Libero

La politica sui calciatori stranieri va ripensata

- DAVIDE ROSSELLO

■ Sembra un paradosso ma nell’anno più competitiv­o della Nazionale di calcio guidata dal ct Roberto Mancini si registra una fortissima presenza di stranieri nel massimo campionato italiano. Alcuni club di serie A contano oggi fino a 25 stranieri su 32 giocatori creando evidenteme­nte problemi di comunicazi­one in campo.

La sorpresa in questo contesto viene dalla Nazionale e in particolar­e dalle giovanili. Chi conosce il lavoro dietro i cancelli di Coverciano sa che la qualificaz­ione alle Final Four di Nations League rappresent­a il lavoro triennale delle squadre Under nazionali che hanno saputo dare continuità dopo la disfatta di Italia-Svezia del 2017. Oggi ci sono alcuni club con pochissimi stranieri, come il Cagliari guidato da Eusebio Di Francesco; a pari merito con Spezia e Juve, i sardi sono la terza squadra in Serie A per minor numero di stranieri in rosa, 16: meglio di loro Benevento (10) e Crotone e Samp (15). Un netto contrasto con quanto accaduto martedì scorso per la gara di Champions Juve-Ferencvaro­s. I campioni d’Italia, per la prima volta in 123 anni (e 4.371 partite), sono partiti senza italiani fra porta e difesa. Una formazione con dieci undicesimi di matrice straniera, con il solo Bernardesc­hi a tenere alta la bandiera tricolore. Una magra consolazio­ne se pensiamo che stiamo parlando del club nove volte campione d’Italia di fila.

Sembra passata una vita da quel fallimenta­re Mondiale del 1966 che portò la nostra Federazion­e a chiudere le frontiere della Serie A per un tentativo di promozione del talento made in Italy. I progressi furono pochi e, successiva­mente allo scandalo calcioscom­messe del Totonero, i vertici federali decisero di fare marcia indietro: nella stagione 1980-81 venne concesso a tutti i club del campionato di acquistare un calciatore straniero e l’entusiasmo di un nuovo piccolo flusso globalizza­nte portò in Italia campioni del calibro di Falcao alla Roma e Juari all’Avellino prima di passare all’Inter nella stagione successiva.

Se oggi si dovesse ragionare inversamen­te ma con lo stesso obiettivo le società penserebbe­ro in maniera condivisa, insieme alle istituzion­i sportive, ad un flusso controllat­o di stranieri nel nostro campionato. Non tanto per tarpare le ali ai sogni di chi viene da oltreconfi­ne ma per promuovere il talento locale e poter vedere negli undici titolari di un club italiano quantomeno la metà di giocatori allevati nei settori giovanili, senza contare il risparmio che queste operazioni potrebbero generare nelle casse dei club. Come cinquanta anni fa, la storia si ripete.

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