Libero

Come Van Gogh e Caravaggio

- TOMMASO LORENZINI

■ Diego Armando Maradona nasce nel sobborgo popolare di Avellaneda, a Buenos Aires, il 30 ottobre: è una domenica, il giorno del Signore e il giorno della partita di calcio. Per chi crede nell’irripetibi­lità delle cose legate ai segni, c’è poco da aggiungere. È così che comincia il romanzo della vita di Diego, un numero unico come solo ad artisti unici è dato in sorte. Unico e inconfondi­bile, al di là della retorica, perché l’esistenza stessa del Pibe de Oro ha sempre calpestato ogni moralismo, mettendo in piazza e addirittur­a ostentando vette eccelse e cavalcate nella meschinità; unico e inconfondi­bile perché Maradona è rimasto senza eredi né eredità.

Come un Caravaggio o un Van Gogh, allo stesso modo prima e dopo Diego non c’è stato niente come lui. «Caravaggio non ebbe né maestri né scolari», scriveva Roberto Longhi con un’intuizione fulminante, e lo stesso può valere per Van Gogh: se il non esperto può confondere ad esempio Perugino o Raffaello, le opere del Merisi e dell’olandese restano inequivoca­bili per tutti, inimitabil­i per via della loro stessa modalità espressiva. Maradona ha fatto lo stesso, ha dato al calcio una totale personific­azione individual­e, sofferta, luminosa, sublime. Tanti calciatori hanno avuto e avranno mezzi tecnici pari ai suoi: la differenza è come lui ha saputo usarli, è stato allo stesso tempo maestro e opera d’arte.

Eppure, l’eredità calcistica lasciata da Diego è astratta, non la si trova sui manuali ma è sentimento, è metafisica, è quel desiderio di emularlo che alberga in ogni bambino dai tre ai 99 anni. Sul campo, sono altri i fuoriclass­e che hanno lasciato tracce che hanno fatto prendere al football una nuova direzione. Johan Cruijff ha sublimato l’Ajax e se esiste il Barcellona come lo conosciamo oggi, con tanto di Messi compreso, lo dobbiamo in larga parte a lui; Marco Van Basten è stato il Cigno e il manifesto di quel Milan di Sacchi che ha buttato all’aria le lavagne degli allenatori riscrivend­o i libri di tattica; Ronaldo il Fenomeno ha fatto irruzione sulla scena alla stregua di un marziano, proprio mentre sul Maradona giocatore calava il sipario, traslando il concetto filosofico di superuomo in quello di supercalci­atore grazie a una prepotenza fisica unita a una tecnica che mettevano l’ansia ai difensori.

Al di là di ogni tentativo di emulazione e falsi eredi, in questa mancanza di lascito pratico, di assenza di una “scuola”, Diego è molto simile a Pelè, che però nella sua grandezza ha sempre rappresent­ato l’essenza del genius loci verdeoro, quella figura di calciatore-nazione che solo dal Brasile, da quel Brasile, poteva venire e soprattutt­o in quel momento, sorgendo e facendo risorgere con lui l’intero Paese dalla “tragedia” del Maracanazo. Sul campo, la religione di Diego, la chiesa maradonian­a non esiste: esisterà però sempre nella testa e nel cuore di tutti quelli che tireranno calci a un pallone. È per questo che continuera­nno a chiamarlo dios.

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