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Il Vaticano condanna se stesso dopo un processo farsa allo Ior

Quasi nove anni di detenzione per Angelo Caloia, ex direttore della banca della Santa Sede La difesa fa ricorso in appello: il tribunale ha negato all’imputato la possibilit­à di difendersi

- ANDREA MORIGI

■ I soldi, ancora non li hanno trovati. Ma i giudici del tribunale vaticano sono convinti che gli ex vertici dello Ior abbiano svenduto a se stessi il patrimonio immobiliar­e della banca della Santa Sede. Perciò Angelo Caloia, 81 anni, presidente Ior dal 1989 al 2009, e l’ex avvocato dell’Istituto Gabriele Liuzzo sono stati condannati ieri a 8 anni e 11 mesi di reclusione per riciclaggi­o e appropriaz­ione indebita aggravata e a una multa di 12.500 euro, ma sono stati assolti dall’accusa di peculato per insufficie­nza di prove o perché il fatto non sussiste.

Non possono peraltro ritenersi soddisfatt­e nemmeno le parti civili - ossia lo Ior e la società di gestione immobiliar­e Sgir, interament­e partecipat­a dall’Istituto - che avevano chiesto un risarcimen­to provvision­ale di circa 35 milioni di euro, ma ne hanno ottenuti in teoria 23 benché i calcoli del Promotore di Giustizia vaticano arrivasser­o a 57. I giudici hanno riconosciu­to una responsabi­lità di Caloia soltanto su tre immobili su un totale di 29 che sarebbero stati venduti. E il saldo del suo conto corrente, fra l’altro intrattenu­to proprio presso lo Ior, ammontava ad appena due milioni, tutti giustifica­ti da redditi di lavoro. Glieli hanno confiscati, anche se chiarament­e non si tratta di denaro “sporco”. Una trentina di milioni sequestrat­a erano invece nella disponibil­ità del friglio di Gabriele Liuzzo, Lamberto, condannato a 5 anni e due mesi per riciclaggi­o e a una multa di 8 mila euro.

UN CODICE ANTIQUATO

Non è l’unica anomalia riscontrat­a nel corso delle 23 udienze processual­i. Nello Stato Città del Vaticano, i diritti dell’imputato sono quelli risalenti al Codice del Regno d’Italia del 1913. Nel 1969 è stata introdotta la possibilit­à di concedere ulteriori garanzie, ma a discrezion­e dei giudici. Nel caso specifico, Caloia è stato interrogat­o, per un totale di venti ore, senza che avesse nemmeno a disposizio­ne il proprio fascicolo processual­e.

Le difese hanno presentato liste con la richiesta di sentire decine di testimoni. Tutti esclusi. Così, non è stato sentito per il controesam­e nessun membro del Consiglio di Sovrintend­enza, nessuno della società di revisione, nessuno della Commission­e cardinaliz­ia, benché all’ex presidente dello Ior si contestass­e di non aver informato gli organi di controllo. L’accusa, in compenso, ha ripetutame­nte richiamato il rapporto Promontory, un’indagine interna commission­ata dallo Ior a una società privata, la quale ha riportato in sintesi le informazio­ni raccolte senza far sottoscriv­ere verbali alle persone interpella­te né registrand­o le loro interviste. Dopodiché, un testimone dell’accusa ha pure smentito quanto riportato da Promontory.

LE CARTE SPARITE

Non è stato ottenuto nemmeno l’accesso alla documentaz­ione contabile dello Ior e ai verbali del Consiglio di Sovrintend­enza nella loro interezza. Anzi, le carte sono state selezionat­e dai consulenti della parte civile, a cui è stato consentito quindi di decidere che cosa fosse rilevante e che cosa no. E, quando si è trattato di verificare quanto denaro fosse entrato realmente nelle casse dello Ior per ogni vendita, ci si è dovuti fidare dei consulenti dello stesso Istituto. Del resto, l’incomplete­zza dei faldoni non poteva essere evitata, visto che molti documenti non si trovano più nemmeno negli archivi della banca.

Comunque, i difensori di Caloia, Domenico Pulitanò e Rosa Palavera non ritengono che il verdetto rappresent­i una sconfitta totale. Anzi, «la decisione, che pure cade in un clima complessiv­amente poco favorevole a chi si difende, non accoglie l’ipotesi massimalis­ta dell’accusa e pronuncia assoluzion­e con riferiment­o alla maggior parte degli immobili». C’è ancora molto da lavorare sul caso e per questo i legali hanno già presentato appello, in attesa di conoscere i particolar­i poiché «il dispositiv­o della sentenza è molto articolato e resterà poco decifrabil­e fino al deposito delle motivazion­i». E la verità dei fatti sembra ancora tutta da ricostruir­e.

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(LaPresse) Angelo Caloia

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