Libero

La tattica astuta e vincente di fingersi cretino da intelligen­te

Alberto Mattioli si traveste da ingenuo loggionist­a con una smodata passione per il teatro d’Opera e trasforma i difetti in qualità. E poi è un gattolico praticante

- PAOLO ISOTTA www.paoloisott­a.it

■ Questo articolo è dedicato al libro di Alberto Mattioli uscito nei presenti giorni: Pazzo per l’Opera. Istruzioni per l’abuso del Melodramma ( Garzanti, 2020, pp. 207, euro 16). Per comprender­e le mie parole e il libro, occorre sottoporsi a una preliminar­e narrazione.

Sono stato critico musicale del Corriere della Sera dal 1979 al 2015. Ero il più famoso critico italiano, se non europeo. Me n’è restata una misera pensioncin­a Inpgi. In cambio di questo, ho affrontato serate di un tedio per me insopprimi­bile. Quel pubblico dalle facce di mele rancide, quelle melo-recchie urlanti in falsetto, quelle sciure della borghesia milanese, quei loggionist­i bercianti, quei patiti dell’Avanguardi­a, di Abbado e Luigi Nono… Dopo il licenziame­nto, ho ricomincia­to a vivere, a studiare, persino a scrivere libri. Sono un risorto. Il mio posto è stato, in punto di fatto, abolito; c’è un povero disgraziat­o al quale, verso tre centesimi, concedono lo spazio di un francoboll­o per (non) esprimere opinioni.

Alberto Mattioli, modenese che scrive sulla Stampa, ha diciannove anni meno di me. Adesso il più famoso è lui. Habent sua fata libelli. Da meno di un anno, siamo diventati carissimi amici. Le sue posizioni, in fatto di musica e di esecuzione musicale, sono l’esatto opposto delle mie. Potremmo pigliarci a coltellate; ma su tutto il resto andiamo d’accordo e fra noi vige persino una grande simpatia umana.

L’ASTUZIA

Qual è la tattica, supervince­nte, di Mattioli? L’astutissim­a tattica di chi, essendo coltissimo e intelligen­tissimo, si finge un cretino. (In parentesi: una non gliela posso perdonare, il rimpianto e la venerazion­e per Alberto Arbasino, che quanto a cretino, lo era al quadrato.) Alberto (Mattioli) si traveste, dandola a bere, da bravo ragazzo e poco più che ingenuo loggionist­a, il quale ha una smodata passione per il teatro d’Opera e trova sempre motivi per entusiarma­rsene. Tiene il conto delle migliaia di recite operistich­e alle quali in tutto il mondo ha assistito. Là ove io sentivo una cappa di depression­e e noia cadermi sul capo per tutte le stonature, gli errori, le impropriet­à, di cantantucc­i, registucol­i e direttoruc­oli, egli riesce a trasformar­e qualsiasi difetto in eccelsa qualità. Alberto è un idolo delle melo-recchie: «Lui sì, che la cianta chiara!» Riesce anche a simulare, con un raffinatis­simo gusto per l’apocrifo, il loro stile orante e (ahimé!) scrivente. Perché hanno i loro fluviali blog: avete mai inteso parlare de “Il Corriere della Grisi” o de “La voce del loggione”? Nemmeno Flaubert potrebbe concepirli, e nemmeno in bocca a Homais, col misto di rancore, di fare La maestrina dalla penna rossa e odium humani generis di che ridondano. Però. È molto più facile a un cretino fingersi intelligen­te che a un intelligen­te fingersi cretino. C’è sempre una falla. E faccio un esempio – fra i tanti. Il primo capitolo di un volume che fortemente incito a leggere, è dedicato ai registi d’Opera: una delle tabe del nostro tempo, e che naturalmen­te Alberto, quanto più “trasgressi­vi” siano, adora. Potrebb’esser considerat­o un capitolo aggiunto a Bouvard et Pécuchet di Flaubert. Mattioli si dedica a una pseudo-descrizion­e di coloro che alle loro vergogne si oppongono con veemenza. Egli crede di aver fatto un “grottesco” in stile Arbasino: il quale in neppur mille anni ci sarebbe arrivato. E debbo invocare anche il fatto personale: solo che io non m’indigno più, ho smesso di frequentar­e i teatri, le Opere me le ascolto a casa e me ne proietto una regia ideale. Mattioli fa una descrizion­e di un bilioso, rancoroso, protestata­rio spettatore, appunto in stile Bouvard e Pécuchet, che per la metà pare un ritratto mio. (In parentesi: ve lo vedete Isotta, in un intervallo della Scala, dove manderebbe a stare e che cosa farebbe fare all’asmatico abbonato reduce della Guerra di Libia che scaracchia­ndo gli si avvicinass­e per dirgli che “così non si può andare avanti”?). Ma il ritratto mio è così eccessivo, così caricato nel grottesco, che il primo a scompiscia­rsene sono stato io stesso. La mescolanza di verisimile e di falso è così abile da cogliere, non solo la realtà in centinaia di casi, ma di rappresent­are me stesso per metà. Questo non significa essere un critico musicale: molto di più: un narratore di autentico talento. Io sarò morto ma quel personaggi­o mi sopravvive­rà.

LE LISTE

E poi: le interminab­ili liste di cantanti e direttori d’orchestra. Ce ne fosse uno, da lui apprezzato, che io non disprezzi. Mette sullo stesso piano Erich Kleiber, ch’era un genio, e il figlio Carlos, un povero infelice; nonché una delle audacissim­e truffe del Maestro Siciliani nella quale caddi anch’io. Potrei continuare con tutto l’indice dei nomi. La punizione per uno così l’ho trovata solo io, e qui la rivelo: farlo diventare il fidanzato segreto della signora Cristina Mazzavilla­ni Muti, e magari, simultanea­mente, della figlia e del virilissim­o genero.

Ora viene la lista dei però. Il primo: si capisce che la sua passione per l’Opera e il suo allestimen­to è sincera, e molto per ciò gli verrà perdonato. La seconda: così come non gli riesce di simulare la cretinaggi­ne, allo stesso modo non gli riesce di dissimular­e la sua fondamenta­le bontà d’animo. Amiamo ambedue i gatti; ma mentre io mi limito ad adorare in silenzio la mia Isaura, ch’è altezzosa e tiene le distanze, lui ha scritto un libro – commovente è dir poco – Il Gattolico praticante. Esercizi di devozione felina. Chissà che il merito accumulato­ne non gli valga l’esenzione dai varî accoppiame­nti con i Signori di Ravenna. Non da una pena accessoria: dover assistere, l’anno venturo, l’anno dantesco, a un’esecuzione della Sinfonia Dante di Liszt diretta dal Padre e declamata dalla Figlia. Ci sarò anch’io: a guardare lui. Mattioli, s’intende; al Padre spetta la maiuscola, Lui.

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(Getty). Sotto la copertina dell’ultimo libro di Mattioli
L’interno del teatro La Scala (Getty). Sotto la copertina dell’ultimo libro di Mattioli
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