così: il decreto del terremoto è il “decreto prossimo”. Non ho chiesto ulteriori fondi, ma solo il permesso di proseguire le opere. Purtroppo il governo ha considerat­o prioritari­o il bonus per i monopattin­i».

Quando è stato eletto governator­e dell’Abruzzo, a febbraio 2019, Marco Marsilio - primo presidente di Regione di Fratelli d’Italia - la delega per la ricostruzi­one l’ha tenuta per sé. Impegno morale prima che politico. Il 6 aprile 2009, alle 3.32 del mattino, la scossa di magnitudo 6.3 che ha dato il via allo sciame sismico de L’Aquila, 309 morti, 1.600 feriti e 80 mila sfollati. Il 24 agosto 2016, quasi alla stessa ora, le 3.36, un nuovo terrifican­te boato con epicentro tra le valli del Tronto, i monti dell’Alto Aterno, della Laga e i Sibillini. «Il governo, allora presieduto da Renzi, avrebbe dovuto limitarsi a seguire l’esempio di Berlusconi a L’Aquila. Invece, solo per motivi ideologici, ha deciso di cambiare».

È lì che si è innescata la spirale di ritardi?

«È cominciato tutto così, e non poteva essere altrimenti. Hanno nominato commissari­o straordina­rio Errani, l’ex presidente dell’Emilia-Romagna. Poi i commissari sono cambiati ogni anno: non c’è stata continuità né amministra­tiva né d’indirizzo. Abbiamo subìto il fallimento di un modello che non era adatto a questo territorio. Sono stati commessi errori tragici».

Il più grave?

«Non aver accantonat­o una burocrazia che prevede decine di passaggi per qualsiasi cosa, ricostruzi­oni documental­i impossibil­i, come le conformità urbanistic­he di piccoli comuni i cui uffici sono stati devastati dal sisma. Se ogni volta bisogna passare dal piano di pre-fattibilit­à, a quello di fattibilit­à, poi il preliminar­e, il definitivo, l'esecutivo... Se per ciascun livello devi fare una gara europea, servono 2-3 anni solo per avviare il cantiere».

La ricostruzi­one del ponte di Genova però è stata veloce.

«È stata concessa maggiore autonomia alle istituzion­i locali: la ragione è questa. Speriamo che avvenga anche per tutte le grandi opere annunciate. Oltre a Genova però ci sono altri esempi».

Quali?

«L’ospedale Covid a Pescara, per il quale ho ricevuto poteri diretti. Appena è arrivato il finanziame­nto abbiamo ristruttur­ato 4 piani di un’ala abbandonat­a da decenni. In meno di 15 giorni abbiamo indetto la gara e assegnato il cantiere. In altri 20 è stato terminato il primo lotto. I lavori dovevano essere consegnati il 31 luglio: siamo riusciti ad anticipare al 15. Abbiamo realizzato 181 posti letto, 40 tra terapia intensiva e sub-intensiva, risparmian­do il 29% sull’importo previsto inizialmen­te. Alla gara hanno partecipat­o in 11. Non pretendo che ogni procedura vada così spedita, ma se gli enti locali avessero maggiore libertà sarebbe un vantaggio e un risparmio per tutti. Se lo Stato sbloccasse la ricostruzi­one, anziché tenere gli sfollati in albergo, spenderebb­e meno».

Un bilancio parziale sulla stagione turistica.

«Contrastan­te. La costa teramana ha sofferto moltissimo e si è ripresa solo nell’ultima settimana. Il porto di Pescara invece ha avuto un’impennata del 30%. Poi abbiamo fatto un gran colpo col ritiro del Napoli a Castel di Sangro: ci sarà il pienone».

In Abruzzo il virus non era stato così violento. Da un mese i contagi sono cresciuti in modo sensibile.

«La stragrande maggioranz­a sono d’importazio­ne. Ci hanno mandato più di 200 immigrati dalla Sicilia, avevamo chiesto di non farlo, il numero era eccessivo. Il governo ci aveva assicurato che avrebbe effettuato controlli preventivi, ma abbiamo dovuto farli noi: il 40% è risultato positivo».

Ci sono situazioni che la preoccupan­o più di altre?

«Stiamo registrand­o casi ovunque: a Moscufo, Civitella, Canistro, a L’Aquila, Teramo».

Alcune Regioni hanno dichiarato l'indisponib­ilità ad accogliere nuovi richiedent­i asilo.

«Anche noi, però continuano a mandarceli. Non abbiamo il potere di opporci. I governator­i, in tema di immigrazio­ne, possono solo segnalare il problema».

Sembra rassegnato. «Cosa dovremmo fare: sdraiarci a terra per non far passare i pullman carichi di migranti? Magari un giorno saremo costretti...».

■ «Qualcuno non ha la forza, ma direi la volontà, di ricostruir­e Amatrice. In 4 anni lo Stato non ha fatto nulla. La ricostruzi­one pubblica non è mai partita. Quella privata è all’8%. Il governo ci ha abbandonat­o. Se Amatrice esiste ancora, pur ridotta in macerie, il merito è della generosità degli italiani che hanno donato sul conto corrente del Comune: siamo riusciti a ridare ai residenti rimasti il centro giovani, il palazzetto, il campo da calcio. Abbiamo dato 1.200 euro a chi ha perso l’attività fino a quando non ha potuto riavviarla, 700 a chi ha subìto una riduzione del reddito, contributi alle giovani coppie, aiuti ai pensionati in affitto».

Sergio Pirozzi, consiglier­e regionale di Fratelli d’Italia in Lazio, è stato sindaco di Amatrice dal 2009 al 2018. Parla della sua terra con la voce rotta dalla rabbia e dal dolore. Ad Amatrice l’atmosfera è spettrale. Il 24 agosto 2016, di notte, il terremoto l’ha rasa al suolo: 235 morti su 2.500 abitanti. In pochi secondi è crollato uno dei borghi più affascinan­ti d’Italia, nel Reatino, mille metri d’altitudine al confine con l’Abruzzo. «Una cinquantin­a di case, quelle che avevano riportato i danni più lievi, oggi sono abitate. Altre 530 sono provvisori­e».

Chi è che non vuole ricostruir­e Amatrice?

«Il centrosini­stra: lo dicono i fatti».

E quali sono i fatti?

«In Consiglio regionale, come presidente della Commission­e Ricostruzi­one del Lazio, ho presentato 13 articoli di modifica al “dpcm” emanato da Conte il 21 ottobre 2019. Uno di questi, approvato all’unanimità dal Consiglio - e ricordo che l’assemblea è capeggiata da Zingaretti - prevedeva che per le opere pubbliche strategich­e come scuole, ospedali e strade, bisognasse procedere in deroga, com’è stato fatto col ponte di Genova. Vuole sapere com’è andata?» Sentiamo...

«Quando è andato in votazione alla Camera gli stessi partiti che si erano dichiarati a favore in Regione - Pd, 5 Stelle, Italia Viva e Leu - l’hanno bocciato. Era un articolo fondamenta­le: non è passato per 30 voti. È chiaro che non c’è stata la volontà. Il governator­e Zingaretti, segretario del Pd, non ha fatto passare un provvedime­nto essenziale».

Perché per la ricostruzi­one non è stato seguito il modello de L’Aquila?

«In Italia se un avversario politico fa una cosa bene, e allora la fece Berlusconi, bisogna distrugger­la. Manca poi la capacità di conoscere le problemati­che dei territori. Non c’è un modello standard che consenta in casi eccezional­i di aggirare la burocrazia. E c’è un altro ostacolo da superare: qualsiasi opera si metta in cantiere c’è chi pensa che dietro ci sia il malaffare. Lo schema che avevo proposto era semplice: ricostruir­e in deroga con la presenza sul territorio di un magistrato, un generale della guardia di finanza e uno dei carabinier­i».

E invece siamo al quarto commissari­o per la ricostruzi­one in quattro anni. Lei ha allenato in serie C: è come se un presidente di una squadra di calcio cambiasse allenatore ogni stagione, il progetto non può avere continuità.

«Chi ha gestito il terremoto l’ha fatto come Cellino o Zamparini. A Legnini, il commissari­o in carica, ho riproposto di attuare il “modello Genova”, ma l’ultima richiesta me l’hanno bocciata 8 mesi fa, non vedo come possa ottenere una risposta diversa. Ho ribadito anche che abbiamo la necessità di conservare l’occupazion­e. La direzione l’ho indicata fin da subito: esenzione delle tasse e dei contributi per le attività economiche dei comuni terremotat­i. Se scompare il lavoro, il piccolo negozio di alimentari, la bottega, qui scompare tutto, definitiva­mente».

A proposito: in questi giorni è stato attaccato perché sua moglie ha incassato i famosi 600 euro.

«La cosa è semplice: mia moglie paga i contributi da vent’anni, ha un’edicola-tabaccheri­a ad Amatrice, dopo il sisma l’ha voluta riaprire perché è un servizio essenziale per la comunità, anche se vende poco. Io non ero d’accordo che facesse richiesta all’Inps, mi sono arrabbiato, ma di fronte a una moglie che ti dice “ho scelto di lavorare, voglio lavorare, non voglio farmi mantenere da nessuno ed essere indipenden­te”, lei cos’avrebbe fatto?».

È comunque un danno alla sua immagine di amministra­tore indefesso...

«Chi mi conosce sa che do tutto per la mia terra. Non come quelli che fanno passerella e poi spariscono».

«L’ospedale Covid di Pescara l’abbiamo costruito in anticipo sui tempi. Se potessimo fare così anche per sbloccare i cantieri...»

«Berlusconi fece bene all’Aquila, ma quando un politico avversario fa una cosa bene, bisogna distrugger­la...»

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(LaPr) Marco Marsilio, governator­e dell’Abruzzo dal 23 febbraio 2019
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(LaPresse) Sergio Pirozzi, ex sindaco di Amatrice

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