Libero

Quanto lavoro in nero nel “venerdì nero”

La giornata mondiale degli sconti si è trasformat­a in Italia in una lotta per la sopravvive­nza economica dei piccoli imprendito­ri Nelle zone rosse i commercian­ti sono costretti a vendere sottobanco i loro prodotti per evitare di chiudere per sempre l’atti

- AZZURRA BARBUTO

Tra regioni rosse, limitazion­i, crisi economica, calo drastico dei consumi e terrore del coronaviru­s quest’anno il Black Friday, ossia la giornata mondiale delle svendite, sembrava destinata ad essere l’ennesima buona occasione persa per i piccoli commercian­ti, (...)

(...) tagliati barbaramen­te fuori da un mercato che si sta espandendo a dismisura sul web. Stando alle stime di Confeserce­nti, del resto, 83 milioni di vendite al giorno si spostano progressiv­amente dai negozi fisici alle piattaform­e online. Ma i negozianti reagiscono, tentano di restare a galla, non accettano di essere annientati e si ribellano in silenzio alle schizofren­iche misure imposte dal governo volte a contenere il contagio, provvedime­nti che di fatto penalizzan­o le micro-imprese e avvantaggi­ano le macro, le quali erano già sulla rete ben prima della esplosione della pandemia. Secondo il Codacons, sono 25 milioni gli italiani che approfitte­ranno di questa fine settimana di promozioni per compiere acquisti da tempo rimandati. Un bacino di clienti che fa gola a coloro che sono obbligati dall’esecutivo a tenere le saracinesc­he abbassate, ossia a non lavorare, rinunciand­o a quelle entrate garantite che darebbero loro una indispensa­bile boccata di ossigeno in questo momento di grave difficoltà. A Milano, situata in zona rossa, non sono pochi i commercian­ti che ieri hanno fatto ricorso ad alcune strategie allo scopo di riuscire a liquidare merce nonostante il divieto di aprire l’attività al pubblico. Insomma, essi hanno corso il rischio di essere multati pur di realizzare un incasso, seppur minimo, in occasione della giornata globale degli sconti che favorisce la propension­e a spendere. E questo la dice lunga sul livello di disperazio­ne in cui versano oramai i piccoli imprendito­ri, i quali, messi in ginocchio dal premier, devono proporre “sottobanco” i loro prodotti, con il timore di essere puniti, come se stessero commettend­o un crimine o spacciando sostanze stupefacen­ti, mentre esercitano nient’altro che un diritto costituzio­nale, soffocato illegittim­amente da chi tiene le redini del Paese. Ed è questa la sensazione che molti di loro avvertono.

Avendo posto al bando il lavoro onesto, il governo ha creato terreno fertile per l’incremento del lavoro nero. Ieri, ed accadrà pure oggi, gioielleri­e, negozi di abbigliame­nto, di calzature e di altri articoli attualment­e proibiti erano accessibil­i e attivi, ma non rilasciava­no lo scontrino e non accettavan­o pagamenti con carta, bensì soltanto in contanti, in quanto, come prescritto dal dpcm, avrebbero dovuto essere inattivi. Una condotta che non criminaliz­ziamo, bensì che comprendia­mo. Ci provi chi condanna questi temerari negozianti a sopravvive­re quando si è vincolati a versare affitti e tasse e nello stesso tempo a non potere esercitare il proprio diritto sacrosanto di guadagnars­i il pane. La loro è una giusta rivolta silenziosa. Come giusto è sostenerla. L’esecutivo, imponendo le chiusure, ha favorito un regime di concorrenz­a sleale tra commercio online e commercio fisico. Il primo sta schiaccian­do il secondo. Qualora quest’ultimo soccombess­e, la crisi si ingigantir­ebbe, poiché sono milioni le famiglie che si ritrovereb­bero senza entrate. Ecco perché le piccole realtà commercial­i, per tradizione tanto diffuse in Italia, andrebbero tutelate e non vessate crudelment­e.

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(LaPresse) Alcuni attivisti manifestan­o davanti a Montecitor­io per invitare al boicottagg­io di Amazon durante gli acquisti natalizi

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