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Aggredì un soldato urlando “Allah Akbar” Condannato a 14 anni

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■ Mahamad Fathe, yemenita, 25 anni, ieri non si è nemmeno presentato in aula, «stava pregando», ha spiegato il suo avvocato Paola Patruno. Fathe il 17 settembre 2019 aveva cercato di uccidere un militare, il caporale Matteo Toia, davanti alla stazione Centrale di Milano. Aveva urlato “Allah akbar” e gli si era scagliato contro con delle forbici. È stato condannato a 14 anni e mezzo dai giudici dell’ottava penale di Milano, presieduta da Maria Luisa Balzarotti: lo yemenita è stato riconosciu­to colpevole delle accuse compresa l’aggravante della finalità terroristi­ca. «Nessuno gli contesta di essere associato ad organizzaz­ioni terroristi­che, ma risponde dell’aggravante perché aveva finalità di terrorismo, ossia di creare panico, spaventare la popolazion­e», ha spiegato il pm, che aveva chiesto 14 anni e 3 mesi. «Una persona che attacca un militare a caso, gridando più volte “Allah akbar”, vuole colpire lo Stato italiano».

Una perizia psichiatri­ca ha accertato che il 25enne, malgrado fosse in quel momento in uno stato di disadattam­ento, esasperazi­one ed alienazion­e, era capace di intendere e di volere. L’uomo da giorni dormiva attorno alla stazione e disse di aver agito contro il caporale in preda a delle «voci» per morire «da martire». Nell’ordinanza il gip Imarisio aveva spiegato che quella di Fathe era stata un’azione pianificat­a a cui, come lui mise a verbale, stava pensando da tre giorni, dettata dal radicalism­o religioso. Il legale Paola Patruno aveva puntato sulla derubricaz­ione del tentato omicidio in lesioni: il giovane, ha sostenuto, «non aveva intenzione di uccidere, era a digiuno da giorni, non ne aveva le forze». I giudici gli hanno riconosciu­to le attenuanti generiche. A pena espiata sarà espulso. «Quando leggeremo le motivazion­i (tra 60 giorni, ndr), è nostra intenzione ricorrere in appello», ha aggiunto il legale dell’uomo.

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