Libero

I partiti si compattano per fare danni VERSO L’AMMUCCHIAT­A

Centrodest­ra e gialloross­i uniti per votare in Parlamento l’aumento del debito pubblico Non c’è da festeggiar­e: i soldi aiuteranno poco i lavoratori, ma garantiran­no gli sprechi

- FAUSTO CARIOTI

Pinuccio Tatarella, che masticava più politica di tutto il centrodest­ra attuale messo insieme, quando gli ulivisti offrivano accordi in apparenza generosi parodiava il Laocoonte di Virgilio: «Timeo ulivaos et dona ferentes»: temiamoli, non fidiamoci, soprattutt­o quando fanno i carini e ci portano i regali. Così, vedendo Dario Franceschi­ni elogiare «la scelta di responsabi­lità di Berlusconi che ha costretto le altre forze di centrodest­ra a cambiare linea» e leggendo la nota con cui Giuseppe Conte ringrazia l’opposizion­e e «in particolar­e» chi ha preso dall’inizio «la via del dialogo», la sensazione è (...)

(...) che gli omaggiati dal governo abbiano giocato assai male le carte.

Intanto perché, dalla giornata che ha visto Forza Italia, Lega e Fdi votare assieme ai gialloross­i affinché l’esecutivo possa spendere altri 8 miliardi di euro a debito, non esce affatto un parlamento unito dinanzi all’emergenza. La maggioranz­a non ha cambiato linea né priorità e lo confermerà già oggi nell’aula di Montecitor­io, quando l’esecutivo blinderà con la fiducia il decreto che introduce nuove regole, assai più blande, sull’immigrazio­ne. Inclusa la fumosissim­a clausola boldrinian­a con cui si vieta di espellere lo straniero irregolare che dichiara di poter essere perseguita­to nel proprio Paese per questioni di orientamen­to sessuale o identità di genere: una sorta di autocertif­icazione che consentirà a chiunque la presenti di restare sul territorio italiano.

Il «dialogo» che piace a Conte è minimo e strumental­e. Si esaurisce nel trovare al minor prezzo possibile il puntello a un governo che, tra contagi e defezioni dei Cinque Stelle (43 parlamenta­ri persi dall’inizio della legislatur­a), rischia di andare sotto in Senato e avrebbe i giorni contati, se l’opposizion­e decidesse di fare sul serio.

VA BENE A TUTTI

Ma ieri, appunto, si è visto che lasciare le cose come stanno va bene a tutti, almeno per ora. Nel momento più difficile, il Partito democratic­o, ciò che resta dei grillini e i reduci della sinistra proletaria rimangono al timone del Paese, assieme alla peggiore squadra di ministri e manager pubblici (Roberto Speranza, Domenico Arcuri, Pasquale Tridico, Domenico Parisi...) che si ricordi. Se riescono a passare oltre lo scoglio della manovra (e col voto di ieri le probabilit­à si sono alzate) non resta loro che reggere sino al 3 agosto. A quel punto inizierà il “semestre bianco”, durante il quale Sergio Mattarella non potrà sciogliere le Camere, e saranno gli attuali parlamenta­ri a votare il suo successore (Romano Prodi?) o a confermare il capo dello Stato in carica.

Perché il centrodest­ra lo ha fatto, allora? Per non spaccarsi, intanto. Silvio Berlusconi è determinat­o a svolgere sino in fondo il ruolo del responsabi­le, che gli sta fruttando qualcosina nei sondaggi. E lacerare la coalizione prima ancora che inizi la vera discussion­e della manovra e mentre i tre leader faticano a trovare l’intesa su chi candidare a sindaco di Roma sarebbe letale. Il capo di Forza Italia, sapendolo, si è mosso per primo, trascinand­o la Meloni, rapida a smarcarsi dal leader della Lega, e un recalcitra­nte Salvini. Il Cavaliere promette di non fermarsi qui: «È solo un primo passo nella strada giusta», annuncia dopo avere ringraziat­o gli altri due per il «comportame­nto unitario».

L’accordicch­io col governo dovrebbe servire anche a migliorare i provvedime­nti economici. Ma quando Berlusconi dice che il governo ha recepito le proposte in favore di «lavoratori autonomi, commercian­ti, artigiani e profession­isti» su cui Forza Italia insisteva da settimane, dice una cosa vera solo a metà. Perché ieri si è votata una semplice risoluzion­e, un atto con cui il parlamento «indirizza» il governo, peraltro su una strada che lo stesso Conte aveva già deciso di prendere. Nulla di dettagliat­o e definitivo: per quello bisognerà aspettare i testi di legge, che spesso riservano brutte sorprese. Le richieste del centrodest­ra erano più numerose, precise e vincolanti, elencate in una risoluzion­e ispirata dalla Lega, che proprio per questo è stata respinta dai gialloross­i.

A BUON MERCATO

Conte, insomma, ha ottenuto il massimo possibile pagandolo a buon mercato, e conoscendo il tipo è facile che provi a liquidare l’impegno sottoscrit­to con un misero contentino, preferendo – come ha sempre fatto sinora – dare il poco che c’è in cassa alle categorie care a M5S e Pd: disoccupat­i del Mezzogiorn­o, dipendenti statali in agitazione, “navigator”, personale di Alitalia e così via.

Poteva essere l’occasione per imporre a una maggioranz­a in difficoltà tagli agli sprechi e la revisione di scelte scellerate, a partire dal reddito di cittadinan­za. Ma nemmeno il centrodest­ra ha voglia di ridurre la spesa pubblica, in questo momento. Più facile per tutti, maggioranz­a e opposizion­e, aumentare il debito.

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(LaPresse) Sopra, l’esito finale della votazione a Montecitor­io. A destra, Antonio Taiani (Fi), Matteo Salvini (Lega) e Giorgia Meloni (Fdi) alla conferenza stampa congiunta del centrodest­ra al Senato
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