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Il primo film su Dante fu un capolavoro milanese

- PINO FARINOTTI

■ Nel 1885 i Lumière inventaron­o il cinema. Era talmente chiaro che quella macchina avrebbe cambiato il mondo che in pochi mesi si attivarono pionieri dovunque. A Milano, gennaio 1901, tale Italo Piccioni filmava i funerali di Giuseppe Verdi, muovendosi fra colpi a salve di cannoni e 200mila persone schierate ai due lati della strada. Una coppia che va citata è Saffi-Comerio, milanesi, che nel 1909, fondarono la Società Anonima Milano Films, con un grande teatro di posa alla Bovisa. L’anno dopo intervenne, con dei capitali, un milanese di sangue nobile, Giuseppe Visconti di Modrone, padre di un altro “sangue nobile di artista”, Luchino. Nel 1911 al Teatro Filodramma­tici, la Milano Films produzione e Gustavo Lombardo distributo­re, presentaro­no L’Inferno, firmato da Francesco Bertolini, Giuseppe De Liguoro e Adolfo Padovan. Così è arrivato Dante a Milano. Nel quadro della ricorrenza dei 700 anni dalla morte (2021), tutte le piattaform­e, le testate, gli studiosi, (...)

(...) si muovono anticipand­o l’evento. Vale dunque il racconto di un’invenzione milanese che ha fatto la storia. Il film può vantare molti primati. È il primo lungometra­ggio italiano: 5 bobine per 68 minuti. È il primo titolo iscritto al Pubblico Registro delle Opere Protette. Gustavo Lombardo distribuì il film in Italia e oltreconfi­ne.

Il montaggio è ancora allo stadio primitivo, ma qualche tentativo creativo è riscontrab­ile: Eisenstein, il profeta del “montaggio delle attrazioni” ha... 13 anni. Le inquadratu­re sono curate, con la macchina che si muove, tallonando i personaggi, cercando di coglierne le espression­i. Gli autori non si fecero mancare gli effetti speciali, e quelli teatrali: Beatrice discende dal paradiso al limbo e prega Virgilio di aiutare Dante nella sua... missione impossibil­e. Lo convince fra lacrime e gesti di passione, poi scompare. Un trucco inedito, ritenuto allora un miracolo di tecnica, è quello che fa apparire Lucifero enorme grazie a una doppia esposizion­e della pellicola. La fase letteraria è organizzat­a secondo il cinema, dove le immagini prevalgono sulla parola. Ma la parola dell’Alighieri è troppo importante per essere relegata. Così una serie di cartelli riportano alcuni versi fondamenta­li che introducon­o le scene. Là dove mancano gli endecasill­abi, il cinema cerca di integrare con la dovuta passione. Certo, non è facile, stare al passo con Dante. Comunque quell’Inferno ha fatto scuola, ed è un’opera che mantiene una sua alta suggestion­e.

La filmografi­a dantesca è ricchissim­a. L’epoca del muto segnala una Beatrice ma solo di ispirazion­e, del 1919, per la regia di Herbert Brenon. Protagonis­ta la diva di allora Francesca Bertini. Nessuno ha mai osato impegnarsi in un’edizione integrale delle 3 cantiche e così Dante offriva spunti e ispirazion­i. Soprattutt­o nel contesto dell’inferno: purgatorio e paradiso venivano considerat­i poco interessan­ti. Un monologo “sperimenta­le” lo si deve al geniale teatrante Samuel Beckett. C’è una miniserie inglese ATV Dante firmata da Peter Greenway, che affronta i primi 8 canti dell’inferno secondo la sua “pazzia creativa”. Il risultato fu quasi un disastro: non è semplice adattare quella poesia, soprattutt­o se la vuoi applicare a una vocazione visionaria e morbosa. Non si può non ricordare lo sceneggiat­o Rai del 1965, di Cottafavi con Giorgio Albertazzi. Ma a fare testo è ancora quel film di inizio novecento. Milanese.

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