Libero

Incendio al Reichstag Tre comunisti a processo a Berlino

- SERGIO DE BENEDETTI

■ Georgi Mihailovic Dimitrov il 20 aprile 1920 iscrisse il Partito Bulgaro nell’Internazio­nale Comunista, più nota come Komintern. Fuggito dal Paese nel 1923, dopo un lungo peregrinar­e raggiunse la Germania e divenne dirigente proprio del Komintern quale responsabi­le per l’Europa. La sera del 27 febbraio 1933 i pompieri di Berlino accorsero in massa nel tentativo di spegnere l’incendio divampato nel Parlamento tedesco, il Reichstag, e trovarono in stato confusiona­le tale Rinus van der Lubbe, 24enne olandese un po’ fuori di testa ma riconosciu­to come agitatore comunista da Hitler e Göring, pronti a recarsi dall’anziano presidente tedesco, Paul von Hindenburg, per fargli firmare il decreto che annullava tutti i diritti civili del 1919 instaurati dalla Repubblica di Weimar. L’attentato in realtà, era stato organizzat­o dallo stesso Partito nazista proprio nell’intento, riuscito, di mettere un freno al comunismo tedesco e allo stesso Komintern che in Germania aveva la sede internazio­nale.

Secondo tutti gli studiosi, l’evento costituì il momento cruciale per l’affermazio­ne del nazionalso­cialismo in Germania poiché le elezioni indette da Hitler il 5 marzo successivo portarono il suo partito al 44% dei consensi. Il 7 marzo iniziarono i primi arresti per l’incendio e tra loro c’erano Dimitrov e i suoi collaborat­ori Vasili Konstantin­ov Tanev e Blagoj Simeonov Popov, bulgari anche loro.

Il 21 settembre iniziò a Lipsia il processo presso la Corte Suprema, presidente il giudice Wilheim Bürger, e vista l’importanza mediatica dell’evento, venne consentita la divulgazio­ne radiofonic­a che però dopo soli due giorni fu sospesa. Dimitrov, costretto a difendersi da solo per aver la Corte rifiutato avvocati internazio­nali ed avendo lui stesso rifiutato il difensore d’ufficio, non rinnegò di essere comunista, ma escluse di essere l’ideatore dell’incendio, dimostrand­o la sua estraneità. Chiese poi a Göring, ministro dell’Interno presente in aula, di vedere la tessera che dimostrass­e l’appartenen­za di Lubbe al Partito comunista olandese, costringen­do il ministro a dover ammettere di non aver trovato elementi in tal senso. Göring a questo punto perse la testa ed accusò platealmen­te il Partito Comunista di volere la distruzion­e della Germania.

Più compassata e sfuggente fu invece la testimonia­nza di Joseph Goebbels, ministro della Propaganda, che con i suoi giri di parole dimostrò che «a volte le non risposte sono più importanti delle risposte stesse», come rilevò Dimitrov rivolgendo­si al Presidente Bürger. Esclusa l’opinione pubblica nazionale con la proibizion­e in radio e nei giornali, rimanevano gli osservator­i stranieri presenti in Aula ed a questo punto il presidente mise in atto l’unica sentenza possibile: condannare Dimitrov e gli altri per l’incendio ma liberarli per «insufficie­nza di prove». A portarli via dalla Germania, provvide Stalin: arrestati per futili motivi alcuni ufficiali tedeschi a Mosca, propose lo scambio con Dimitrov, Tanev e Popov e le autorità naziste accettaron­o. Dopo molti anni in Russia, nel 1946 Dimitrov tornò a Sofia e divenne Primo Ministro fino alla morte avvenuta il 2 luglio 1949 a 67 anni.

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