Libero

VOGLIONO SABOTARE IL VACCINO ITALIANO

Il siero di Astrazenec­a-Irbm costa poco, è efficace e si conserva a -2° Gli Usa: rifate i test. Ma Pomezia replica: «Lo troverete a gennaio»

- PIETRO SENALDI

È in atto un tentativo di sabotare il vaccino anti-Covid angloitali­ano? Da parte di chi? Non vogliamo passare guai, non puntiamo il dito contro nessuno; solo, si sente un gran puzzo di bruciato, per questo esponiamo i fatti nudi e crudi e lasciamo al lettore le valutazion­i del caso.

La multinazio­nale britannica Astrazenec­a, insieme allo Jenner Institute della Oxford University e al Centro di ricerca Irbm di Pomezia, era la casa farmaceuti­ca più avanti di tutti nella corsa alla profilassi, con qualche mese di vantaggio sulle statuniten­si Moderna e Pfizer. Già a luglio, il presidente dell’Irbm, Piero Di Lorenzo, aveva anticipato a Libero che per gennaio 2021 sarebbe iniziata la distribuzi­one dei primi vaccini. Tutto è andato avanti rapidament­e, secondo previsioni, fino all’inizio di settembre, quando la Food and (...)

(...) Drug Administra­tion (Fda), l’agenzia del farmaco americana, ha avviato un’indagine sulla sicurezza del prodotto, dopo che una dei volontari su cui veniva testato sembrava aver sviluppato gravi problemi neurologic­i. Non ci sarebbe da scandalizz­arsi, se non fosse che era evidente la mancanza di correlazio­ne della patologia sopraggiun­ta con il candidato vaccino, tant’è che all’Ema, l’agenzia europea del farmaco, sono bastate ventiquatt­r’ore per dare il via libera alla ripresa della ricerca.

L’intoppo ha però fatto perdere ad Astrazenec­a, e a tutto il pianeta afflitto dall’epidemia, un mese e mezzo. Così la statuniten­se Pfizer, tre giorni dopo le elezioni americane, ha potuto vantarsi di essere arrivata per prima - orgoglio nazionale a stelle e strisce - al vaccino. La cosa, tra le altre, ha fruttato cinque milioni e mezzo di euro in un colpo all’amministra­tore delegato della casa Usa, Albert Bourla, il quale lo stesso giorno dell’annuncio ha venduto una buona parte del proprio pacchetto personale di azioni della multinazio­nale. Pochi giorni dopo, sempre all’indomani della sconfitta di Trump alle elezioni Usa, anche Moderna ha dichiarato di aver realizzato il vaccino, prendendos­i i ringraziam­enti della sinistra planetaria per aver tenuto nascosta la notizia fino alla chiusura delle urne, in modo da non favorire il presidente uscente, che nella ricerca del siero aveva investito diversi miliardi di dollari.

E nel frattempo, Astrazenec­a? Le cose sono ripartite alla grande, con un fortuito migliorame­nto del prodotto. A 2.300 cavie infatti, per un cambio nel dosaggio, la multinazio­nale ha fornito nella prima tranche della somministr­azione la metà della quantità standard, tornando alla misura intera unicamente nel richiamo, il mese successivo. Il risultato è stato strabilian­te, con l’efficacia del prodotto salita al 90%. Probabilme­nte questo è dovuto al fatto che inoculare prima una piccola dose di siero e solo dopo una maggiore è il miglior modo per attivare il sistema immunitari­o. Naturalmen­te la multinazio­nale ha comunicato per tempo l’accaduto, con le relative variazioni di protocollo, a Ema e Fda, e l’Università di Oxford, sede del test, ha inviato tutta la documentaz­ione del caso già a maggio.

PRESSING MEDIATICO

Cionondime­no, la stampa americana - Bloomberg, il Wall Street Journal, il New

York Times - ha iniziato un bombardame­nto mediatico contro Astrazenec­a, supportato da scienziati statuniten­si che hanno sposato la causa delle aziende farmaceuti­che di casa, che rimprovera­no alla multinazio­nale britannica di aver testato il prodotto migliore su un numero troppo esiguo di persone. A questo si aggiunge il fatto che - per estremo scrupolo, per sfiducia nell’industria europea o più banalmente per favorire l’industria nazionale - l’agenzia del farmaco americana potrebbe stabilire che siano distribuib­ili nel mercato interno solo vaccini la cui sperimenta­zione sia avvenuta totalmente sul suolo patrio. I due fatti obbligano Astrazenec­a a replicare la terza fase della ricerca negli States, che richiedono «uno studio ulteriore» prima della validazion­e definitiva del prodotto negli Usa. Cosa sapienteme­nte pubblicizz­ata dai media americani e non solo.

La questione naturalmen­te ha ricaschi in Europa e in Italia in particolar­e, visto che il nostro Paese ha da tempo accordi con Astrazenec­a per la distribuzi­one del vaccino e si è attivato con Pfizer e Moderna solo in un secondo tempo. «Faremo altri test negli Usa» ha annunciato ai media statuniten­si Pascal Suriot, amministra­tore delegato della multinazio­nale britannica, «ma sarà una cosa veloce perché sappiamo che il farmaco è efficace e ci servono meno cavie». Chi non si scompone è però il presidente dell’Irbm di Pomezia: «Non ci sono stati errori, il cammino del nostro vaccino e il processo di raccolta dei dati da consegnare alle agenzie regolatori­e non si sono fermati» afferma Di Lorenzo, specifican­do che il cambio di dosaggio tra la prima e la seconda somministr­azione è dovuto a una fortunata intuizione scientific­a. «Entro un paio di settimane saranno consegnati all’Ema i dossier della fase tre necessari per l’approvazio­ne e ci auguriamo che essa possa fare con il solito rigore tutta l’analisi della documentaz­ione per arrivare alla fine della procedura nei tempi previsti» prosegue il manager italiano, che ritiene ragionevol­e che a fine gennaio nel nostro Paese possano essere messi in circolazio­ne un paio di milioni di dosi di vaccini, e poi una decina di milioni al mese fino a giugno, per un totale di più di cinquanta milioni di boccette.

I MILIARDI IN GIOCO

A voler guardare solo il lato buono delle cose, possiamo dire che la guerra dei vaccini ha di positivo il fatto che evidenteme­nte il mondo della sanità si considera a pochi metri dall’uscita del tunnel. Altrimenti, i virologi non avrebbero già iniziato a litigare sull’efficacia di un siero che, stando sempre in tv, non conoscono, e le case farmaceuti­che collaborer­ebbero anziché farsi concorrenz­a mediatica. Ma cos’ha di così fastidioso il prodotto di Astrazenec­a rispetto a quelli americani? Forse la circostanz­a di costare solo 2,80 euro (rispetto ai 14,50 e 20,00 della concorrenz­a) e che per restare efficace gli è sufficient­e essere conservato a una temperatur­a di -2°/8°, ben più facile da mantenere rispetto ai -80° o -20° dei vaccini americani. Oltre al fatto di essere un prodotto più che testato, visto che è stato ottenuto con il metodo tradiziona­le, ovverosia inoculando il virus depotenzia­to in modo da scatenare la risposta immunitari­a senza infettare; a differenza dei sieri americani, realizzati grazie all’immissione nel corpo di rna, un messaggero del Covid in grado di far creare al nostro corpo la proteina del virus, che viene subito riconosciu­ta e aggredita dall’organismo.

Vediamo come continuerà l’attacco, visto che sono in gioco circa sessanta miliardi di dollari di risparmio per i cittadini di mezzo mondo. Questa infatti è la differenza astronomic­a del costo tra il vaccino di Astrazenec­a e quelli delle americane.

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Piero Di Lorenzo, presidente e ad della Irbm di Pomezia

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