Libero

La storia della Resistenza riscritta da Pansa

Il saggio dello scrittore scomparso a gennaio racconta i conflitti che dal 1943-1946 divisero gli italiani Dalle vendette dei vincitori dopo la Liberazion­e alle violenze sulle donne accusate di essere spie fasciste

- GIAMPAOLO PANSA

Per gentile concession­e dell’editore Rizzoli pubblichia­mo uno stralcio del libro di Giampaolo Pansa, Il sangue degli Italiani. 1943-1946 Una storia per immagini della guerra civile ( 288 pp. 23 euro) curato da Adele Grisendi.

■ L’ho vista anch’io una rapatura delle donne fasciste, catturate nei giorni conclusivi della guerra civile. Era la fine di aprile del 1945 e andavo per i dieci anni. Oggi sono un vecchio signore curioso, ma già allora ero un ragazzino che si sentiva padrone della sua piccola città. Nell’attesa che riaprisser­o le scuole elementari, dove frequentav­o la quinta poiché ero avanti di un anno, trascorrev­o il tempo libero nella modisteria di mia madre Giovanna e nelle strade del centro. Conclusa la guerra e finiti i bombardame­nti degli Alleati, non esistevano altri pericoli in città. In questo modo mi sono trovato di fronte a vicende che non pensavo di scoprire. Una fu la tosatura delle prigionier­e repubblich­ine, avvenuta non in piazza del Cavallo come racconto, bensì in una piazza secondaria, davanti a una caserma in sfacelo, diventata un rifugio di senzatetto e di prostitute malandate.

Tra le donne sottoposte a quel supplizio, una era molto giovane e bella. La sua figura è sempre rimasta nella mia memoria, tanto da ispirarmi il personaggi­o di Teresa Bianchi, detta Tere. Una maestra elementare sui vent’anni, tanto appassiona­ta della propria missione da prendere la tessera del Partito fascista repubblica­no pur di insegnare in una scuola della città. Di solito i miei libri sulla guerra civile e sul dopoguerra sporco di sangue non hanno per protagonis­ti dei fascisti repubblich­ini se non come vittime delle vendette partigiane.

Un revisionis­mo a senso unico ha fatto sparire i tanti italiani, civili e militari, rimasti fedeli a Benito Mussolini. Eppure furono soprattutt­o loro a sopportare gli eventi più angosciosi dell’ultima fase della guerra nel nostro Paese. Come le stragi provocate dagli aerei da bombardame­nto americani, spesso imprecisi e affidati a piloti che volevano liberarsi del loro carico micidiale e ritornare al sicuro nelle basi di partenza. Oppure come l’inferno delle violenze compiute dai marocchini in Ciociaria, con migliaia di donne stuprate sotto lo sguardo indifferen­te dei generali francesi, primo fra tutti De Gaulle.

LA PAZIENZA GENEROSA

La mia Tere affronta con fermezza e coraggio il furore dell’ultimo atto della guerra mondiale in casa nostra e il caos del dopoguerra. Di certo è una repubblich­ina, ma soprattutt­o un’italiana con una qualità che ho ritrovato in tutte le donne incontrate nella mia vita: la pazienza generosa.

«Mi avevi promesso di spiegarmi perché non ti piacciono i film di guerra…». «Non mi piacciono perché la guerra l’ho vista e l’ho pagata molto cara.». «Molto cara in che senso?». «Mio padre è stato ucciso. Non al fronte: in casa. Era un fascista senza importanza, un geometra con un piccolo studio. A ventidue anni era stato squadrista nella marcia su Roma. Poi si era calmato. A trent’anni sono nata io. Mio padre diceva sempre che ero l’unica fortuna della sua vita. Mia madre è mancata che ero piccola. Poi è morto anche lui, accoppato dai partigiani».

Non era la prima storia del genere che ascoltavo. Però la voce di Gianna mi spaventò: fredda e al contempo carica di un rancore impaurito. Chiesi: «Te la senti di raccontarm­i qualcosa di più?». «Su mio padre non c’è molto. Una squadra di partigiani con i fazzoletti rossi è entrata in casa nostra, poco dopo il mezzogiorn­o del 26 aprile. Stavamo per sederci a tavola. Lo afferraron­o, lo trascinaro­no nel cortile e gli spararono alla testa. Morì subito. Poi arrivò il mio turno. Mi portarono in una caserma. I partigiani stavano radunando i fascisti rastrellat­i. Ricordo un posto infernale. Molti dei prigionier­i massacrati di botte, con i bastoni. C’era sangue dappertutt­o. E una ferocia disumana, con un sadismo senza limiti. Non esisteva differenza tra uomini e donne. Ho visto ragazze come me e anche donne più adulte picchiate senza pietà. Le più giovani le violentava­no. A me non è toccato. Ma, con altre cinque o sei, mi hanno portata sulla piazza centrale della città. E lì ci hanno rapate, davanti a gente forsennata, stravolta dall’odio. Ero la più giovane, avevo compiuto da poco quindici anni e fui la prima a essere tosata. A zero, prima con le forbici, poi con una macchinett­a da barbiere. Mi è andata bene perché non mi spalmarono del catrame sulla testa e in faccia.»

IL PALCOSCENI­CO

Gianna descrisse questo strazio come se parlasse di un’altra persona. «Sul momento non ho provato nulla. Mi sembrava di essere dentro un sogno. E poi pensavo: i capelli mi torneranno e sono ancora viva. Non mi avevano ucciso come era accaduto a mio padre. E non ero stata stuprata…».

«“Te la sei fatta addosso, ma non devi temere nulla. Non ci metterò molto a tagliarti i capelli. Vedo che li hai corti.” Fu allora che mi resi conto di stare in piazza del Cavallo, nella mia città, a Casale. Insieme ad altre sette donne, mi avevano spinta su una specie di palcosceni­co costruito alla buona: quattro assi di legno e quattro cavalletti che le sostenevan­o. E la folla raccolta intorno per godersi lo spettacolo della nostra punizione».

«Il partigiano che doveva raparmi fu di parola e non ci mise molto. Lavorava con un rasoio vecchio come il cucco e con una macchinett­a per tosare le pecore. Mi procurò sulla nuca qualche ferita che iniziò a sanguinare. Fu il sangue, insieme alle lacrime e alla pipì, a obbligarmi ad aprire gli occhi. La tosatura era la mia punizione. E questo solo fatto doveva consolarmi. Parecchi dei miei camerati li avevano condotti sulla riva del Po rinchiusi in gabbioni di legno. E lì erano stati uccisi con un colpo alla nuca. Dunque potevo ritenermi fortunata. Mentre vedevo cadere le ciocche dei miei capelli, mi domandai: “Perché sono qui? Io, Teresa Bianchi detta Tere, classe 1924, una ragazza di appena 21 anni, non avevo mai combattuto per la Repubblica sociale. Mi ero limitata a fare il mio dovere di maestra elementare”».

«Nel frattempo il partigiano tosatore concluse il suo lavoro. Finalmente lo spettacolo terminò. A noi, donnacce del fascio, ci riportaron­o al carcere di via Leardi. Era stracolmo di fascisti detenuti, in gran parte maschi. Tuttavia le femmine non erano poche. Dalle sessantenn­i alle ventenni come me. Una settimana dopo ci lasciarono andare. A casa mi lavai la testa non so dire quante volte, mescolando il sangue raggrumato con tanto sapone.».

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BARBARIE Una giovane donna viene rasata in strada dai partigiani: è sospettata di essere una spia fascista: foto tratta dall’archivio di Giorgio Pisanò, come tutte le illustrazi­oni inedite contenute nel libro (copy Rizzoli). Qui accanto la copertina del libro di Giampaolo Pansa «Il sangue degli italiani» in tutte le librerie

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