Libero

«Un perfezioni­sta: si allenava anche a segnare di mano»

Il mister dello scudetto: «In partitella gli davo in squadra i più scarsi Ma lui vinceva sempre. Quando ho saputo della droga ho lasciato Napoli»

- GIULIA STRONATI

■ Il calcio mondiale piange la perdita del suo d10s. Sono passate poche ore dalla morte di Diego Armando Maradona, eppure il cuore di tifosi e personaggi del mondo del calcio continua a sanguinare. Un dolore che coinvolge anche Ottavio Bianchi, l’allenatore che meglio di chiunque altro ha goduto del suo talento, sapendolo valorizzar­e al meglio come testimonia­no le vittorie col Napoli di Scudetto (86/87), Coppa Italia (86/87) e Coppa UEFA (88/89).

Ci ha lasciato Diego Armando Maradona. Come ha accolto la tragica notizia?

«Un grandissim­o dispiacere. Maradona è stato il numero uno del calcio. Conservo nel cuore il Diego dei nostri anni insieme a Napoli. Quando lo vedevo in TV sovrappeso o in difficoltà di salute, cambiavo immediatam­ente canale. Non sopportavo quelle immagini. Maradona per me è quello che si entusiasma­va come un bambino ogni volta che aveva il pallone tra i piedi. Diego era la semplicità fatta a persona, di un’umiltà pazzesca».

Si ricorda il vostro primo incontro? All’epoca dissero che lei non vedeva di buon occhio gli argentini...

«Quella fu una polemica del tutto gratuita e artefatta da parte di un quotidiano, volta a crearmi un ambiente sfavorevol­e. Le premesse dunque non furono le migliori. In realtà bastarono poi pochi minuti per rompere il ghiaccio con un sorriso anche grazie al suo primo agente Jorge Cyterszpil­er».

Com’era allenare Diego tutti i giorni?

«Si diceva che non amasse allenarsi: leggende metropolit­ane che voglio smentire. Diego era un profession­ista serio. Un vincente. Non voleva perdere mai, neppure nelle partitelle. Giocava con lo stesso impegno e la stessa intensità di una finale mondiale davanti a 100mila persone...». Uno vero show... «Faceva giocate formidabil­i e provava numeri pazzeschi che poi la domenica sfoderava in partita. Ogni tanto poi tentava anche di segnare furbescame­nte con la mano, quando saltava di testa. Si è allenato bene visto che poi ci è riuscito davvero al Mondiale contro gli inglesi...».

Si narra che ogni tanto vi sfidavate nelle partitelle di allenament­o. Come riusciva a fermarlo?

«Io ero bravino in marcatura, ma non c’era storia. Era immarcabil­e, provavo con vari trucchetti ma mi fregava sempre. A un certo punto iniziai a stuzzicarl­o, scegliendo­mi come compagni i più forti e gli lasciavo in squadra quelli che in allenament­o magari tiravano un po’ indietro la gamba. Lui si arrabbiava, ma alla fine riusciva comunque a battermi».

Lei nel 1986 preparò una speciale tabella di allenament­i per portare Diego al top della condizione in vista del Mondiale. Quel torneo più la cavalcata scudetto a Napoli sono stati il top della sua carriera a livello di prestazion­i?

«Si, quello è stato il Diego migliore. Fisicament­e era tirato a lucido e motivatiss­imo. Voleva diventare il miglior giocatore al mondo e si era messo in testa di vincere Mondiale e Scudetto. Nel giro di 12 mesi ha centrato entrambi. Se si prefissava una cosa, la realizzava sempre».

Ci racconta qualche aneddoto del vostro rapporto?

«Doveva sopportare pressioni pazzesche, ma sorrideva sempre. Mi divertivo negli allenament­i a stuzzicarl­o e ci prendevamo in giro. Avevamo un rapporto schietto e diretto. Ogni tanto tentavo di sfidarlo sulle punizioni. Risultato? Vinceva sempre lui, ma perdere con Diego non era un disonore. Anzi...».

La qualità più speciale di Diego? «La benevolenz­a e l’umiltà nei confronti dei compagni. Si metteva sempre a disposizio­ne di tutti e non faceva mai pesare nei loro confronti la differenza di talento. Addirittur­a li aiutava a rinnovare i contratti, facendo la voce grossa con la società. Era al loro servizio».

In quegli anni Diego iniziò anche l’autodistru­zione entrando nel tunnel della droga. Lei, Ferlaino e i compagni avete mai pensato di poterlo aiutare?

«Alla fine della mia gestione nella primavera del 1989 ogni tanto circolavan­o certe voci, io però non ero in grado di gestire una cosa del genere e preferii farmi da parte e abbandonar­e il Napoli. All’epoca non sapevo se fossero vere o meno certe situazioni extra-calcio di Diego, ma scelsi comunque di defilarmi. Maradona comunque era uno che decideva con la propria testa e io ho sempre rispettato la vita privata degli altri».

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(LaPresse) SCONTRI Tifosi argentini disperati si sono scontrati con la polizia fuori della Casa Rosada
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(LaP) Bianchi, 77 anni

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